Nuntio vobis gaudium magnum. San Vladimiro da Mosca, Czar Putin, ha finalmente perduto la pazienza. Ne aveva avuta fin troppa. Da mesi, spalleggiato soltanto da papa Francesco (ricordate lo splendido appello di papa Bergoglio all’Angelus del 1° settembre 2013, con la richiesta a tutti i cattolici d’una giornata di digiuno e di preghiera contro la ventilata aggressione francoinglese alla Siria?), andava ripetendo che la via per il ristabilimento d’un qualche equilibrio nel tormentato mondo vicino-orientale non era quella del pregiudiziale e unilaterale allontanamento dal suo ruolo del presidente Bashar el-Assad e che bisognava invece primariamente unirsi a livello di ONU per fermare il califfo al-Baghdadi e l’ISIS, dichiarati Nemici Internazionali Numero 1 e ai quali tuttavia si consentiva (e si continua a consentire) di spadroneggiare tra Iraq e Siria, di raccogliere attorno a sé adepti in Asia e in Africa e di portar avanti con energia ed efficacia – questo è il vero punto! – la fitna sunnita e la guerra contro i curdi, in un senso evidentemente gradito ad Arabia Saudita e a Turchia (e non solo a loro…).

Ma per un qualche arcano motivo, quel diritto di cacciare il naso nelle questioni vicino-orientali che si accorda a Francia, Inghilterra, Stati Uniti d’America e perfino a Canada e Australia (tutti paesi notoriamente confinanti con il Vicino Oriente…), e che si rimprovera pelosamente all’Iran di non fare abbastanza (eppure al-Rohani ha pur spiegato che una massiccia azione del suo paese è proprio quanto il califfo aspetta ed auspica, per poter blaterare dinanzi a tutti i sunniti incerti e perplessi del mondo che lui è uno shahid, una vittima designata degli eretici sciiti, quindi l’unico autentico campione della causa sunnita), si nega poi a Unione Sovietica che è pur presente massicciamente nell’area tra Mar Nero e Mar Caspio alla Siria contigua e che con la Siria vanta vecchissimi rapporti politici, diplomatici ed economico-commerciali. L’ISIS viene di fatto – o quanto meno è stata fino ad oggi – lasciata libera di spadroneggiare in territorio siriano e d’interagire con gli altri gruppi jihadisti come al-Nusra, la Turchia può mettere a punto raids aerei e terrestri che minacciano di fatto Kurdistan e Iran, la Francia di Hollande e dei suoi compagni di merende parigine “laici” e “democratici” Amis de la Syrie – quelli che a suo tempo plaudirono al rovesciamento di Gheddafi in Libia (con le conseguenze che sappiamo) e chiesero a gran voce che lo stesso si facesse nel loro paese – è libera di spedire i suoi mirages a bombardare il califfo, ma se ci vanno di mezzo anche reparti dell’esercito regolare siriano tanto meglio e se nella confusione si ammazzano anche un po’ di civili innocenti bambini compresi chissenefrega: ma la Russia no, al tandem russo-siriano (come dice il presidente Renzi, cfr. “La Repubblica”, 3.10.2015) non si può “appaltare Damasco”. Certo, Matteo ha ragione, “il problema va ben oltre la Siria. Non a caso abbiamo aderito all’invito di Obama di continuare a tenere le nostre truppe in Afghanistan”. Ma sta’ in campana, Renzi; anzi, stiamo in campana tutti. Appunto ieri la gloriosa aviazione della NATO, la coalizione alla quale anche noi apparteniamo, ha bombardato in piena notte un ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, nel nord del paese, non lontano dalla frontiera con Uzbekistan e Tajikistan. Il segretario generale dell’ONU Bank Ki-Moon ha condannato con fermezza (e allora?…) l’attacco; il segretario generale della NATO, Jeans Soltenberg (si chiama proprio così: nomen omen?) si è deto “profondamente rattristato” (bontà sua), ma gli alti comandi locali NATO e il governo afghano, dopo una prima fase confusionale – con le solite scuse: delicatezza vuole che i sinceri democratici, quando ammazzano, chiedano scusa: mica come i nazisti, i comunisti e i fondamentalisti musulmani, razza di gentaccia maleducata.. -, messi alle strette dalla direzione dell’ospedale la quale ha fornito le prove che i militari erano stati avvertiti di quanto avveniva e dell’”errore”, hanno sostenuto che l’ospedale da campo era un obiettivo militare in quanto vi si erano asserragliati dai 10 ai 15 terroristi. Bilancio (per ora): almeno 19 morti fra cui 3 bambini (12 pazienti e 7 infermieri: a quel che sembra, nemmeno un terrorista…vedrete che qualcuno finirà col sostenere che i “terroristi” si sono fatti scudo dei pazienti e dei bambini), più 37 feriti e molte decine di dispersi (il “Daily Telegraph” parla però di almeno 50 morti, per ora). Afghanistan: una “guerra dimenticata” dove però il “fuoco amico” seguita a imperversare e i “danni collaterali” abbondano. La NATO ha quasi ultimato sulla carta il piano di ritiro dall’Afghanistan: ma vi mantiene ancora 13.000 soldati, dei quali 10.000 americani. Che facciamo, presidente Renzi, gliene mandiamo ancora un po’ dei nostri a spalleggiare i bombardatori delle ONG?

