La Grande Epurazione cambia il volto della Turchia. Il formidabile esercito turco conta 500mila uomini, 12mila carri armati, 700 aerei e 300 navi ma il morale delle forze armate è sotto la suola degli anfibi. Basta farsi un giro fuori dalla base Nato di Maslak a Istanbul: i militari sono circondati dalla polizia e gli ufficiali seguiti passo a passo dagli uomini dei servizi di Hakan Fidan, il fedelissimo di Erdogan. Qui il comandante è stato arrestato e il suo vice è caduto fulminato da un proiettile negli scontri dei ponti sul Bosforo. I generali, un tempo supremi guardiani della repubblica fondata da Ataturk, sono finiti sotto custodia.

E oggi alla riunione dell’Mkg, l’alto consiglio di sicurezza, sarà Erdogan non i generali a dettare un’agenda che secondo indiscrezioni prevede tribunali speciali per terroristi e golpisti, un prolungamento del fermo di polizia e un istituto che scrutinerà tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. È il secondo atto della colossale purga che sta falcidiando migliaia di militari (6mila tra cui 100 generali), poliziotti (8mila), giudici (2.700), insegnanti (21mila), rettori di Università (1.500) ritenuti, a torto o a ragione, legati al movimento dell’imam Fethullah Gulen.

In una sola notte tra venerdì e sabato scorso la Turchia è cambiata: per la prima volta nella sua storia è fallito un colpo di stato dei militari, entrati in campo tre volte, nel 1960, nel 1971 e nel 1980, l’ultima, con il generale Kenan Evren. Che gli americani non sapessero nulla del golpe è difficile da immaginare: ci sono 24 basi Nato in Turchia e loro con gli Awacs controllano anche le api nei cieli. Figuriamoci a Incirlik dove partono i raid contro l’Isis e nell’arsenale ci sono armi nucleari tattiche.

Che nel golpe fossero coinvolti soltanto gulenisti o qualche kemalista è fuorviante: «Una comoda semplificazione», dice lo scrittore Ahmet Altan, ex direttore del quotidiano Taraf. «Del resto – aggiunge – i gulenisti sono ovunque: è stata la confraternita di Fethullah Gulen a fornire al partito Akp di Erdogan gran parte dei suoi quadri più preparati».

Il colpo di stato ha avuto tra i suoi capi uomini nominati dallo stesso Erdogan, membri stretti della sua cerchia. Uno dei leader dei ribelli è il generale Mehmet Disli, fratello di Saban Disli, braccio destro del presidente e suo vice nel partito Akp. Così come erano suoi uomini anche due consiglieri militari del presidente arrestati: il colonnello Ali Yazici e il tenente colonnello Erkan Kivrak, esperto in questioni aeronautiche. Ma era considerato tra i fedeli del presidente pure il generale Semih Terzì, che a mezzanotte di venerdì scorso è entrato nella caserma delle forze di élite ospitate sull’ameno Lago Golbasi, vicino ad Ankara, per annunciare il putsch: lo ha fulminato con una pistolettata il tenente Omer Halisdemir.

Quando cadono i generali difficile pensare che un golpe, pur con tutti i suoi punti ancora oscuri, sia una messa in scena. «Forse era una tragica commedia di mezza estate soltanto prevedibile o già prevista», commenta Altan mentre le fonti ufficiali asseriscono che il capo dei servizi del Mit Hakan Fidan avesse avvertito del golpe lo stato maggiore alcune ore prima, costringendo i ribelli a entrare in azione in anticipo.

L’esercito, figura dominante nella storia dello Stato turco, è sempre intervenuto nella vita politica andando ben oltre le questioni di sicurezza e permeando tutti i settori della vita politica e sociale, economia compresa. Così come il kemalismo ha fornito la legittimazione ai suoi colpi di stato per preservare l’eredità della repubblica laica e secolarista di Ataturk. Nonostante le purghe già effettuate da Erdogan in accordo con Gulen quando erano alleati, essere un ufficiale qui significa avere un trattamento speciale che si traduce in una separazione dal resto della società, anche fisica: i militari vivono in “site”, piccoli quartieri circondati da filo spinato, con i propri negozi, il proprio sistema educativo e un inflessibile metodo di selezione ideologica. Secondo quanto previsto dal regolamento, per essere promosso ai gradi superiori, fino a poco tempo fa, bisognava avere una moglie che non portasse il velo. L’esercito gode di un’autonomia anche economica che va ben oltre il dato del 4,5% del Pil, cioè il 16% del bilancio statale. Le spese per la difesa, infatti, non sono soggette a dibattito parlamentare, né discusse o criticate.

Il fallito colpo di Stato dei militari rappresenta dunque una svolta epocale nella travagliata storia della Turchia e nel controverso rapporto tra le forze armate e il potere politico. Niente sarà più come prima: si è scoperchiato, in parte, anche il famigerato “deep state”, lo stato profondo alle origini dei molti mali di questo paese.

Ma il colpo subito dal prestigio delle forze armate può essere letale, dentro e fuori. La Turchia è Paese Nato dal 1952. Ankara ha rappresentato una pedina fondamentale dell’Alleanza Atlantica alla frontiera tra i blocchi durante tutto il convulso periodo della Guerra Fredda, basti pensare alla questione dei missili nucleari americani schierati in Anatolia. E da tempo è divenuta protagonista di primo piano della crisi mediorientale, con tutte le sue spericolate ambiguità nel sostegno ai jihadisti per abbattere Assad in Siria. Ma è anche un attore di primo piano perché dovranno essere le sue forze armate a garantire domani gli accordi regionali.

Le purghe contro l’esercito stanno minando il morale e la coesione dei soldati turchi e gli arresti dei comandanti militari aumentano il caos gerarchico e organizzativo . Ieri sui ponti del Bosforo, dove soffiava forte il Poiraz, il vento del Nord, si sgomberavano le ultime carcasse degli scontri della notte del golpe ma non c’era neppure un militare. Un indebolimento delle forze armate avrà riflessi assai negativi sulle possibilità della Turchia di affrontare le sfide sulla sicurezza, dal Kurdistan alla Siria, al terrorismo, che ha colpito con centinaia di vittime. La Grande Epurazione del controgolpe di Erdogan infuria e la vita dei turchi, come direbbe lo scrittore Tanpinar si dipana in queste ore in troppe linee perché se ne possa scegliere – comunque arbitrariamente – una da raccontare e dare per buona. Ma non c’è dubbio che tutto quello che sta avvenendo qui ci riguarda, eccome.

Fonte: IlSole24Ore