Maria Elena Boschi che canta Bella Ciao è come Tina Pica – magnifica maschera della commedia italiana – quando intona l’inno di Garibaldi. La prima è assai carina, la seconda, si sa, è una solida racchiona ma l’istinto retorico – sul doppio binario di due dogmi obbligati, la Resistenza e il Risorgimento – è lo stesso: “Si scopron le tombe, si levano i morti!”.

Se Tina Pica, nonna Sabella, lo faceva in un film. Il ministro delle Riforme, volto gentile dell’happy regime di Matteo Renzi, ha dovuto esibirsi al funerale di Pietro Ingrao.

Ogni istinto asseconda un riflesso condizionato. Va da sé che sarebbe stato tutto da vedere il destino di questa ragazza aretina se solo si fosse realizzata l’utopia del vegliardo comunista. Altro che far la Madonnina al presepe del suo paesello. Più che Tu scendi dalle stelle, solo il paradiso dei gulag ma quel che conta – mentre arrotola la boccuccia nel ci-a-o! ci-a-o! ci-a-o! – è adesso è il tic d’Italia: scoperchiare loculi.

E’ tutto un levarsi di salme, l’ideologia italiana. Onorare i morti per come furono da vivi è impossibile e l’impronta catacombale segna nel profondo tutto il parterre dei condolenti: anche Laura Boldrini, presidente della Camera, e Pietro Grasso (o era Aldo Grasso?), si associano al coro e fanno ci-a-o! ci-a-o! ci-a-o!, e pestano i piedini come ad accendere una marcetta.

In cotanta emozione si distingue quella sventola eterea di Marianna Madia. Si guarda bene dal prendere parte al birignao – e chissà, forse perché rammemora il defunto in un’altra veste, da valoroso vincitore dei Littoriali della Cultura e dell’Arte quale fu – muta se ne sta e le esequie, poi, vanno a spegnersi nel fragoroso battimani e nello striscione d’obbligo. E’, manco a dirlo, “ciao Pietro!”.

Nella storia d’Italia, come in ogni storia, c’è tutto. Ci sono i briganti massacrati dai garibaldini e ci sono i fascisti della prima ora. C’è da pensare che Maria Elena Boschi, per quanto potente, non sappia cosa fossero i Littoriali. Erano le gare di poesia, di arte e d’ingegno in cui si lanciavano i ragazzi della generazione di Benito Mussolini. Ingrao – come Mario Alicata, come Renato Guttuso, come Carlo Muscetta – fu uno di loro.

Nella vita di tutti c’è tutto. Non è solo l’oro di Dongo a far ricco il Pci. I comunisti, con la sapiente regia di Palmiro Togliatti, arruolano il meglio tra i fascistissimi. Offrono loro un lavacro ed è così che un Delio Cantimori, tra i massimi storici europei, passa senza pegno dal Terzo Reich all’Urss.

La retorica catacombale, poi – ci-a-o! ci-a-o! ci-a-o! – aggiusta tutte le biografie. Anche a  dispetto dello stesso Ingrao che, buonanima, alla Camera dei Deputati, con Beppe Niccolai –un vero eretico, fascista rosso, non certo un ortodosso come il “compagno Pietro” – a conferma di ciò che si legge in “Camerata, dove sei?” parlava volentieri dei suoi giorni in camicia nera. E’, questo del “dove sei?”, un libro di Nino Tripodi. E’ una sorta di compendio arcitaliano dove la gabbana fa da voltapagina alla storia nazionale. Chi lo legge, vi trova l’elenco completo dei padri della patria, quella del ci-a-o! ci-a-o! ci-a-o!, che va a coincidere con l’Italia del Duce. E perciò, non suoni blasfemo a veder cantare la Boschi un controcanto urge. Altro che Bella Ciao, piuttosto Ciao Biondina (…il goliarda va, senza mai esitar…).

Fonte: Il Fatto Quotidiano