Ma in Siria, dopo i mirages della Francia che, paese membro dell’ONU, bombarda l’esercito regolare della Siria, anch’essa rappresentata dall’ONU (in altri termini, quando c’era ancora uno straccio di diritto internazionale, questo sarebbe stato un casus belli) ora arrivano i Soukhoï-34 i quali – “a sostegno di Assad”, avverte la stampa francese e statunitense alla quale la nostra fa pappagallesca eco – bombardano le postazioni ISIS. E puntuale arriva la dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Turchia, Qatar e Arabia Saudita, dove si denunzia che gli aerei russi hanno colpito anche obiettivi dell’opposizione armata siriana nonché la popolazione civile. Evidentemente, si azzarda che il monopolio dei “danni collaterali” spetti alla sola NATO. I firmatari parlano di “nuova escalation” (come se non fossero stati i mirages francesi ad avviarla, pochi giorni fa). Ma i russi hanno buon gioco nel replicare di aver colpito finalmente Raqqa, la roccaforte dell’ISIS, e l’area di Idlib, dove il califfo non ha posizioni ma ci sono quelli di al-Nusra, che vengono considerati il braccio siriano di al-Qaeda. E’ evidente che Putin tiene molto anche alla base navale di al-Tartus, prestigioso affaccio russo sul Mediterraneo orientale. E allora? La Russia, che ha già una sia pur remota base navale mediterranea in Crimea, va considerata forse meno “extramediterranea” degli Stati Uniti d’America?

Certo, ci sono altre questioni in ballo. Dici Russia e Siria, e pensi anche Russia e Caucaso (vi siete già dimenticati il pasticcio georgiano), e ovviamente Russia e Ucraina. La nuova Guerra Fredda, che sta diventando – attenzione! – piuttosto tiepida (o, com’è più chick definirla, “a bassa intensità”) ha nell’affaire siriano uno dei suoi vertici in quanto la Russia, insieme con l’Iran, ritiene che Assad e tutto quel che rappresenta – i suoi sostenitori che non sono pochi, il mondo alawita, tutte le Chiesa cristiane di Siria – non possa essere aprioristicamente escluso dal tavolo dei negoziati sul futuro del paese che ha per molti anni governato per quanto non se ne neghino alcune pesanti responsabilità (ma non è certo l’unico ad aver risposto con la repressione alla “primavera araba”: molti governi arabi “moderati” e “filoccidentali” sono in sua buona compagnia). Il governo francese, ispirato appunto dagli Amis de la Syrie, è di avviso diverso: un altro suo ben noto rappresentante, Fabius, sostiene intervistato da “Le Monde” che “La lotta contro il terrorismo non deve servire da pretesto per rimettere in sella Assad” (dal che si evince che l’immobilismo contro il califfo, che finora si è registrato, “serviva” in realtà – fra l’altro – a rovesciare il rais di Damasco: così come serviva a indebolire i curdi con gran gioia del turco Erdoğan). Da tempo Parigi ha sentenziato aprioristicamente che pregiudiziale misura per avviare i negoziati a favore di una Siria “libera e unita” sia escludere Assad dalle trattative. Come se Assad, nel bene e nel male, non rappresentasse una parte di quel paese che pur si vorrebbe unificare e pacificare.

