È luogo di piacere e fonte di vita, centro anatomico femminile e attrazione irresistibile per il maschio fino a farsi sineddoche stessa della donna («che figa!»); è fessura tra Buio e Luce, origine di ogni uomo, tranne che dei primi due (Adamo ed Eva), finanche dell’Uomo per eccellenza, il Figlio di Dio, che venne custodito in ventre di donna e da lì generato; è suggello di femminilità e tramite di maternità, in entrata e uscita, con il concepimento e il parto; ed è dimostrazione, fisica e insieme metafisica, dell’incompiutezza umana che cerca sempre la metà, il tassello mancante, per recuperare la pienezza, l’unità perduta. Eppure, postare l’immagine di una vagina su Facebook, non una qualsiasi, ma quella stupendamente rappresentata nel quadro L’origine del mondo di Gustave Courbet, comporta la censura da parte del social network. Come è capitato a Vittorio Sgarbi, “reo” di aver esibito sul proprio profilo una foto davanti al celebre dipinto e bloccato per un giorno da Fb per esibizione di «contenuti inappropriati». Una misura che suona come un’offesa all’arte, alla bellezza della donna, al mistero della vita, oltreché alla libertà di espressione. E che ci impone un’apologia della vagina, attraverso un’intervista a Sgarbi, che potremmo definire “dialogo sulla figa”.

Sgarbi, la censura di Facebook al quadro di Courbet è più sintomo di totale mancanza di senso estetico o di moralismo spicciolo?

«Direi che è, più che altro, la dimostrazione di un’ignoranza imperdonabile da parte di chi gestisce il social network. Ero convinto che quel quadro fosse famoso come la Gioconda, tanto più che io considero i due dipinti complementari: la Gioconda è la parte superiore dell’opera di Courbet, il volto dell’origine del mondo. E invece ho dovuto ricredermi: su Facebook sia gestori che utenti hanno scambiato il quadro per un’esibizione gratuita di nudità».

Spieghiamo allora qual è il confine che separa l’arte dalla pornografia.

«È la stessa differenza che passa tra i Bronzi di Riace e un nudo di Rocco Siffredi. Nessuno potrebbe mai scambiare i primi per un’espressione di volgarità, visto che la forma (il nudo) esprime un contenuto di bellezza, e nessuno si sognerebbe mai di censurarli. Certo, poi sono dell’idea che non andrebbe censurato neppure Rocco Siffredi, ma questo è un altro discorso».

Alla base del tabù sulla vagina, secondo lei, c’è anche il tentativo di intenderla come mero oggetto di desiderio sessuale, e non più come matrice di vita, “origine del mondo” appunto?

«Ritengo che Courbet stesso fosse in mala fede, cioè voleva rappresentare una figa, non certo il principio della vita. Nondimeno l’arte gli ha offerto un mezzo di legittimazione per mostrarla al mondo, senza pudori».

Riesce a cogliere almeno un aspetto positivo, in questa polemica su un’opera realizzata 150 anni fa (nel 1866)?

«Se vogliamo, sta nel fatto che quel quadro ancora oggi desta scandalo. La forza dell’immagine di Courbet continua a essere deflagrante, perché è più reale del reale. Per questo la censura è un atto di omaggio a Courbet stesso».

Lei nondimeno ha già annunciato querela nei confronti di Facebook. Un’altra risposta potrebbe essere organizzare una mostra tematica sulla vagina nella storia dell’arte (dai quadri di Frida Kahlo ai bozzetti di Picasso fino ai disegni di Guido Crepax)?

«Sì, potrebbe essere una buona idea. E, nel caso, ho già il nome per la mostra. La chiamerei “La figa”».

In questo discorso da “viva la figa”, ci dimentichiamo però che il nome stesso della vagina viene sempre più edulcorato e ingentilito, quasi medicalizzato nel linguaggio politically correct, fino a essere definito semplicemente “organo genitale femminile”. Dovremmo recuperare piuttosto la forza di chiamarla in mille modi, come Benigni nel famoso sketch con la Carrà: «gattina, chitarrina, fisarmonica, mona, crepaccia, topa, sorca, patonza, bernalda, gnocca, gnacchera…»?

«Sì, anche se tra tutti i nomi, quello che più preferisco è “figa”. Ci pensi: “figa” evoca sempre un’immagine di bene, di abbondanza, di bellezza, tanto che il suo contrario è appunto “sfiga”, ossia l’assenza di figa e di abbondanza. Viceversa “cazzo” è sempre associato a un immaginario negativo: “cazzone, cazzata, mi stai sul cazzo, sei una testa di cazzo”. Il Bene è la Figa».

Che mi dice invece della retorica femminista, passata dall’elogio della vagina libera negli anni della rivoluzione sessuale, alla moralizzazione del sesso delle paladine di “Se non ora quando”? Come si è creato questo cortocircuito?

«La moralizzazione nasce quando hanno equivocato i dati sull’Aids. Negli anni ’80 si scoprì che si poteva morire di Aids, e coloro che morivano erano soprattutto gay. Poi però la propaganda ha falsificato quei dati e ha spacciato il sesso in sé come pericoloso, anche quello tra etero, elevando la percentuale di rischio nei normali rapporti dal 10 al 100%. Ne è venuta fuori una sindrome anti-sesso e una conseguente moralizzazione e igienizzazione dei costumi sessuali, che ha imposto l’uso del preservativo. Io non l’ho mai usato, e posso dire che non si muore mica scopando».

La deriva boldriniana sulla moralizzazione dell’immagine della donna è figlia invece di quale corrente di pensiero?

«La sua idea nasce da un’avversione per il maschilismo. Ma la Boldrini, che è una povera deficiente con seri problemi culturali, non ha capito che senza maschilismo si scopa male. Se gli uomini sono pari rispetto alle donne e non esercitano quella “prevaricazione” tipica della differenza tra sessi, le donne non scopano più. Ecco perché le donne di Copenaghen, dove gli uomini si sono troppo femminilizzati, vengono a fare sesso con i bagnini di Riccione. E poi, se davvero la donna è mercificata dagli abiti che indossa e dai mezzi con cui si atteggia, non dovrebbe più truccarsi, usare il rossetto, mettere i tacchi, o ricorrere a un’ampia scollatura per esaltare i seni. Non dovrebbe più tenere la sottana, ma indossare i pantaloni. Si andrebbe così incontro, paradossalmente, a un esito khomeinista: con il pretesto di rendere la donna libera e uguale all’uomo, la si costringerebbe a non mostrarsi più, e quindi a non essere più donna. Ecco perché la Boldrini, la Bindi o la Boccassini meriterebbero, ciascuna, 15 anni di galera».

Ciò dimostra che al contrario, come diceva Berlusconi, «la patonza deve girare»?

«Quella è una frase di cattivo gusto, che risponde però a una verità nei costumi sessuali. Per quanto mi riguarda, non vorrei che la patonza della mia donna girasse. Se vuoi che quella patonza giri, vuol dire che lei non ti interessa. E a Berlusconi certo non interessavano molto le titolari della patonza, visto che attorno a sé aveva delle troie».

Per chiudere questo “elogio della figa”, Sgarbi, da amante del mondo femminile, ci può dire cosa rappresenta per lei la vagina?

«Per me non è l’origine, ma la fine del mondo».

Fonte: L'Intraprendente