Perché la Libia è importante per la geopolitica italiana e il Mediterraneo? La caduta di Gheddafi nel 2011 ha rappresentato la maggiore sconfitta dalla seconda guerra mondiale: è stato perso il controllo delle risorse energetiche, sono sfumati miliardi di euro di contratti (una perdita stimata 50 miliardi di dollari in 20 anni) e la sponda Sud è diventato il trampolino di lancio dei migranti, un flusso accompagnato da timori di infiltrazioni terroriste. Non solo. L’Italia è stata costretta a bombardare il Colonnello: come ha spiegato l’ex ministro degli Esteri di allora, Franco Frattini, la Nato aveva inserito tra i bersagli da colpire anche i terminali dell’Eni.

I confronti a volte appaiono un po’ forzati e impietosi ma la Turchia di Erdogan ci ha messo più di un anno a concedere agli Stati Uniti la base di Incirlik contro l’Isis e solo con la clausola di far fuori i curdi siriani. E ora tutti zitti, dopo il fallito golpe del 15 luglio, davanti a qualunque nefandezza compiuta dal leader turco. L’abbandono del nostro alleato è stato percepito nel mondo arabo non come il sostegno a un ipotetico processo democratico ma un cedimento strutturale della nostra politica estera. Una dimostrazione delle conseguenze l’abbiamo avuta con il caso Regeni e nei rapporti con il generale egiziano Al Sisi, sponsor con Emirati, Francia e Russia del maresciallo Khalifa Haftar, signore della guerra in Cirenaica e schierato contro la Tripolitania dove si trovano i maggiori interessi italiani.

Forse negli eventi libici non c’era alternativa ma sta di fatto che l’Italia ha partecipato con migliaia di missioni aeree alla defenestrazione di un dittatore che solo pochi mesi prima, il 30 agosto 2010, avevamo ricevuto a Roma con in pompa magna. Eventi che noi dimentichiamo in fretta, gli altri no. Non è consolatorio sottolineare come ha fatto un rapporto della commissione Esteri del Parlamento britannico che Gran Bretagna e Francia, insieme agli americani, in Libia hanno combinato un disastro paragonabile all’Iraq: sappiamo bene che questi sono i nostri migliori alleati ma anche gli amici peggiori. Blair e i francesi lo avevano dimostrato prima della caduta di Gheddafi facendoci una concorrenza feroce: l’ineffabile Sarkozy, pur di batterci, aveva promesso al Colonnello le centrali nucleari dell’Areva poi vendute ai sauditi, che hanno così salvato l’azienda dal fallimento. Secondo la commissione l’intervento fu deciso senza una pianificazione adeguata. Il rischio per i civili della repressione di Gheddafi venne esagerato e “non c’era bisogno del senno di poi per capire gli islamisti avrebbero sfruttato la ribellione”.

Ma il parlamento inglese omette di fare un passo avanti: favorire gli islamisti faceva parte della stessa strategia di usare i jihadisti per abbattere Assad in Siria messa in pratica dalla Turchia con soldi sauditi, qatarini e l’appoggio di Usa, Francia e Gran Bretagna, i maggiori fornitori di armi delle monarchie arabe. Era questa la politica dell’ex segretario di Stato Hillary Clinton pensata per difendere gli interessi Usa e tenere sotto pressione Russia e Iran. In queste manovre della Clinton l’11 settembre 2012 a Bengasi ci ha rimesso la pelle l’ambasciatore Chris Stevens. Gheddafi e Assad per le grandi potenze erano diventati moneta di scambio per rimediare agli scacchi delle primavere arabe. Follow the money and the oil, segui dove si dirigono denaro e petrolio: è una ricetta utile per capire il Medio Oriente. Poi naturalmente le cose non vanno come si vorrebbe. Nel 2013 Francia e Usa rinunciano a bombardare Assad, il governo libico affonda nella lotte tra fazioni, nasce il Califfato che si espande e ispira gli attentati in Europa, interviene la Russia, aggirata nel 2011 dalla risoluzione Onu sulla Libia, a far valere in Siria i suoi diritti di superpotenza mentre i sauditi ora stanno perdendo persino la guerra contro i ribelli sciiti Houthi dello Yemen.

La Libia, dove l’Italia è andata piantare la bandierina a Misurata con una missione mista umanitaria-militare a sostegno della lotta all’Isis, potrebbe diventare adesso un’opportunità anche in questo quadro caotico creato dai nostri alleati. L’offensiva del maresciallo Haftar nella Mezzaluna petrolifera ha restituito peso politico a Tobruk, oscurata dalla campagna militare di Misurata contro il Califfato. Solo rimettendo sullo stesso piano Tobruk e Tripoli si può arrivare a un’intesa che inevitabilmente ruota intorno al petrolio e al controllo del Lia, il fondo sovrano con 67 miliardi di dollari di investimenti (tra cui quote Eni e Unicredit). E anche i loro sponsor esterni – arabi turchi, occidentali – hanno degli interessi economici e politici per mettersi d’accordo: ma prima deve finire l’era ambigua e devastante dei “pompieri incendiari” e dei venditori di fumo.

Fonte: Il Sole 24 Ore