Marine&Marion in blue marine… Nella società della politica-spettacolo, i pubblicitari una volta tanto si sono ritrovati disoccupati. Era già tutto pronto in casa. Due bionde, due età, due nomi che nella medesima iniziale rimandano a quella Marianne iconografia di una nazione, due stili, per certi versi due elettorati. Troppa grazia, verrebbe da dire, ma proprio perché qui il marketing coincide con la vita, è un prenderne atto e non un’invenzione a tavolino, vale la pena andare un po’ più a fondo, capire il perché di una vittoria, e la tenacia che ad essa sta dietro.

Cominciamo con il dire che senza Marine non ci sarebbe Marion, cosa che la seconda sa benissimo, anche se la prima non ignora che è il successo di quest’ultima a certificare la fine della «diabolisation» di un cognome, la maledizione di chiamarsi Le Pen… Arrivati alla terza generazione, il mettergli contro i rottami della prima, elettoralmente più che un delitto è un errore politico. Essendone consapevole, Marine Le Pen ha sì drasticamente tagliato ogni cordone ombelicale con l’ingombrante e ormai patetico genitore, ma si è ben guardata dal fare da chaperon ideologico della giovane e rampante nipote: incarnano due anime della Francia che possono marciare divise proprio perché finiscono con il colpire unite. La più anziana è movimentista e libertaria, la più giovane è conservatrice e identitaria.

Marine Le Pen è un puro prodotto del ’68, nel senso che ne è figlia, nel bene come nel male, nel prenderne le distanze conservandone però l’imprinting. La televisione non le rende giustizia, perché la indurisce e la ingrossa, mentre la realtà ti consegna una bella donna, robusta senza essere grassa, cordiale, ma non sbracata, per nulla mascolina, caso mai amazzone (Marion invece è un’indossatrice…). È un tipo umano che nella storia popolare di Francia ha un posto riconosciuto: «Elle aime à rire/ elle aime à boire» dicono canzoni e ballate che nei secoli parlano di «compagnonnage», di spirito libertino-libertario e insieme di valori. Ha alle spalle due divorzi, ha avuto una madre che per sfregio al marito si fece fotografare nuda su Playboy, ha ereditato una certa teatralità paterna, tipica di chi per un certo periodo girò con la benda nera sull’occhio rimasto guercio lasciando credere che fosse una ferita di guerra e non il risultato di una rissa… L’essere figlia del proprio tempo, ventenne quando venne giù il Muro di Berlino, le ha fatto capire che il Novecento delle ideologie si stava chiudendo e che il futuro politico non si sarebbe più identificato nella dicotomia destra-sinistra, ma in quella fra alto e basso, superficie e profondità, ovvero nomenklatura e popolo. Il suo laicismo non è teorico, ma pratico, non è figlio dei Lumi, ma della quotidianità, ed è temperato e insieme innervato da una passione nazionale che vede la storia di Francia come un unicum che ingloba in sé rivoluzioni e restaurazioni e dà in cambio quella «certa idea» di Paese che è memoria, stile, tradizioni, modo d’essere.

Ventiseienne, Marion ne è il completamento ed insieme il rovesciamento. Proprio perché nata quando le ideologie erano già morte, le è concesso un «engagement» intellettuale all’altra vietato, uno schematismo valoriale per l’altra impensabile. Ma basta guardare la regione di Francia dove ha trionfato, Provenza-Alpi-Costa Azzurra, per capire che non è il coté vandeano, cattolico-monarchico-reazionario, quello che le ha fatto fare il pieno di voti, ma il valore aggiunto della giovinezza e della bellezza in una realtà ricca ma in crisi, da anni segnata da una forte immigrazione mal gestita, delusa dalla politica politicante e dall’affarismo malavitoso che le sta intorno. Naturalmente, giovinezza e bellezza non bastano a fare un leader politico e Marion Le Pen lo sa benissimo. Buca il video perché è preparata, ha il sorriso e la battuta pronta, grande resistenza fisica in un corpo all’apparenza fragile.

Nell’insieme Marine&Marion funzionano come un panzer. Piacciono a un elettorato sempre più a disagio di fronte al sussiego spocchioso alla Valls, primo ministro, o alla Hidalgo, primo cittadino della capitale. Hanno cominciato a erodere l’intangibilità di quella gauche intellettuale, prettamente parigina (in Francia la cultura che conta e ha potere nasce e finisce a Parigi), che nei confronti del lepenismo variamente inteso non si è mai schiodata da un razzismo intellettuale cieco quanto isterico. Non è però quest’ultima, né, più in generale, la sinistra francese il loro nemico principale, ma l’altra destra para e/o post gaullista ritrovatasi ora ad essere il secondo partito. Qui, nel gioco delle identità, la conservatrice e algida Marion può mettere a frutto quelle doti di cui la movimentista e calda Marine è carente. Può rassicurare ed insieme dare una scossa, permette di illudersi su un cambio di passo generazionale, può persino tacitare quel capitalismo di Stato che giudica troppo sovversive le idee economico-sociali dell’altra. Zia e nipote tutto questo lo sanno benissimo, e del resto Marine disprezza Nicolas Sarkozy e Marion sa di essere meglio di Carla Bruni.

Fonte: Il Giornale