La strada, una rotaia grigia tirata nella sabbia si stempera nell’ocra del deserto. La brezza del mare tira su folate di sabbia e bruma. Nella cappa d’umido e calura attendono i combattenti, i thwhar , i rivoluzionari. Sono passati quattro anni e loro continuano a chiamarsi così. La rivoluzione è un’illusione lontana, dimenticata, annebbiata. Ma loro sono ancora qui. Stessi fuoristrada, stesse mitragliatrici sui cassoni, stesse facce al volante. Stesse divise raffazzonate. Giacche mimetiche e sandali con le calze. Kefiah avvolte sul capo e finte Lacoste colorate. Scarpe di cuoio con i lacci e tute blu da operai. Più che un’armata è un branco di straccioni, un bivacco di barboni della guerra. Occhi indolenti, che s’accendono solo alla chiamata delle armi. Allora una vampa sola carica gli sguardi, avvia i motori, spinge i colpi in canna. E d’un tratto l’accampamento scompaginato è una colonna, una fila di mitraglie, uno schieramento così fragoroso e disordinato da ricordare piuttosto un esodo di bagnanti in una mattina d’agosto.

Tutti in fila per giocarsi la battaglia di oggi. La battaglia quotidiana contro lo Stato islamico. O come lo chiamano loro con Daesh ( ad-Dawlat al-Islamiyah fi al-Iraq wa sh-Sham ). Ma anche oggi non sarà una battaglia facile. Adel Benghouzi lo sa bene. «Non abbiamo uomini e munizioni per stanarli, non possiamo attaccare la città. E neppure circondarla. Là dentro è pieno di civili e con loro dentro non possiamo usare le armi pesanti. Dobbiamo accontentarci di stare qui alla periferia e di contenere i loro attacchi. Ma non è facile… sono meglio armati e addestrati di noi. E noi non abbiamo neppure un ospedale da campo». Adel comanda la Khatiba Harar, una delle tante che compongono la 166ª brigata di Misurata. Sulla carta la 166ª è l’unità più forte della Libia. La più temuta dalle varie milizie che, in questi anni, hanno osato contrapporsi a questa città della guerra e degli affari. I suoi comandanti sono tutti veterani della rivoluzione. Reduci di quella strenua lotta che nel 2011 trasformò Misurata nel simbolo della resistenza a Gheddafi. Ma qui a Sirte, 4 anni dopo, le cose sono molto diverse. Sirte, la città natale che il Colonnello trasformò nel simbolo del suo potere, la città dove trascorse gli ultimi giorni nascosto in un interrato, è oggi una roccaforte dello Stato islamico.

Tutto inizia il 9 febbraio quando le colonne di Toyota con le bandiere nere dello Stato islamico entrano a Nawfilya, un piccolo centro a ottanta chilometri a est da qui. Arrivano da Derna, hanno viaggiato nel deserto e hanno stretto un accordo con le fazioni locali di Ansar Al Sharia, la formazione jihadista responsabile, nel settembre 2012, dell’assassinio dell’ambasciatore americano Chris Stevens. Nei giorni successivi la colonna di qualche centinaio di uomini divora gli ottanta chilometri di litoranea, entra a Sirte s’impossessa del centro congressi di Ougadougou, dell’hotel Mahari, dell’università, della radio e di vari altri edifici. Poi l’orrore. Il 15 febbraio un video annuncia l’esecuzione, proprio a Sirte, di 21 cristiani copti egiziani rapiti tra dicembre e gennaio. E mentre Italia ed Europa s’interrogano sulla necessità d’intervenire in Libia, le prime colonne della brigata 166 muovono qui attorno. Per quasi un mese non succede niente. Poi da Misurata arriva l’ordine di attaccare.

Il primo assalto arriva a metà marzo quando la Brigata 166 si decide a togliere di mezzo alcuni posti di blocco dello stato islamico tra Sirte e Nawfilya. Nello scontro a fuoco muoiono almeno 19 combattenti del Califfato. «Uno l’ho ucciso con le mie mani – racconta Mohammed, un combattente della 166ª mostrandoci una ferita al braccio -, l’ho tirato giù dalla sua Toyota e l’ho fatto fuori con una raffica di kalashnikov. Poi ho controllato i suoi documenti e l’auto. La carta d’identità era tunisina e la Toyota sembrava appena uscita dal concessionario. Il tachimetro segnava meno di 3mila chilometri». Nelle ore successive si scopre che quel combattente tunisino non era solo. Tra i 19 cadaveri (…) 

(…) c’è anche quello del suo capo Ahmad Rowisi, un 46enne «emiro» tunisino di Anwar Al Sharia, ricercato in patria come il mandante di almeno due omicidi politici. Il cadavere del super ricercato conferma i timori già diffusi. Le formazioni dello Stato Islamico in Libia stanno diventando il magnete capace d’attirare e inglobare Ansar Al Sharia e le altre formazioni della galassia terroristica attive nel Maghreb. La dimostrazione arriva pochi giorni dopo, quando un gruppo di terroristi tunisini addestrati in Libia lancia l’assalto al museo del Bardo di Tunisi costato la vita a quattro italiani.