Con tali premesse è del tutto comprensibile che il presidente Obama (che pure non è il peggiore tra i leader mondiali, nel desolante schieramento che ci si offre oggi dinanzi) parli, a proposito dei russi, di “raids dannosi” e di quella di Putin come di una “politica disastrosa”. Con tutto il pasticcio che da un quarto di secolo il felice Occidente, America in testa, sta combinando tra Balcani, Vicino Oriente e Afghanistan, ci vuole un bel coraggio. Ma sorge il dubbio che la sfuriata di Obama – che negli ultimi tempi, contrariamente alla sua indole prudente, sembra essersi appiattito sulle posizioni dell’Eliseo a proposito di Assad – sia la risposta maldestra all’abilissima performance del ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov il 1° ottobre scorso al Palazzo di Vetro. In effetti, il diplomatico non solo ha rivendicato la correttezza delle forze armate del suo paese nel colpire solo i terroristi, ma ha indirettamente confermato i malumori espressi dal congresso statunitense in quanto i russi avrebbero colpito, fra l’altro, alcune posizioni presso Homs dei terroristi siriani oppositori di Assad e addestrati dalla CIA (cosa della quale i parlamentari americani si lamentano addossando la responsabilità al loro presidente).

La dichiarazione di Lavrov è stata esemplare per chiarezza: da tempo americani, francesi, australiani e canadesi bombardano in Siria senza informare nessuno dei loro obiettivi, e ciò non sembra aver causato alcun danno apprezzabile all’ISIS; gli attacchi russi sono coordinati con i siriani lealisti, con i curdi, con i governi irakeno e iraniano; obiettivo russo è attaccare il califfato, cioè il medesimo che è o dovrebbe essere quello di una coalizione che fino ad oggi si è mostrata incapace e/o inefficiente; la proposta russa all’ONU si fonda sulla costituzione di un tavolo di trattative che includa tutti coloro che sono minacciati dal terrorismo dell’ISIS, nessuno escluso (quindi nemmeno la Free Sirian Army, braccio militare della Sirian Nationale Coalition guidata da Kaled Khoja e duramente avversa ad Assad). Ma il generale statunitense John Allen non crede alla buonafede sovietica: il fatto è che è stato proprio lui a guidare il maldestro addestramento dei guerriglieri fondamentalisti schierati contro Assad. Un pulpito poco adatto per far prediche.

Certo, la soluzione al problema siriano non dev’esser militare, bensì politica. Il fatto è che comunque il “problema siriano” è parte del quadro di destabilizzazione del Vicino Oriente: la sola questione non dev’essere appiattito sulla sola questione del destino di Assad. E comunque, sotto il profilo militare, l’ISIS non si può sconfiggere solo con i raids aerei: bisogna affrontarla sul terreno, con truppe di terra, che nessun governo occidentale è disposto a fornire. Al riguardo l’idea dell’ammiraglio Di Paola, ex ministro della difesa del governo Monti, è che i contingenti di terra dovrebbero essere forniti da Iran, Turchia e Arabia Saudita: un parere talmente privo di rapporti con la realtà che si commenta da solo. In fondo, la questione è sillogistica: l’ISIS dovrebbe essere attaccata da forze di terra unicamente sunnite, per evitare che il califfo si atteggi a vittima della violenza dei “crociati” occidentali” e degli “eretici” sciiti tra loro alleati contro di lui; ma i paesi sunniti che potrebbero attaccarlo – Turchia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania – mostrano di non averne alcuna intenzione; ergo, l’ISIS è una forza ideata per condurre avanti la fitna antisciita voluta dalle potenze sunnite vicinorientali ed esse sono sostanzialmente le sue alleate.

Fonte: francocardini.it