“Altissimu, onnipotente, bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione, ad Te solo, Altissimo, se konfàno
et nullu hono ène dignu Te mentovare”.

E’ la più bella composizione poetica di tutto il mondo e di ogni tempo. E’ la più bella perché la sua è una bellezza assoluta, cosmica, totale, che penetra tutto il creato e che arriva quasi a lambire l’ineffabilità di Dio. Nemmeno il Salomone del Cantico dei Cantici che pure per tanti versi gli somiglia e al quale senza dubbio Francesco si è ispirato, nemmeno il Dante della “Preghiera di san Bernardo a Maria” (“Vergine Madre, Figlia del Tuo Figlio”) sono arrivati tanto in alto e così in profondo.

Era il 1224, e Francesco giaceva ammalato su un lettuccio del suo San Damiano, al chiesetta diroccata dove una ventina di anni circa prima aveva ricevuto dal Cristo crocifisso il messaggio che aveva cambiato la sua vita e dove erano adesso insediate Chiara e le sue sorelle, le “povere dame” ch’egli tanto amava e un po’ perfino temeva. I grandi interpreti del Povero d’Assisi – da Raoul Manselli a Giovanni Miccoli, da Chiara Frugoni e Jacques Dalarun, da Jacques Le Goff a Grado Giovanni Merlo, da Claudio Leonardi ad André Vauchez (per non ricordarne che alcuni) – hanno scritto molto su di lui, e sugli ultimi anni della sua giornata terrena, e sul suo rapporto con Chiara e le altre, e di quegli stessi pochi, ispirati, altissimi versi. Sappiamo su ciò tutto quello che c’è che si può sapere. Ma lasciamo da parte tutta quella scienza. Sforziamoci d’immaginarlo, quel povero piccolo omiciattolo smagrito dopo una notte di dolore e di pena, tra i rumori dei topi sotto il pavimento che non lo hanno lasciato dormire, quando il sole nascente dell’alba ferisce i suoi occhi malati – è il tracoma preso cinque anni prima in Egitto, alla crociata – e glieli fa lacrimare. Sforziamoci di veder il mondo – le povere suppellettili di quella stanzetta, la luce incerta eppur abbagliante – attraverso quegli occhi ormai in grado di distinguere forse appena poco più che delle ombre. E scrive, o meglio detta perché di scrivere non ha la forza. Non sappiamo a chi. Scrive di getto parole che gli salgono direttamente dal cuore: amiamo credere che da allora sin a quando sul punto di lasciare questa terra detterà la quartina finale su sorella Morte dalla quale nullo homo vivente po’ scappare egli non abbia cambiato nulla di quel capolavoro, di quel perfetto canto d’amore.

Si sono versati fiumi d’inchiostro e scritte biblioteche intere su quei pochi versi. Nella loro luminosa chiarezza, essi appaiono ineffabili come Colui in onore del Quale sono stati scritti. Nessuno può gloriarsi di averli sul serio decifrati sino in fondo. Lo Spirito soffia dove vuole: e quella mattina ha soffiato su quel povero frate e sui suoi occhi arrossati che hanno finalmente visto il Mistero dell’universo. Quelle parola parlano di Dio, della Sua Gloria, della Sua infinita Maestà (Onnipotente), della Sua carità infinita (Bon Signore), della Sua incommensurabile distanza rispetto agli uomini eppure della forza con la quale egli sa arrivare a loro, e soprattutto a quelli tra loro che sanno perdonare per amor Suo, attraversando tutto il creato, cioè l’universo: Messer lo Frate Sole, immagine nobilissima (“significatione”) di Dio, e la luna, e le stelle, e quindi i quattro elementi di cui la materia del mondo è costituita – il fuoco, l’aria, l’acqua, la terra con i suoi fiori e i suoi frutti. Quella poesia, che molti hanno giudicato “ingenua” – e in fondo con ragione – abbraccia il mistero del creato e della natura con una forza e una chiarezza che, dopo i pochi versetti del Genesi, nessun filosofo e nessun poeta era mai riuscito ad eguagliare. Il Cantico è un irreprensibile, cristallino trattato teologico.

