La testa cominciò a farcela girare all’inizio degli anni Settanta e per un decennio e passa non ci fu verso che noi italiani guardassimo da un’altra parte. I film si chiamavano Il merlo maschio, Malizia, Sesso e volentieri, Mio Dio come sono caduta in basso, Peccato veniale, Divina creatura, Casta e pura e Laura Antonelli, li riempiva di una fisicità carnale, esuberante eppure malinconica, come se avesse qualcosa da farsi perdonare, o come se sapesse in anticipo che poi l’avrebbe pagata cara, una bellezza finita in mortificazione del corpo e dello spirito, l’erotismo come una colpa da espiare. C’erano altre attrici sexy all’epoca, così come attrici più belle e più brave, ma lei aveva un qualcosa di unico e che incantava, lo stupore di chi scopre di essere desiderata quando invece quello che vorrebbe sarebbe essere lasciata in pace…

Era nata a Pola nel 1941 e, bambina, aveva sofferto di quell’esodo che a conflitto finito fece degli italiani della sponda orientale adriatica cittadini di serie B, da dimenticare più che da aiutare, un caricarli delle colpe di una guerra fascista perduta facendo finta che la nuova Italia ufficiale nata dalla Resistenza l’avesse invece vinta. Scrissi una volta, frettolosamente e sbadatamente, che c’era in lei un fondo “slavo” e giustamente molti lettori dalmati e istriani mi rimproverarono: ma che slava e slava, italiana era, come Alida Valli, Sylva Koscina, Femi Benussi, le altre tre bellissime grazie di quelle terre infelici. Eppure, in quel suo fidarsi di tutti, in quel suo lasciarsi andare, c’era un non so che di orientale che è proprio di chi dal dramma non riesce mai a passare alla tragedia, ma resta sempre in quella via di mezzo dove si soffre, certo, si soffre come delle bestie, ma rimane sempre un che di grottesco, involontario, come no, eppure reale… Non so più chi disse una volta che i più napoletani di tutti sono i russi, e credo sia una verità.

«Un volto d’angelo su un corpo da peccatrice» hanno scritto di lei quando era la regina di cuori e la regina degli incassi del cinema italiano, il duplice decennio dei Settanta e degli Ottanta. Viveva in un superattico in via di Campo Marzio, il centro del centro di Roma, fra vestaglie di raso rosa, sorriso di velluto, un matrimonio sbagliato, molti flirt e un amore con Jean Paul Belmondo che era tutto uno straziami, ma di baci saziami…

È morta d’infarto nella sua casa di Ladispoli, due camere e cucina. L’ha trovata al mattino la badante, perché Laura aveva settantatré anni e già tanti anni fa aveva fatto sapere che «la Antonelli non esiste più», il lento declino che si era accompagnato a una condanna assurda per spaccio di droga, tramutatasi poi in assoluzione fra processi e richieste di risarcimento; un intervento estetico che le aveva sfigurato il volto; disagi psichici che l’avevano vista preda di un prete congolese, di una guaritrice laziale, esorcismi, amuleti, «circonvenzione di incapace»…

Era senza malizia, Laura Antonelli. E non era materia da Viale del tramonto. Di suo non sarebbe stata in grado di fare del male a nessuno. Ma a un certo punto la paura di invecchiare, la cupidigia dei produttori, l’ansia distruttiva dei falsi amici, il telefono che non suonava più come un tempo, la paranoia di chi, arrivata a cinquant’anni, fra un film e l’altro vedeva sempre più allungarsi i giorni, fecero da combinato disposto di una decadenza trasformatasi in débâcle . Non ne uscì più, si lasciò andare a fondo.

Strano, ma vero, la sua carriera decollò che aveva già trent’anni. Prima c’era stata un’insegnante di educazione fisica al liceo artistico di via Ripetta, alcuni caroselli e qualche fotoromanzo, piccoli ruoli in film che però già indicavano un percorso: Il magnifico cornuto , Le sedicenni … Per tutti, resta la cameriera, casalinga e sensuale, di Malizia , anno di grazia 1973, dove a desiderarla erano padre e figlio, il maturo e libidinoso Turi Ferro, l’adolescente in fregola Alessandro Momo. Fu campione di incassi, sei miliardi di lire, le fece vincere il David di Donatello come migliore attrice protagonista e il Globo d’oro come migliore attrice rivelazione. Da un cachet di quattro milioni, passò di colpo a uno di cento. Nel 1977 Luchino Visconti la volle nell’ Innocente , nel 1982, con Passione d’amore di Ettore Scola, fu di nuova candidata al David come migliore attrice non protagonista, lavorò a fianco di Alberto Sordi nel Malato immaginario e nell’ Avaro , il nudo integrale di sette minuti in Divina creatura di Giuseppe Patroni Griffi fece fare la fila nei cinema…

A suo modo, è stata l’icona di una certa Italia che cercava di esorcizzare terrorismo e crisi economica con una trasgressione in cui il peccato era veniale, non faceva soffrire, aveva un sapore domestico, vestagliette e calze smagliate, fantesche e signorini, signore bene e carnali distrazioni prima del rientro nei ranghi della rispettabilità borghese. Come dicevamo all’inizio, sullo schermo lei cedeva e si concedeva quasi fosse un atto di misericordia, un venire incontro al desiderio per evitare la sofferenza di ogni passione respinta, uno spegnere un incendio che, sua sponte, non si sarebbe mai acceso. Si è bruciata così, senza volerlo, e la cenere di un sogno è oggi quel che resta.

Fonte: Il Giornale