Il Salone del Libro di Torino ha rinunciato all’Arabia Saudita. Non sarà la nazione ospite d’onore. La decisione fa seguito a una campagna per denunciare la condanna alla crocifissione di un uomo accusato di aver preso parte a una manifestazione contro il regime. È un no. Ed è un gesto. La settimana scorsa David Cameron, premier britannico, non ha trovato parole quando Jon Snow, un giornalista di Channel 4 gli ha chiesto come mai l’Inghilterra abbia sostenuto i sauditi, facili a far uso dei boia, ad avere un proprio rappresentante a capo del Consiglio Onu per i diritti dell’uomo. Cameron è stato zitto ma è un riflesso condizionato soprassedere in tema di Riad. Il Salone dice no ma la libera informazione inciampa sempre nella reticenza per un alleato così servizievole verso lo status quo. Urge un passo indietro.
L’articolo più informato è quello di Franco Rizzi e si può leggere sul sito de Il Fatto Quotidiano. È la cronaca di una strage annunciata: “Nessuno può immaginare di pregare e trovare la morte”. È accaduto a Mecca, nel santuario dove ogni musulmano – almeno una volta nella vita –vi arriva in pellegrinaggio. È accaduto nel giorno della festa di Aid-el-Keb. Un milione e trecentomila persone si sono recate a Mecca e non quasi 800, restando sulla data del 29 settembre scorso, ma 4170, sono morte. Rizzi non fa sconti ma il mondo libero tace, oppure gode: “Incentivare i pellegrinaggi” dice Vittorio Feltri. Ed è un urto di tenerezza rispetto all’indecenza dell’informazione. L’ordine di scuderia è sempre lo stesso: reticenza. 4170 morti, dunque. A Mecca. È stato un incidente, certo. Ma non è stata una fatalità. Diverse fonti locali – attivisti dei diritti umani, e anche la stessa BBC e agenzie di stampa iraniane – hanno individuato la causa principale della tragica calca nella chiusura inaspettata dei tre percorsi usati dall’oceano di pellegrini giunti alla postazione di Rami Jamarat, dove ha luogo la lapidazione di Satana.
C’era – così ha riferito il quotidiano libanese Addyar –da far passare il convoglio del principe saudita Muhammed bin Salman, figlio di Salman bin Abdulaziz Al-Saud, scortato da 200 uomini dell’esercito e 150 agenti di polizia. Un incidente, certo, su cui s’è innestato un altro tragico dettaglio: l’impossibilità di identificare i cadaveri. Sia per la devastazione dei corpi, sia perché il rito stesso richiede che i pellegrini vestano una sola stoffa su cui avvolgersi. Inesistente, sotto il sole battente del deserto di Mina, il soccorso. Dagli schermi di Irib, la tivù iraniana, questa testimonianza: “Io sono rimasto per circa 4 ore tra tanti cadaveri, mi hanno aiutato altri che si erano rialzati ed erano in grado di camminare”. I morti, mischiati ai sopravvissuti disidratati, sono stati raccolti vergognosamente con i mezzi di rimozione di terra. Tutte le telecamere a circuito chiuso, come la maggior parte dei telefonini dei pellegrini, sono state sequestrate. Si sono dovute attendere ben due settimane per trovare sul sito ufficiale saudita il numero esatto delle vittime: 4170. Addyar scrive: “il re ha proibito di dare notizia della presenza del proprio nipote e ha addirittura preparato una lista di 28 funzionari sauditi da impiccare”. In pronta consegna. Nel pronto silenzio

Fonte: FattoQuotidiano