Invecchiando, si sa, il futuro si restringe e la vita è dietro di te. C’è chi riempie il tempo, sapendo di non averne molto a disposizione e c’è chi si preserva nell’immobilità, pensando che la lentezza aumenti la durata. La giovinezza è desiderio, ma per desiderare non basta la volontà: è il nuovo che esso porta con sé, l’addentrarsi nello sconosciuto oppure un riappropriarsi della vita con un gesto, tutte cose che l’esperienza, la routine , il vissuto, insomma, rendono difficile. Bisogna crederci, e la vecchiaia è scettica. In un hotel di lusso ai piedi delle Alpi, un regista, Mick, e un compositore e direttore d’orchestra, Fred, coetanei, intorno all’ottantina, amici di lunga data e fra loro imparentati (il figlio di lui ha sposato la figlia di lei), si confrontano con il tempo che passa. Ancora un film per il primo, che non a caso porta però nel titolo la parola testamento, la consueta atarassia per il secondo, ritiratosi da tempo dalle scene e, nonostante inviti pressanti quanto prestigiosi, intenzionato a non tornarci più. È come se l’infermità mentale e fisica della moglie abbia reso infermo anche lui: un estremo atto d’amore, ma anche una confessione di impotenza e una forma di espiazione. Senza di lei, non è più niente, ma quando lei c’era era solo l’ego di lui a contare. Intorno a loro c’è un’umanità variopinta: giovani attori famosi e già frustrati, copie anziane che al restaurant dell’albergo non si scambiano mai una parola, modelle dalla bellezza divina che sperano la vita non si riduca alla passerella che diede loro la fama, glorie obese del football legate a ciò che erano soltanto per l’esistenza dei cacciatori d’autografo.

Il paesaggio è splendido, le passeggiate rinvigorenti, i massaggi aiutano a mantenere una forma di cui si avverte però l’inutilità, la prostata è l’unico tormento, esagerato con la civetteria di chi considera il sesso un ricordo indistinto. Hanno entrambi molto amato, anche se sarebbe meglio dire che sono stati molto amati, lo specchio di Narciso sempre lì a rifletterne il volto. Alla fine Mick non farà il suo film, o meglio, farà del proprio suicidio il primo e unico ciak, nell’hotel e non sul set. Quanto a Fred, sarà la morte dell’amico a spingerlo di nuovo su quel podio d’orchestra così a lungo disatteso. La giovinezza può anche essere un atto gratuito, un gesto d’omaggio, un sentimento di fraternità.

Youth – La giovinezza , il nuovo film di Paolo Sorrentino, ieri in concorso, è come al solito di grande perfezione formale, un’estetica raffinata e sicura che la fotografia di Luca Bigazzi esalta da par suo. A volte è un’estetica compiaciuta, qualche volta è sterile. Ci sono momenti onirici, San Marco sott’acqua, per Fred (Michael Caine sullo schermo), un prato alpino pieno delle sue attrici per Mick (Harvey Keitel) più o meno funzionali; sons et lumiéres – cantanti, bolle di sapone colorate, danze, persino un simil-concerto per mucche e campanello -, ma è una bellezza frigida che non scalda. Michael Caine dà al suo personaggio i connotati perfetti di un certo dandysmo anglosassone, educato e distaccato, elegantemente crudele e insieme fragile. Incarna una passione, la musica, che non ha bisogno di relazioni, semplice nella sua perfezione. È però il sottofondo, il tema di Youth , a essere fragile, e non basta una citazione di Novalis o di Stravinsky a coprire una sceneggiatura incerta fra i guasti della vecchiaia e una giovinezza resa solo per antitesi. «Invecchiando, artisticamente si peggiora», ovvero si tende a fare peggio ciò che un tempo ti riusciva bene, dice la vecchia gloria di Hollywood (Jane Fonda) nello spiegare a Nick perché non interpreterà il suo film, preferendogli una serie televisiva ben pagata. Vero o falso che sia, Sorrentino è abbastanza giovane per non doversene preoccupare, ma troppo intelligente per non doverne tenere conto.

«Ho fatto un film sul tempo – dice il regista – l’unico soggetto che mi interessi. L’essere giovane anche quando anagraficamente non lo sei più, il dover misurare ciò che ancora ci resta, il doversi confrontare con la memoria che ci tradisce: sbiadiscono i ricordi, quello che ritenevamo importante trasmettere, in realtà viene dimenticato. È un film personale e anche un film sull’amicizia, che è una forma di amore e di complicità. Fra l’approccio alla vita di Fred, un’amorevole distanza dalle cose, che ti vaccina dalle passioni, ti acquieta, anche se non ti dà la felicità, e la passione per antonomasia di Nick, per cui fare un film può essere una questione di vita o di morte, come carattere pendo per il secondo. Sto però sforzandomi di assomigliare sempre più al primo».

Fonte: Il Giornale