L’Europa periodicamente lancia un ultimatum alla Grecia squattrinata. Poi si scopre che si trattava di un penultimatum. Le parti si incontrano, discutono, litigano e rinviano al prossimo penultimatum: non combinano mai niente di definitivo.

Andrà così anche stavolta. Lo prevediamo in base alla logica crudele dei numeri. Il bilancio dello Stato ellenico è zeppo di buchi, l’economia si è sfaldata, il Pil è irrisorio, la disoccupazione è salita al 27 per cento. È illusorio pensare che un Paese conciato così, indebitato fino al collo, possa soddisfare anche solo in parte (minima) le giuste pretese dei creditori.

Sperare che il negoziato in corso (l’ennesimo) sia risolutivo è da ingenui e da sciocchi. La situazione non è ingarbugliata come ce la raccontano: è tragica, ma semplice da capire. Da un lato c’è la Grecia ridottasi alla fame per una cattiva amministrazione (cominciata anni orsono). Basti dire che si è concessa un welfare superiore nettamente ai propri mezzi e un pubblico impiego dall’organico pletorico, inutile e costosissimo; inoltre, un sistema previdenziale mangiasoldi che prosciuga ogni riserva. Un esempio eloquente: ad Atene vigono ancora i prepensionamenti, quando pochi Paesi o nessuno hanno i liquidi per permetterseli.

Date le premesse, ipotizzare un risanamento che non sia peggiore della malattia è un sogno. I greci non ce l’hanno fatta fino adesso ad abbassare la spesa in misura proporzionale alle loro risorse, figuriamoci se tale impegno può essere assunto dall’attuale governo di sinistra guidato da Tsipras. Costui è pressato dall’elettorato che lo ha appoggiato, fidandosi di promesse velleitarie, e ora non se la sente di tagliare: sarebbe costretto a fuggire di notte per non essere linciato. La Ue è consapevole che il limone greco è stato spremuto all’inverosimile e che è irreale ricavare da esso una stilla di succo. Ciononostante, insiste con pervicacia per spillare almeno una goccia. Perché? Non ha il coraggio di mandare al diavolo Tsipras, temendo che, togliendo un mattone dalla costruzione comunitaria, crolli l’intero edificio o, comunque, perda la stabilità nonché la fiducia di vari partner non in piena salute.

Negli ultimi giorni, Draghi, presidente della Bce, ha ricordato nuovamente che l’euro è irreversibile. Una frase che lascia trapelare l’intenzione di Bruxelles di andare avanti sino allo sfinimento nelle vane trattative con la Grecia, preferendo la precarietà ellenica al suo cedimento che comporterebbe l’uscita del Paese dalla moneta unica, considerata irrinunciabile, pertanto meritevole di sostegno a ogni costo.

Ecco il punto. Per non mollare Atene al proprio destino, il presidente della Commissione, Juncker, e tutti i papaveri europei che lo circondano sono disposti a mollare altri miliardi (18) alla nazione a rischio default: l’imperativo è evitare scossoni monetari pericolosi per la reputazione e l’economia continentali. Non fosse fondata la presente narrazione, Tsipras sarebbe stato buttato fuori a calci dal consesso europeo. La tigna con cui la Ue seguita a discutere col governo ateniense non ha altra spiegazione. Aspettiamoci dunque di essere obbligati a sborsare altri capitali allo scopo di soccorrere l’esecutivo ellenico, benché sia nota l’impossibilità di vederseli restituire, come non sono stati rimborsati all’Italia i 40 miliardi già versati nel mare dei debiti greci.

Non siamo abilitati a entrare nei particolari tecnici dell’operazione finanziaria che peserà sul nostro portafogli e su quello degli altri Paesi dell’Unione. Ma è indubbio che dovremo sganciare. Sissignori. In bolletta come siamo, per i fatti nostri, ci toccherà aiutare ancora chi sta peggio. Ecco le gioie che ci procurano l’Europa e la sua moneta insensata. Che ne dice Renzi?

Fonte: Il Giornale