A torto lo si è interpretato come un testo “panteista”. Non c’è proprio nulla, qui, di panteistico: il cosmo e la natura, amatissimi e ammiratissimi, si guardano bene dal fondersi e dal dissolversi in Dio; e Dio dal fondersi e dal dissolversi con loro. Il Cantico delle creature è appunto tale perché è scritto in lode del Creatore: e solo in loro, da parte, loro, attraverso di loro, anche in loro lode; e in lode dell’uomo che tra le creature è la somma, la più amata, quella fatta “a Sua immagine e somiglianza”, ma che pur sempre resta creatura, sorella pertanto di tutte le altre.

C’era stata, nella filosofia cristiana del secolo XII ch’era finito da poco quando quei versi vennero composti, una grande tentazione panteistica: era quella neoplatonica, quella dei Maestri della scuola di Chartres ai quali uno studioso incommensurabile come Tullio Gregory ha dedicato un capolavoro, Anima mundi. Ma a quella tentazione Francesco, che dei Maestri di Chartres presumibilmente non aveva mai letto almeno direttamente neppure una riga – il che non toglie che ne avesse sentito parlare -, neppure un attimo soggiace. Dio resta il Creatore, amorosamente vicino ma infinitamente superiore a qualunque creatura.

In cambio, c’era un altro pericolo a minacciare la chiesa del tempo: e Francesco, che nel secondo decennio del secolo aveva attraversato la Francia meridionale sconvolta dalla “crociata degli albigesi”, doveva averlo ben presente. Del resto, nella sua Assisi, aveva probabilmente sentito anche lui predicare quegli strani profeti pallidi e smagriti, che annunziavano il Regno di Dio con le parole dell’evangelista Giovanni a attaccavano la Chiesa ricca, avida e superba; più tardi, qualcuno di loro aveva probabilmente attaccato anche lui dandogli dell’ipocrita e del falso cristiano. Erano gli adepti della “Chiesa” catara, una vera e propria antichiesa che si presentava sotto le vesti della portatrice dell’autentico cristianesimo, quello “delle origini”, quello povero e puro, ma che in realtà ai loro seguaci che accettavano di seguirli nel cammino iniziatico verso la loro verità spiegavano che la Chiesa li ingannava perché era la Bibbia ad averli ingannati; che il vero Dio, il Signore della Luce, era il puro Principio Spirituale; e che le sostanze spirituali che da lui emanavano rischiavano di continuo di venir imprigionati nella materia creata da un altro Principio oscuro e malvagio, il Signore delle Tenebre. Luce contro Oscurità, Giorno contro Notte, calore del Bene contro freddo raggelante del Male. Ma se le cose stavano così, se questo era il cosmo, allora il creatore di tutte le cose era lui, il Principio malvagio, il crudele Demiurgo. Il Creatore adorato da tutti i figli di Abramo era Satana; il creato, cioè la materia, era il Male assoluto; e quanto all’uomo, spirito eletto imprigionato in una laida gabbia di carne, solo la morte avrebbe potuto liberarlo.

Il paradossale, lo sconvolgente, era che da alcuni decenni questa agghiacciante filosofia mortifera aveva appassionato e affascinato la parte forse migliore della Cristianità: i gran signori e i bei cavalieri di quella Provenza nella quale il vivere era tanto dolce e dove i trovatori cantavano d’amore non meno dei prosperi mercanti lombardi e toscani si erano lasciati avvincere da questa fede della Liberazione attraverso la Negazione della Vita.

La Chiesa, la superba e potente Chiesa di papa Innocenzo III, aveva risposto a questo attacco inaudito con una furiosa crociata e con i tribunali dell’inquisizione. Ma quel che né l’una né gli altri sarebbero mai forse riusciti a fare per sradicare quella malapianta travestita da fiore di virtù (corruptio optimi pessima) seppero farlo i pochi, miracolosi versi della più grande poesia mai scritta la mondo.

