Martedì notte Porta a porta ha affrontato il tema frusto dell’evasione fiscale, esibendo alcune statistiche ufficiali da brivido: i lavoratori autonomi guadagnano in media 35mila euro circa (lordi, ovviamente) l’anno, i dipendenti percepiscono circa 17mila euro e gli imprenditori 15mila.

Ho citato le cifre a memoria. Se non sono esattamente riportate al centesimo, poco ci manca. Pertanto possiamo fare comunque un ragionamento.

Davanti a certi numeri chiunque rimane basito. Com’è possibile che i titolari di aziende, piccole o grandi che siano, complessivamente abbiano un reddito inferiore a quello di impiegati e operai? I dati fanno impressione e legittimano il sospetto che i suddetti imprenditori – non tutti ma quasi – siano sfacciatamente inclini a frodare il fisco, altrimenti, invece che tenere in piedi una ditta, andrebbero a lavorare sotto padrone per incrementare i loro introiti. Ma siamo sicuri che sia così?

Va da sé che un dipendente, a meno che non abbia una seconda attività in nero, paga le tasse in toto perché gli vengono trattenute dallo stipendio e non è in grado di sgarrare. Mentre il proprietario di un’azienda ha, potenzialmente, la possibilità di farla in barba a Equitalia o Agenzia delle entrate (agli esattori si cambia spesso il nome benché facciano sempre lo stesso mestiere). Fra l’altro, i media pubblicano spesso notizie allarmanti: nel nostro Paese l’evasione supera i 100 miliardi l’anno. Non si comprende in base a quali elementi si eseguano stime di questo tipo. Le quali, quand’anche fossero attendibili, dimostrerebbero soltanto una cosa: che il sistema di riscossione dei tributi è deficitario, sgangherato e sciatto.

Infatti, si dà il caso che ormai, grazie all’informatizzazione, ogni euro che entra o esce dalle nostre tasche sia tracciabile e non sfugga a eventuali controlli, che evidentemente non si fanno a puntino, viceversa ogni furbata verrebbe sanzionata. I conti correnti bancari non sono segreti: lo Stato ha il diritto di compulsarli e di verificare spese e depositi, e qualora tali operazioni fossero incompatibili con i redditi denunciati, scatterebbe un’indagine che porterebbe a scoprire gli altarini.

Anche il bancomat è sotto osservazione. Il denaro contante è poi misurato col contagocce. Fatture e bonifici sono registrati. Non si scappa: qualsiasi movimentazione di soldi lascia un’impronta indelebile. Non solo. Se un Tizio acquista una casa o un’automobile o una barca dal costo insostenibile in rapporto alle proprie sostanze, si fa notare da occhi che non siano orbi. Per capire se ha nascosto dei quattrini al fisco non serve una grande intelligenza: basta avere dimestichezza con l’aritmetica per sgamarlo.

In effetti le case, le auto e le barche non sono occultabili in quanto soggette a registrazione: chi le vende è obbligato a emettere fattura e segnalare l’avvenuta cessione all’autorità preposta. Del resto, i governi autori di tante strette fiscali sono stati accusati di aver instaurato un regime poliziesco. Significa che siamo sottoposti a una sorveglianza asfissiante basata su carte di credito, telepass e altre diavolerie elettroniche da cui si evincono spostamenti fisici, transazioni varie in alberghi e ristoranti, negozi e supermercati.

Se alla fine dell’anno l’agente delle tasse esamina i conti sospetti e compie un’investigazione elementare, non tarda a beccare in fallo il furbacchione da castigare. Poiché, stando alle statistiche (buone o fasulle) indicate all’inizio del presente articolo, gli imprenditori sono in odore di evasione, ecco: si cominci da questi a sperimentare il metodo descritto allo scopo di separare gli onesti dai disonesti, così si finirebbe di sbattere intere categorie nel calderone degli evasori.

È inutile, o meglio controproducente, seguitare a dire che il nostro Paese è in testa alla classifica mondiale di chi non versa le imposte se poi chi le deve incassare evita di farlo con criteri all’altezza dei tempi. Il nostro timore in realtà è che l’evasione in Italia sia fisiologica, ma venga spacciata per patologica con due obiettivi: alimentare l’odio sociale e non cessare mai di aumentare i tributi col pretesto che, se non li paga Caio, a Sempronio tocca pagarli due volte.

Fonte: Il Giornale