Ne parleremo forse ancora a lungo – per quanto la memoria corta sia uno dei nostri principali nemici –, dell’orribile massacro di Dacca della sera di venerdì scorso, primo di luglio. Ne parleremo, certo, anzitutto per i nostri nove connazionali uccisi. E’ un tributo pesantissimo che il nostro paese paga alla ferocia jihadista: e a pagarlo sono alcuni imprenditori che in alcuni casi erano lì da decenni e che hanno contribuito allo sviluppo di quel paese. Ma appunto ciò deve per forza obbligarci a porci alcune domande.

Le notizie giunte dal Bangladesh sono agghiaccianti: proprio per questo lo sbigottimento è inevitabile e l’indignazione sacrosanta. Ma né l’uno né l’altra ci dispensano dal cercar di capire quel che sta succedendo. Atti di efferata violenza come quelli delle insensate torture a colpi di arma da taglio inferte come evidente “punizione” per la non-conoscenza del Corano (a quel che pare anche nei confronti di non-musulmani: il che è assurdo dal momento che non si può confessare quel che s’ignora, oltre che ad essere mostruoso per lo stesso diritto musulmano) si spiegano solo in due modi: o il torturatore è un folle (e un fanatico può ben esserlo, in un certo senso: ma non in quello della mancanza d’intendere e di volere), oppure sta inviando un messaggio a qualcuno sulla base di un suo progetto tattico-strategico. In questo caso – fatto salvo qualunque altro movente legato alla crudeltà, al sadismo e così via – siamo dinanzi alla seconda ipotesi. Il tutto aggravato dal fatto che l’eccidio è stato perpetrato da guerriglieri sedicenti “religiosi” durante il sacro mese del Ramadan, il mese nel quale i buoni musulmani digiunano durante il giorno per provare sul proprio corpo le sofferenze dei poveri. Un mese durante il quale, oltre all’obbedienza al precetto divino, sono in primo piano la misericordia e la solidarietà. Siamo dinanzi a un’aberrazione totale, non a un “Islam mutante”. Sappiamo che sono solo calunnie quelle di chi denunzia la mancanza o la carenza di reazione, da parte del mondo musulmano nel suo complesso, dinanzi a quest’orrore. Le reazioni ci sono eccome: e numerose, e durissime. Eppure è vero che non bastano. E’ vero che a dispetto di tutto i jihadisti godono ancora, in fondo, di qualche forma d’indulgenza per i loro crimini anche presso musulmani buoni e giusti. Perché?