Tutto, in fondo, sta dunque nella semplicità di quella preposizione semplice che ha tormentato filologi, linguistici e storici: quel “per” che torna iterante in ogni versetto del Cantico. Che cosa significa? E’ un complemento di causa, come la spiegazione più ovvia suggerirebbe (che Tu sia lodato, o Signore, per aver creato eccetera)? O un complemento d’agente, simile al par francese e la por castigliano, come finemente interpretava in senso squisitamente feudale l’indimenticabile Antonino Pagliaro (che Tu sia lodato, o Creatore, da parte della corte di tutte le creature che adoranti Ti circondano)? O un complemento strumentale, simile al dià greco, secondo l’ingegnosa lettura di luigi Foscolo Benedetto (che Tu sia lodato, o Signore, non solo direttamente dall’uomo, bensì anche attraverso ogni cosa da Te creata, e che conferma la Tua potenza e il Tuo amore)?

Fermiamoci qua con le indicazioni esegetiche: perché gli studiosi hanno aggiunto ad esse ormai molte altre cose. L’esegesi di questi brevi versi non finirà mai, proprio come il mistero della creazione; e quello di Dio. Papa Francesco ha voluto dedicare a quella lode infinita a Dio creatore e al creato la sua enciclica Laudato si’ per ricordarci che l’uomo – proprio secondo la lettera e lo spirito del Genesi – non è il padrone dell’universo (Uno solo è il Padrone), ma che ne è il guardiano, il custode; e che alla fine dei tempi, come ciascuno di noi dovrà riconsegnare a Dio la sua anima concessagli immacolata e da lui più volte sporcata e strappata, ricucita e ripulita, l’umanità dovrà riconsegnarGli il creato. Che è stato concesso all’uomo per goderlo in tutta la sua bellezza e nella varietà infinita delle sue luci, dei suoi profumi e dei suoi sapori; ma che non gli è stato dato come un osceno balocco da violare e da prostituire, come un’immonda merce da vendere e da comprare e su cui speculare. Il creato che per delega divina appartiene a tutti gli esseri umani, e soprattutto agli Ultimi della Terra.

Nell’enciclica Laudato si’ papa Francesco ci ripropone, con la semplicità e la lucidità che gli sono proprie, il testo del Cantico delle Creature come non solo meravigliosa poesia, ma anche profonda opera di teologia e di filosofia; e perfino come messaggio profetico.

Dio ama immensamente tutte le sue creature, e soprattutto l’uomo che è tra esse la privilegiata. Tuttavia, Egli solo è il Signore di tutto: e l’uomo, come sta scritto nel Genesi, riceve da lui il possesso e il diritto di governare il resto del creato solo per delega. Riceve non solo e non tanto un potere, quanto piuttosto un dovere.

Qui bisogna aver il coraggio di sottolineare il carattere profondamente antimoderno di tutto il pensiero sia di frate Francesco, che è vissuto all’inizio della Modernità, sia di papa Francesco, che assiste alla sua non troppo gloriosa fine. La Modernità – come sostiene un grande pensatore contemporaneo, Zygmunt Bauman – è nella sua essenza quattro cose: primo, il trionfo dell’individualismo e della sua Volontà di Potenza; secondo, il primato dell’economia sulle altre attività umane; terzo, l’affermarsi della cultura dell’Avere, del Fare, del Produrre rispetto all’Essere, e quindi il trionfo dei mezzi (le cose, i prodotti, i consumi, il danaro) sui fini (gli scopi della produzione e del consumo); quattro, la perdita del centro e dello scopo della vita, quindi del senso del limite. Tale la Modernità nel suo intimo, ultimo, nihilistico significato. Una cultura del Nulla.

