Oggi avrei voluto occuparmi di Grecia e dintorni, giusto per dire che la democrazia non è la soluzione dei problemi ma un problema fra i tanti da risolvere. E che in fondo stiamo assistendo a un conflitto tra due bande rivali di democratici: oligarchici contro demotici. Forse sarei anche riuscito a dare sostanza al mio ragionamento, avrei senz’altro citato Platone come un contravveleno per i teorici della società aperta che poi finisce per rinchiudersi in se stessa, nel peggio di se stessa, e come scudiscio per i fanatici dell’eguaglianza purchessia, della volontà generale referendaria e peggio ancora internettiana. Avrei quindi citato gli insegnamenti aristocratici del pitagorismo laconizzante – da lì viene Platone – e di quello italico-romano, culminato nella Res publica ciceroniana. E via così, per concludere che l’unica soluzione è la noocrazia, il comando dei sapienti, altro che suffragio universale e altre bellurie moderne. Così volevo, e ho interpellato al riguardo la mia dirimpettaia di colonna che mi ha scherzato amabilmente:

– Io potrei occuparmi del seguente tema: e se la democrazia non fosse la soluzione, ma il problema? Ma poi so che non lo farò.
– Anche perché non arrivi in fondo. prrr.

Sono convinto che questa non è un’epoca per pitagorici e aristocratizzanti, è piuttosto l’età delle eresie scatenate, secondo una filogenesi che più o meno si può riassumere così: cristianesimo come eresia essenica, socialismo come eresia cristiana, liberismo come inveramento dell’eresia socialista. Cattive metafisiche, per tacer d’altre, in perenne contrasto e muta ma reciproca solidarietà. In questa situazione che posto può esserci per il retto pensare, il giusto volere, il sensato agire? Poco e niente, tracce volatili di tesori da nascondere ai profani. Come fanno gli animali quando sotterrano i loro gioielli fatti di ossa e di cibo, in modo da creare piccole riserve per tempi migliori, o peggiori, a seconda del momento e della necessità. In realtà questa è un’attitudine da sapienti, da noocrati. Nel buddhismo tibetano, per esempio, il lignaggio sacerdotale che procede dall’illuminato Padmasambhava era solito (e lo fa ancora adesso) nascondere insegnamenti occulti, mantra o nomi di luce e oggetti sacri chiamati gter-ma, in modo tale che nelle epoche successive altri iniziati potessero (possono ancora) riscoprirli grazie a sogni lucidi e intuizioni folgoranti, e perpetuare la conoscenza che salva il mondo dal disordine (semplifico, ma non poi troppo). Ne parlavo due giorni fa con un allievo del lama Namkhai Norbu, maestro Dzog-chen, facendogli notare che una simile pratica è conosciuta anche in occidente, sia pure in forme diverse. Nel 2002 ne aveva scritto sulla rivista La Cittadella lo storico tradizionalista Sandro Consolato (“Gter-ma tibetani e cose fatali romane”); lui, se ricordo bene, indicava come esempio di gter-ma anche la scoperta del Lapis Niger, all’indomani d’un sogno fatidico, da parte dell’archeologo Giacomo Boni. Era il 1899 e Boni avrebbe poi ritrovato nel Natale di Roma del 1918 la statua della Vittoria che preannunciava il trionfale riscatto italiano nella Grande Guerra, già presagito da un altro misterioso disvelamento etrusco risalente addirittura al 1913 (la vicenda di Ekatlos e della Grande Orma sulla quale ormai esiste una variopinta letteratura). Ora il caso, ma il caso non esiste!, ha voluto che, proprio in occasione del referendum tsipriota in Grecia, la stampa italiana ci informasse di nuovo su un importante ritrovamento archeologico avvenuto nel Salento (se n’era già parlato due anni fa), per la precisione nel paese di Castro (l’antico Castrum Minervae), luogo di un fugace approdo da parte dei nostri progenitori troiani (vedi il III canto dell’Eneide). Si tratta del busto di una statua cultuale della dea Minerva, la cui venerazione testimoniata da Virgilio trova un riscontro materiale preciso e ben descritto dal Corriere della Sera: “La statua era adagiata su un lato quasi come una vera e propria deposizione. Questo ha fatto avanzare agli studiosi la suggestiva ipotesi secondo cui l’interramento non sia stato casuale, ma fatto allo scopo di conservare tracce della divinità dopo la demolizione del vecchio edificio templare dove era esposta e venerata”. La spiegazione può essere questa: esistono forze impersonali che si attivano nei momenti più delicati o drammatici di un’èra, affinché un oggetto sacro scientemente occultato da moltissimi anni (perfino le mura di una città, sempre consacrate, possono esserlo) torni a manifestarsi: c’è bisogno ora della sua presenza, come una stella remota che deve irradiare la propria luce agli umani, i quali se ne accorgeranno tra qualche lustro vedendola spuntare all’improvviso nel cielo notturno. In questo caso si tratta di Minerva, che è la sapienza in armi posta a protezione dell’Urbe eterna e anche di Atene, è il nume Palladio di cui soltanto i “salvati dalle acque” del divenire possono essere custodi e confidenti abituali, come l’acheo Ulisse e il troiano Nautes, entrambi amici di Enea secondo una sintesi mitistorica che travalica il racconto omerico. La Minerva salentina oggi mostra il petto; domani, chissà, potrebbe saettare di nuovo con i suoi occhi di civetta azzurrati e lucenti, propiziando così l’arretramento dell’oscurità e dei suoi numerosi seguaci.

Allo stesso modo, nel 2007, tornarono a rilucere gli scettri sotterrati nelle pendici del Palatino dall’imperatore Massenzio alla vigilia dell’infausta battaglia contro Costantino (312 ev). Forse Massenzio sapeva che nulla avrebbe potuto contro un fato per lui oscuro, magari sperava in cuor suo che qualcosa o qualcuno si sarebbe un giorno incaricato di farne un uso migliore. Non so se addirittura immaginasse che, nel solstizio d’inverno di milleseicentonovantacinque anni dopo, quei suoi scettri sarebbero stati impugnati da un milite romano, platonizzante, convinto come me che la democrazia non è la soluzione dei problemi ma un problema fra i tanti.

Fonte: Il Foglio