Le ragioni possono essere di due ordini: l’uno locale, connesso con la situazione specifica del Bangladesh e del clima nel quale in tale paese si è sviluppato il radicalismo islamista; l’altro generale, da collegarsi ai progetti dello Stato Islamico e all’evoluzione militare della sua presenza nel Vicino Oriente.
Quanto al Bangladesh, è noto che tale paese (il vecchio, glorioso Bengala) è una delle aree del settentrionale del subcontinente indiano – l’altra è il Pakistan – a schiacciante maggioranza musulmana dopo la scissione avvenuta nel 1948 all’interno della compagine indostana. Almeno dal XVI secolo, vale a dire dalla calata in India dei musulmani tartaro-persiani discendenti del conquistatore Tamerlano e dalla fondazione dell’impero “moghul”, islamici e induisti – e in special modo i raja e maharaja shivaiti, noti per la bellicosità e il valore guerriero – sono stati in quasi costante lotta tra loro. Nella dottrina teologico-giuridica musulmana, ebrei e cristiani sono, in quanto adoratori del Dio di Abramo ch’è Allah e detentori di una Sacra Scrittura, ahl al-Kitab, popoli del Libro: in quanto tali non possono essere costretti a convertirsi e, soggetti ma anche protetti in terra d’Islam (dar al-Islam), sono liberi di mantenere identità e tradizioni in cambio della corresponsione di certe tasse e dell’accettazione di qualche restrizione civile. La dottrina musulmana prescrive che solo i kafirun,gli idolatri, possano venir posti dai fedeli (come accadeva nell’Arabia dei primi tempi dell’Islam) dinanzi alla scelta tra il convertirsi e il venire sterminati. Ma in India, dove i cristiani – prevalentemente nestoriani fino a tempi recenti – sono pochi, i musulmani si sono confrontati appunto solo con politeisti idolatri, gli induisti appunto: e per giunta politeisti molto bellicosi. Ciò spiega la violenza abituale d’un affrontamento religioso che altrove, dove i musulmani hanno di fronte dei “fratelli in Abramo” cristiani, è stata fino a tempi recenti alquanto soft. Ma queste ragioni storiche sono sufficienti a spiegare l’accaduto? Per nulla. Il fatto è che il Bangladesh è, al tempo stesso, uno dei paesi a maggior tasso di sviluppo (è il secondo esportatore al mondo di prodotti di abbigliamento, con uno sviluppo annuo del PIL di oltre il 7%). Come fa notare Alberto Negri su “Il Sole” di stamattina, l’export di tessile e abbigliamento bengalesi è passato in quindici anni dal poco meno di 5 miliardi di dollari del 2001 a oltre 25 nel 2015. Si è parallelamente sviluppata nel paese una ricca e potente oligarchia imprenditoriale: nello stesso parlamento, fatto di 300 membri, almeno il 10% (una trentina) possiede delle fabbriche (ma in realtà sono di più, col sistema dei prestanome). Imprenditori e mediatori commerciali sono diventati sproporzionatamente ricchi, possiedono barche da diporto e mandano i figli a studiare in prestigiose università estere. Ma questo è il punto. Questi straricchi sono i “reppresentanti del popolo”, i garanti del suo sviluppo democratico e degli standards della sua modernizzazione all’occidentale. La stragrande maggioranza del popolo rappresentato da questi signori, però, è poverissima, e – continua Negri – “sopravvive con salari irrisori e un reddito medio pro capite annuo inferiore ai 2000 dollari” (circa 6 dollari al giorno, 180 al mese: anche se in Africa c’è di peggio…). Ma in realtà molti guadagnano meno: esistono operaie che lavorano 14 ore al giorno per 40 euro al mese. In queste condizioni, in altri tempi, si sarebbe sviluppato forse un forte movimento sociale: ma oggi le rivendicazioni dei diritti dei lavoratori sono ridotte a zero, e ciò è stato senza dubbio una grande vittoria del capitalismo internazionale e delle lobbies. Ma il prezzo che stiamo pagando per l’abnorme arricchimento di una minoranza è questo: il radicarsi di un sempre più forte e feroce jihadismo che dice di cercar la giustizia nel nome di Dio. Se c’illudiamo di batterlo solo con misure militari, ci sbagliamo. Ed è del tutto cretino ribattere che gli attentatori del primo luglio erano tutti di famiglia abbiente (con ciò sottintendendo che il movente sociale non ci sarebbe). E’ regola storica che le avanguardie rivoluzionarie appartengano spesso alle classi dirigenti: vi siete dimenticati dei principi Bakunin e dei principi Kropotkin della Russia zarista? Non avete mai sentito parlare della ribellione dei figli contro i padri? Non vi sembra che proprio la partecipazione di membri di strati sociali privilegiati (e allevati all’occidentale) a movimenti eversivi sia una prova in più del fatto che i “valori” occidentali stanno fallendo mentre la contraddizione tra le chiacchiere sulla pace e la libertà e la realtà dello sfruttamento dei popoli è sempre più stridente?
Quanto alla situazione generale, è evidente che negli ultimi mesi siamo entrati in una fase nuova della situazione vicino-orientale: l’ISIS perde colpi e vede sensibilmente ridotte le aree territoriali sotto il suo controllo, mentre quelli che fino a ieri erano i suoi quanto meno ridotti sostenitori e finanziatori – a cominciare dalla Turchia di Erdoğan – vanno mutando atteggiamento. Ora, l’attentato all’aeroporto di Istanbul e quindi la strage di Dacca sono risposte alla composita iniziativa nemica volta a infliggere al califfo un’offensiva che in fors’anche breve tempo sarebbe in grado di distruggere la sua compagine? Non si tratta di gesti isolati: siamo dinanzi a mosse che rispondono a un metodo, che intendono provocare una risposta, dura, magari addirittura isterica e sproporzionata, da parte soprattutto dell’Occidente: perché solo se l’Occidente risponde in modo violento e sanguinoso il califfo potrà rivolgersi al proletariato musulmano sunnita che costituisce la sua area virtuale di espansione del consenso presentandosi come l’autentico rappresentante della fede, ben più dei vari governi sunniti tiepidi o ambigui. E al regresso dell’ISIS in Oriente corrisponderà una crescita dell’inquinamento terroristico in Occidente.

Ma se a Istanbul le vittime sono state in maggioranza musulmane, a Dacca si è trattato di mirare al cuore dell’Occidente: colpire gli stranieri, che sono anche infedeli. E qui si è dimostrato con chiarezza che i militanti dell’ISIS non sono dei musulmani “mutanti”, ma dei veri e propri “soldati politici” di un’ideologia che di religioso ormai mantiene solo una lontana ispirazione formale.