Papa Francesco propone al mondo e impone ai cristiani una trasvalutazione dei valori, cioè una metanoia, una conversio. Abbandoni l’uomo la sua smisurata hybris, la sua insensata superbia. Cessi di dominare e di sfruttare i suoi simili e la natura, di asservirli alla sua insaziabile sete di potenza e di ricchezza che altro scopo non hanno se non di mostruosamente alimentare se stesse. Riscopra il suo ruolo di creatura a sua volta e di servitore di Dio: che gli ha affidato il mondo, non lo ha abbandonato nelle sue mani come un giocattolo. Della natura, come della nostra anima, noi dovremo renderGli conto. Il 18 luglio del ’13, a Lampedusa, papa Francesco ci esortò a non seguire il malvagio esempio di Caino e di Erode: come di fatto faremmo se non tendessimo una mano ai fratelli meno fortunati, agli “Ultimi della Terra”. Ora, c’invita ad andare oltre: fino al più umile degli esseri viventi, fino alle piante e alle cose. Già sono evidenti i segni che la natura, troppo a lungo violentata, sta reagendo contro di noi: l’inquinamento e la crisi delle risorse energetiche da tempo ci minacciano. Il Vangelo insegna che rappacificarsi con i fratelli è una premessa necessaria per riconciliarsi con Dio: e il capolavoro poetico di frate Francesco ricorda che tutto il creato è nostro fratello e che noi siamo destinati a salvarci con esso o a perderci insieme con esso.

La Laudato si’ è un documento straordinario sia contro la violenza cieca ed egoista del capitalismo selvaggio e del progressismo insensato dei giorni nostri, che stanno distruggendo il mondo e il domani dell’umanità, la sua stessa sopravvivenza, pur di sfruttare senza ritegno e senza un progetto razionale le sue risorse, causando distruzione

e inquinamento e provocando le stesse risposte naturali di un ambiente che, ferito senza criterio, può crudelmente vendicarsi; sia contro la pseudoreligione di un ecologismo e di un ambientalismo a loro volta privi di discernimento – si potrebbe parlare di un “fondamentalismo ambientalista” -, non a caso spesso appoggiati a ridicoli culti frutto dell’analfabetismo postmoderno, i quali dimenticano che l’uomo non padrone e tiranno della natura, bensì suo custode intelligente e pieno d’amore (che sa, francescanamente appunto, di essere in quanto creatura “fratello” dell’acqua e del fuoco, delle piante e degli animali), può e deve collaborare al suo equilibrio dal quale dipendono anche il suo benessere e la sua stessa sopravvivenza. Qui sbagliano tanto i soliti tartuffes, i “tradizionalisti” cattolici tutti tradizione-famiglia-e-(soprattutto)-proprietà, tanto più papisti del papa da non esitare a calunniarlo, i quali irridono alle “campagne per la sopravvivenza della foca monaca” (nobilissimo animale, del resto: molto più nobile di loro), quanto i “buddhisti immaginari” i quali non calpesterebbero mai un verme – e qui fanno bene: lo faceva anche Francesco – ma che dimenticano poi che “culto”, “cultura” e “coltivazione” hanno la medesima radice, e che educare e correggere la natura, dalla “rivoluzione agricola” di molti millenni or sono in poi, ha costituito un potente contributo al suo stesso miglioramento. Dio, nell’Eden, si è costituito un custode al quale ha affidato il compito altissimo di collaborare a mantenere e a migliorare la Sua opera: Adamo è giardiniere, esattamente come il Cristo che, risorto, appare a Maddalena. Solo dopo la cacciata è divenuto laborator, “faticante con pena” (labor a labe: la fatica come conseguenza della macchia della caduta, cioè del peccato), costretto a strappare il suo nutrimento col sudore della fronte alla terra che a causa della sua ribellione a Dio gli è divenuta nemica. Papa Francesco ci ha ricordato tutto questo: basterebbe seguirlo da subito alla lettera e con intelligenza per sanare in pochissimo tempo tutti i mali del mondo.

Fonte: Barbadillo