L’altro ieri sono andato al cinema a vedere, con tutta la buona volontà di questo mondo, il nuovo film di Nanni Moretti, “Mia madre”. Ecco la prima scena e non accade nulla, ecco la seconda, la terza. Il film è iniziato da mezz’ora, scorre lì, inesorabile, invisibile, inesistente sullo schermo, e io, personalmente, dopo un po’ che aspetto uno straccio di emozione non ce la faccio proprio più, nel senso che il film in questione sullo schermo non arriva ancora, di più, non arriva mai, non c’è proprio: zero emozione, zero senso del lutto incombente, zero sceneggiatura, zero mondo degli affetti, il nulla. Così, a un certo punto, sempre lì al buio, lanci o un SOS all’esterno attraverso Facebook (e Twitter), un appello disperato, questo: “Sono al cinema a vedere il nuovo lavoro di Nanni Moretti, già quasi un’ora di film e la storia non è ancora iniziata, nulla. Venite a salvarmi!” Sì, nel frattempo sono trascorsi sessanta minuti.
Mi direte: non sono cose che andrebbero fatte in sala, per buon gusto e rispetto del vicino di poltrona. Tutto vero, educazione richiederebbe ben altro, silenzio e attenzione, ma io, anche dopo un’ora e passa ho ripetuto un nuovo lancio, nel senso che il film continuava a non cominciare, a non esserci: sempre zero senso di commozione, davvero un film inesistente. Proprio zero, brutto.
Ma procediamo con ordine: “Mia madre” dovrebbe raccontare (provo a dirlo con un linguaggio modello base) proprio la morte di una madre, lo sgomento, il senso di angoscia quando i figli prendono a intuire che mamma, benché anziana, sta per lasciarti; assodato che la diagnosi è chiara, netta, e suggerisce, da lì a poco, una telefonata alle pompe funebri, il loculo da acquistare. In questo casi, va da sé, poeticamente parlando, cioè in senso narrativo, occorre avere chiari i luoghi del lutto che incombe, fosse anche un povero comodino d’ospedale, oppure un corridoio al neon, o magari l’appartamento dei genitori in procinto d’essere svuotato, un armadio presto vuoto dov’erano invece un tempo gli abiti di chi non c’è più, le povere cose appartenute a tua madre, a lei già composta nella bara o comunque che si appresta a lasciare la vita. Nel film di Moretti non c’è nulla di tutto questo, non c’è un solo maledetto povero semplice comodino d’ospedale che riesca a farti piangere, a restituirti la desolazione, il vuoto, la perdita, l’assegno da staccare alle pompe funebri, al contrario c’è il grado meno zero di una sceneggiatura inesistente, non ci sono neppure le cose, i vezzi, le insopportabili battute da ottima gente del XII municipio (già circoscrizione) della Roma di sinistra abbonata, metti, a “Internazionale”, le stesse che sanno dare il nervoso, tipo la pietosa partita a volley tra cardinali del film precedente, modesto anche quello nel suo valore metaforico di inquietudine rispetto alla sorte del pontefice Bersani e del PD-Santa Sede, ma almeno lì, in “Habemus papam”, c’era un costrutto, un intento.
“Mia madre” non riesce invece neppure ad affermare l’idea che la madre di Moretti, già insegnante di latino e greco al prestigioso Liceo “Visconti”, il più classico dell’Urbe, lo stesso di Pio XII, di Andreotti e della crema di Botteghe Oscure, sia una sorta di Ur-Madre, altro che le modeste madri casalinghe, le povere pianelle ai piedi lungo il corridoio di casa, dei ragazzi di quartiere periferico già studenti IPSIA, e tutto ciò nonostante le battute sui tempi del latino, nonostante i dialoghi mai macchiati dai segni e dagli odori della malattia, dell’ospedale, del cosiddetto “squallore senile”, dove perfino la tracheotomia non sembra lasciare tracce, umori, sangue, merda, pus. Già, nel film di Moretti non c’è mai il tanfo umano di urina e di feci che accompagna sempre tragicamente il trapasso degli anziani. Merito o forse censura operata dalla mediocrità degli sceneggiatori, turisti della cultura e dunque anche della vita e della malattia, dell’agonia?
Non un filo di pathos, dunque, così come non lascia alcuna traccia il racconto parallelo del set del film sulla fabbrica che chiude e con un padrone nuovo venuto dagli Usa, zero anche in questo caso. L’ho già detto che neppure i comodini, totem assoluti del racconto ospedaliero, riescono a mostrarsi, a volare, a commuoverci, sì, proprio a mostrarsi in questo film davvero inesistente? Esci dal film odiando l’ipocrisia dei benpensanti di sinistra. Più l’incapacità degli sceneggiatori.

P.S. Questa non è una recensione cinematografica, è semmai lo sfogo di uno spettatore che, da scrittore, altrove ha già raccontato il lutto, la perdita, la morte, senza avere paura delle feci e dell’urina d’ogni umana agonia.

Fonte: Il Garantista