Badate: qui non si tratta d’islamofilia e d’islamofobia, qui non è questione di “buonismo” e di “cattivismo”. Il punto è che i militanti islamisti non sono obiettivamente islamici: come hanno dimostrato più volte tagliando teste e bruciando vive le loro vittime, come si mostra bene nel film Timbuctu – purtroppo scomparso da grandi e piccoli schermi – dove i militanti del ijhad gridano di continuo “Allah akbar!” ma non pregano mai, non hanno mai il Corano tra le mani ed entrano nelle moschee con i loro scarponi chiodati ai piedi. Vogliono che l’intero Islam (un miliardo e seicento milioni di credenti in tutto il mondo) torni ad essere una sola umma sotto il loro califfo: ma non hanno scrupolo nell’attaccare e nell’uccidere degli inermi nella santa notte della festa per la fine del Ramadan; e addirittura torturano chi, non essendo musulmano, non conosce il Corano senza alcuna considerazione del fatto che i collegi sapienziali islamici di solito sconsigliano la lettura del Santo Libro ai non credenti e la maggior parte di essi tende addirittura a ritenere illegittime o comunque inadeguate le sue traduzioni in lingua differente da quella araba. Il califfo che caccia cristiani e yazidi dalle loro terre o li obbliga a convertirsi, o anche soltanto li sottomette a tributi arbitrari ed eccessivi, compie atti illegittimi ed espressamente vietati dal diritto musulmano.

Siamo pertanto dinanzi a un’ideologia della sopraffazione in nome della quale, fra l’altro, si commettono abusi e delitti ch’essa esplicitamente condanna. Ma la crisi d’identità religiosa e culturale nella quale l’Islam attualmente versa – in modo differente, ma non minore, rispetto alle altre fedi religiose – fa rischiare che questa grottesca e criminale caricatura dell’Islam faccia sempre più breccia specie ai livelli più poveri e disperati di un mondo ormai tragicamente segnato dalla sperequazione e dall’ingiustizia sociale. Sta al mondo musulmano sunnita eliminare l’ISIS: se lo fanno gli occidentali, magari con l’aiuto degli sciiti (come accade adesso in Iraq, con la collaborazione sistematica di statunitensi e milizie sciite), ciò sarà presentato dai protagonisti radicali come la prova di una guerra di religione contro di loro: ma sta a noi europei ed occidentali rafforzare in tutti i modi possibili la convivenza e la conoscenza possibile moltiplicando le occasioni d’incontro e di collaborazione, abbandonando le riserve dovute all’ignoranza e al pregiudizio. Ciò avverrà anzitutto e soprattutto nella scuola e nel mondo del lavoro: per questo l’istruzione e l’occupazione sono le prime armi contro il fanatismo. Ma il lavoro è difficile, il cammino da fare è lungo e gli ostacoli sono molti. Teniamo solo presente che quanto più l’ISIS perderà terreno nel Vicino Oriente, tanto più intensificherà gli attacchi terroristici ai quali è possibile rispondere solo in via preventiva, con l’attività di dialogo, l’infiltrazione e l’intelligence. Non illudiamoci. Questa non è una guerra di religione: è una guerra sociale, della quale è teatro tutto il mondo.

Ecco perché ha ragione chi ritiene che l’ISIS si stia di nuovo “al-qaedizzando”: perde terreno, certo, in Siria, in Iraq e in Libia, dove deve affrontare una massiccia controffensiva della quale fanno parte anche paesi i governi dei quali, in passato, hanno in un modo o nell’altro aiutato il califfo. Ora, egli ha compiuto la missione che i suoi protettori gli avevano affidato: destabilizzare del tutto il Vicino Oriente per favorirne una ridefinizione in termini di assetti e di confini. Vedremo quel che i vincitori occidentali e arabo-sunniti proporranno di fare quando il califfo sarà eliminato e lo stato islamico distrutto o modificato in modo da poter sopravvivere secondo le rinnovate esigenze di controllo. Ma non illudiamoci che ciò contribuisca a risolvere i problemi vicino-orientali: il problema israeliano-palestinese resterà là dove si trova ora, la fitna sunnito-sciita continuerà, così come il drenaggio delle ricchezze petrolifere da parte delle lobbies e dei petroemiri, mentre i popoli resteranno poveri. E le violenze continueranno, aggravate dal nuovo squilibrio successivo alla corsa allo sfruttamento dei nuovi giacimenti di petrolio e di metano sottomarini scoperti fra Cipro e le coste mediterraneo-orientali. Frattanto, l’ISIS-“al-Qaeda” intensificherà la sua presenza nel mondo sotto forma di nuclei terroristici che agiranno di sorpresa, moltiplicando gli attentati e gli eccidi. Finché l’ingiustizia e la sperequazione alimenteranno le file degli aspiranti guerriglieri del jihad, i nostri appelli alla “pace” e ai nostri “superiori valori” (quali, a parte quelli economici e finanziari?) saranno vani. Come vane saranno le pretese di fermare il flusso dei migranti dall’Africa, finché non accetteremo il fatto che una parte anche modesta dei profitti delle lobbies ivi presenti debba venir destinata allo sviluppo di quel continente. Il veterocolonialismo imperialista, retto da princìpi ch’erano anche politici, lo sapeva. Il neocolonialismo guidato dalle “ragioni” della finanza e del profitto lo ignora. Le conseguenze che saremo tutti costretti a pagare per questa cecità e questo egoismo delle oligarchie delle quali i politici occidentali sono divenuti “comitato d’affari” saranno sempre più pesanti.

Fonte: francocardini.it