La Turchia è la Cina vicina, si diceva qualche anno fa ammirando le sue performance strabilianti. Ma con la crisi globale dei mercati e i capitali che si volatilizzano dai Paesi emergenti è arrivata anche qui la fine di un’epoca, quella del boom incondizionato, di una crescita che nei momenti belli sfiorava le due cifre. Se ne sono accorti i dipendenti del ministero del Tesoro che hanno inviato una lettera d’addio piena di gratitudine ma anche dai toni accorati al vicepremier Ali Babacan, per anni superministro dell’Economia: il suo volto da islamico moderato e competente rappresentava la carta di credito di Ankara con gli investitori internazionali. Babacan dopo tre mandati torna alla politica e non partecipa al nuovo governo di coalizione dell’Akp che con due deputati curdi dell’Hdp e un vicepremier del partito nazionalista Mhp deve galleggiare fino al primo novembre, data delle elezioni anticipate.

La locomotiva turca si è quasi fermata. Non è soltanto un metafora: il treno ad alta velocità Istanbul-Ankara, dopo un’inaugurazione in pompa magna, è più lento di prima perché ci vorranno almeno un paio d’anni per completare i binari della Tav e sostituire quelli vecchi. Cose che succedono a un’economia basata sui consumi, le costruzioni, l’immobiliare, un po’ come la Grecia e la Spagna. Da qualche tempo qui è scattata la trappola delle economie a reddito medio (10-12mila dollari pro capite) quando svaniscono i vantaggi comparativi, come il basso costo del lavoro, e i capitali stranieri, prima attirati dagli alti rendimenti, tornano a casa, da papà dollaro.
«A Babacan dobbiamo anche la preparazione di questo G-20», dice con aria rassicurante l’ambasciatrice Ayse Sinirliogu, una signora che ha due vantaggi indubbi, la lunga esperienza diplomatica ed essere la moglie del nuovo ministro degli Esteri Feridoun. L’uscita di scena di Babacan, paradossalmente, ha salvato la poltrona all’altro guardiano del rigore finanziario, il governatore della Banca centrale Erdem Basci che in agosto ha dovuto piegarsi alle pressioni del presidente Erdogan per non alzare i tassi di fronte una svalutazione della lira sul dollaro del 22% in un anno. Ma se la Fed americana imbocca il 16 settembre una politica monetaria restrittiva, anche Erdogan dovrà cedere, maledicendo la “lobby dei tassi di interesse” come ripete dai tempi della rivolta di Gezi Park nel 2013.

La Turchia è invischiata in una crisi politica ed economica senza precedenti nell’ultimo decennio, da quando, dopo il salvataggio delle banche nel 2000-2001, l’Akp prese le redini del potere per tredici anni fino alle elezioni del 7 giugno scorso in cui, con l’ingresso in Parlamento del partito curdo Hdp, ha perso per la prima volta dal 2003 la maggioranza assoluta e la possibilità di formare un governo monocolore. Alla vigilia del G-20, il forum dei ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali – che verrà seguito a novembre da quello dei leader mondiali ad Antalya – si infrangono i sogni di gloria di un’economia che secondo il presidente Tayyip Erdogan avrebbero dovuto portare la Turchia entro il 2020, centenario della Repubblica fondata da Ataturk, tra le prime dieci del mondo mentre ora arranca tra il 16° e il 17°posto.

La lira è ai minimi storici, le esportazioni rallentano e la crescita si aggira quest’anno intorno al 2,5%, più che dimezzata rispetto agli anni migliori. Anche i benefici del calo del petrolio sono stati divorati dalla svalutazione e la bolletta è di nuovo cara in un Paese che aspira a diventare l’hub delle risorse energetiche di Medio Oriente, Asia e Russia. L’indebolimento della lira significa che i debiti aumenteranno e di questo passo un’economia da 800 miliardi di dollari si restringerà quest’anno a 600, una cura dimagrante da maratoneta. Non è una buona notizia neppure per le 1.200 imprese italiane che lavorano con la Turchia con un interscambio annuo da 20 miliardi di dollari.

La Turchia ha un bisogno disperato di crescere: ogni anno si presentano sul mercato del lavoro 1 milione di giovani e sempre più donne. Erdogan sa perfettamente che risultati economici e performance elettorali dell’Akp vanno a braccetto. Mehmet Altan, professore di economia all’università di Istanbul fa rilevare che nel 2011, quando il partito di governo prese il 50% dei voti l’economia volava intorno all’8,5%; con un tasso di crescita del 2,5% i consensi alle elezioni del giugno scorso sono crollati al 41%. E ora che cosa accadrà? Erdogan, nel 2014 eletto con il voto diretto alla presidenza, è il leader più popolare e allo stesso tempo più contestato della storia recente della repubblica turca di cui vorrebbe festeggiare il centenario rimanendo capo di stato fino a quell’epoca. Ma per essere un Paese membro della Nato da 60 anni, la Turchia di Erdogan pone più problemi di quanti ne risolva. È stata deludente la parabola di un leader che, dopo gli innegabili successi economici, intendeva esportare la democrazia in salsa musulmana nel Levante arabo e invece sta importando in casa tutti i problemi del Medio Oriente. «L’arrivo di 2 milioni di profughi siriani ci è costato 6 miliardi di dollari», sottolinea l’ambasciatrice Ayse Sinirliogu.

Erdogan voleva abbattere Bashar Assad e adesso punta sulla destabilizzazione regionale, la guerra al Pkk curdo e quella assai meno convincente all’Isis, per attuare uno sorta di stato d’emergenza dove oltre ai terroristi si mettono in carcere oppositori e giornalisti. Nelle sedi dell’Akp sventolano bandiere turche e si suonano canzoni patriottiche: per vincere le elezioni si gioca la carta del nazionalismo. La realtà è che Erdogan sta subordinando i destini della Turchia all’ambizione di diventare un leader che può oscurare la memoria di Ataturk. Un prezzo che i turchi stanno già pagando con l’addio agli anni del boom.

Fonte: Il Sole 24 Ore