La presenza tra i ranghi dello Stato islamico di Sirte di questi incalliti veterani del jihad rende assai complessa la missione della Brigata 166. E infatti la vendetta di Daesh non si fa attendere. Qualche giorno dopo, un attacco notturno a un posto di blocco della 166 fa undici morti. E nella settimana successiva, almeno quattro bombe colpiscono le basi della 166 e altri edifici all’interno di Misurata. Infine, un video del Califfato minaccia di trasformare la città in una nuova Mosul. Misurata è costernata, paralizzata, sorpresa da una prospettiva che nessuno aveva previsto. La prospettiva di ritrovarsi di nuovo in prima linea, di nuovo in guerra. Ora in mezzo ci siamo anche noi.

La colonna di pick up avanza sulla strada come una mandria alla carica. Tutt’attorno dune, creste di sabbia, collinette dove si potrebbero nascondere un cecchino o un’unità dello Stato islamico pronta a un’imboscata. Ma la colonna non se ne cura. Avanza a testa bassa, senza proteggersi i fianchi sgranando inutili raffiche da 14,5 millimetri. «Se Allah vuole vinceremo, altrimenti moriremo», starnazza Jamal mentre tiene il volante di uno dei fuoristrada lanciati all’assalto. La sorpresa non si fa attendere. Dal lato del mare, cinquecento metri più a nord, due mortai aprono il fuoco. Il rombo dei motori imballati copre il tonfo sordo delle esplosioni sul lato destro della strada. All’improvviso la mandria impazzita capisce, si blocca e la corsa si trasforma in un ingorgo infernale. Nelle radio le voci si sovrappongono, mentre la colonna consuma raffiche di piombo sparate a casaccio verso il bagnasciuga. Dall’altra parte, invece, nulla sembra muoversi a caso. Mentre i colpi di mortaio seminano il panico nella colonna della 166, gli autisti dei pick up cercano di districarsi dall’ingorgo e guadagnare una veloce ritirata.

Un fuoristrada nemico s’avvicina. Pochi secondi dopo la scia di un razzo Rpg attraversa il nugolo di pick up bloccati sull’asfalto, esplodendo in una radura appena dietro la strada. Le schegge non feriscono nessuno, ma convincono i pochi ancora intenti a sparare che è meglio levarsi di torno. Due minuti dopo, uomini e mezzi sono di nuovo radunati attorno a Mohatta Al Bukari, la centrale elettrica a tre chilometri da Sirte. La disordinata scaramuccia è solo l’ennesima replica di una battaglia impossibile, di una guerra che Misurata ora teme di non poter vincere. Il primo a dirlo è un altro comandante, che in uno sfogo anonimo con Il Giornale lancia accuse contro il governo di Tripoli. «Noi della 166ª abbiamo combattuto le battaglie più importanti per conto loro e adesso non ci mandano né armi, né munizioni, né medici. I miei feriti muoiono dissanguati e loro se ne fregano. A loro non interessa combattere contro Daesh perché in fondo sono loro amici».

Dietro questo sfogo non c’è solo la rabbia per la fine di Ahmed Islam, un thwar morto dissanguato per il mancato arrivo a Sirte dei medici e dell’ospedale da campo richiesto da settimane. Attorno alla rabbia del comandante fanno capolino le contrapposizioni interne a Fajr Libia, la coalizione di forze islamiste che, grazie a Misurata, è riuscita – tra luglio e agosto – a conquistare Tripoli, costringere all’esilio a Tobruk il parlamento a maggioranza laica appena eletto e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Per Misurata, la battaglia di Tripoli era soprattutto un regolamento di conti con gli acerrimi nemici di Zintan che controllavano la capitale. Per gli esponenti dei Fratelli musulmani che avevano chiesto il loro aiuto era soprattutto un modo per conquistare il potere. Ma ora la battaglia di Sirte sta diventando la cartina di tornasole di queste contraddizioni. Da settimane il governo mette perfino in dubbio l’esistenza di Daesh. Il primo ministro Omar Hassi in un’intervista al Giornale spiega che la decapitazione dei 21 copti egiziani potrebbe non essere mai avvenuta. E liquida il filmato dell’Isis come una macchinazione ordita forse dai servizi segreti egiziani.

Secondo il portavoce del governo Jamal Zubya, dietro la sigla di Daesh si nasconderebbero, invece, i gheddafiani rimasti a Sirte appoggiati esternamente dal generale Khalifa Haftar, capo militare del governo di Tobruk. Il tutto grazie ai finanziamenti di Ahmed Gaddaf al-Dam il cugino sopravvissuto al rais, ospite oggi del governo egiziano del presidente Al Sisi. Il tentativo di minimizzare l’offensiva dello Stato islamico si basa anche su dati reali. Alcuni ex gheddafiani di Sirte, soprattutto quelli che dopo il 2011 hanno subito la dura repressione dei misuratini, hanno scelto, al pari di tanti ex saddamisti iracheni, di militare tra le sue file. Ma tra questo e ridurre la presenza dello Stato islamico a un ininfluente rigurgito del passato ce ne passa. I primi a non poterne più delle ipocrisie e delle doppiezze di Tripoli sono i capi militari di Misurata.

«Dobbiamo dire chiaramente che il nostro nemico è Daesh, non Haftar o Gheddafi. E dovete capire che se non ci appoggiate non riusciremo a combattere per più di una settimana», annuncia Mohammed Hassan, comandante della Brigata 166 in quella che suona come un ultimatum a Tripoli. Dietro quel diktat si nasconde l’insofferenza di tutta Misurata. L’insofferenza di una città che non crede più alle ipocrisie di Tripoli e potrebbe, qui in Libia, diventare il migliore alleato dell’Occidente nella lotta al Califfato.

Fonte: Il Giornale