Questa guerra non è fredda – in Siria si contano migliaia di morti – ma non è neppure frontale, è una sorta di conflitto ibrido dove gli attori locali condizionano anche le mosse delle grandi potenze, Usa e Russia, che stanno posizionando forze e schieramenti. Mosca lo fa affermando con decisione quello che già sapevamo: non se ne andrà mai, se possibile, dalla Siria. La Duma ha ratificato (446 voti favorevoli su 446 presenti) il trattato firmato con Assad per la permanenza a tempo indeterminato dei russi nella base di Hmeimim (Latakia), che si aggiunge a quella navale di Tartous e ai sistemi antiaerei e anti-missile S-400 e S-300.

I russi, entrati in campo il 30 settembre 2015, sono schierati nel cuore della Siria, una sorta di ex Jugoslavia araba che però secondo Putin non farà la fine della Serbia di Slobodan Milosevic. Con questa mossa la Russia non solo tiene sotto pressione gli avversari ma garantisce il regime, cioè le gerarchie militari nel caso di una transizione, e anche l’Iran, alleato storico degli alauiti siriani. Teheran a sua volta conta sulla Siria e gli Hezbollah libanesi per rafforzare la sua profondità strategica in Medio Oriente che passa anche dallo stretto legame con il governo sciita di Baghdad. L’intesa russo-iraniana è evidente ma gli interessi tattici potrebbero non coincidere in futuro con quelli strategici: la Russia è potenza a tutto campo che vuole avere buoni rapporti con il mondo musulmano sunnita e non limitarsi a quello sciita.

Questa guerra è ibrida non solo perché è stata rotta ogni barriera tra militari e civili – ostaggio dei miliziani e bersaglio dei bombardamenti – è ibrida perché vengono utilizzate tutte le tecniche possibili, terrorismo compreso, e anche per il groviglio di interessi e alleanze. Sul fronte opposto a quello russo-siriano-iraniano, ci sono gli Stati Uniti coinvolti in due conflitti vicini ma assai diversi. In Iraq gli americani vorrebbero sferrare l’offensiva per riprendere Mosul dal Califfato ma devono contare sull’esercito di Baghdad, notoriamente alleato di Teheran. E il governo di Baghdad, già in contrasto con il Kurdistan di Massud Barzani, è in piena tensione con Ankara che mantiene truppe sul territorio iracheno. Mai gli Stati Uniti occupando l’Iraq nel 2003 immaginavano di potersi trovare dopo 13 anni in un groviglio così inestricabile. Sul fronte siriano Washington deve manovrare con la Turchia, un tempo pilastro della Nato, che detesta i curdi di Kobane appoggiati dagli Stati Uniti, ma anche con Israele che occupa le alture siriane del Golan e allo stesso tempo intrattiene ottimi rapporti con Mosca. Ecco perché l’incontro tra Putin ed Erdogan ad Ankara il 10 ottobre assume una importanza: se tra i due dovesse scaturire un’intesa può cambiare anche tutta la partita siriana.

In questo clima bellico ma anche di manovre diplomatiche e scambi di accuse reciproche, Mosca ha richiesto la convocazione del Consiglio di sicurezza dopo l’allarme lanciato dall’inviato Onu Staffan de Mistura secondo il quale Aleppo Est potrebbe essere totalmente distrutta dai bombardamenti russi. La proposta di de Mistura, sostenuta da Mosca, per il ritiro dei miliziani di al-Nusra in cambio della fine dei raid è stata respinta: i jihadisti, affiliati di al-Qaida, e riuniti nel nuovo Fronte Fatah al-Sham hanno dichiarato di essere determinati a spezzare l’assedio. La Francia vorrebbe mettere ai voti una risoluzione per una “no fly zone” mentre il segretario di Stato Usa John Kerry ha accusato la Russia e Assad di avere bombardato gli ospedali della Siria per “terrorizzare” i civili e ha richiesto un’indagine per “crimini di guerra”.

La realtà di Aleppo è amara, feroce e complessa. Qui non ci sono angeli ma solo demoni. Kerry accusa Mosca ma anche gli americani dovrebbero fare un “mea culpa” che non verrà mai. Un dettagliato rapporto di Jack Murphy, ex Berretto Verde delle forze speciali, racconta come la Cia in contrasto con la stessa Casa Bianca abbia consentito all’Isis e ad Al Qaida di unirsi al Free Syrian Army, i cosiddetti “ribelli moderati”. Questi sono diventati una sorta di copertura che ha garantito ai qaidisti l’accesso agli armamenti Usa e dei sauditi. E come spesso accade in Medio Oriente i demoni sfuggono al controllo di chi li evoca e pensa di usarli.

Fonte: Il Sole 24 Ore