Caro Direttore, 
l’ultimo caso è stato giorni fa in una scuola materna del quartiere Trieste di Roma. Aboliamo la festa della mamma e la festa del papà per non ferire i bambini che vivono in famiglie diverse o allargate o che hanno perso i genitori. Sarebbe come abolire l’educazione fisica in classe per non ferire l’alunno disabile. E poi, aboliamo il riferimento al padre e alla madre per sostituirli con definizioni più neutre e polivalenti come genitore uno e genitore due. E ancora, aboliamo il presepe o la festa pasquale per non urtare la sensibilità di chi non è cristiano. Aboliamo i crocefissi nei luoghi pubblici per una malintesa laicità che cancella radici, identità e provenienza. L’elenco potrebbe continuare a lungo. 

È l’orientamento prevalente per tutelare le diversità nella scuola e nella società, nelle coppie e nell’accoglienza, tra i bambini e tra le religioni. Questo codice di vita è definitopolitically correct e si unisce a un galateo lessicale, tra parole che si possono dire e altre che sono vietate, se non ricorrendo a giri di parole sul tipo del “diversamente abile”. L’ultimo grottesco caso ha riguardato l’altro giorno i campi rom. Salvini ha detto che vanno rasi al suolo, la Presidente Boldrini si è indignata per l’espressione “inquietante” ma ha poi chiesto la stessa cosa, di chiudere i campi rom. La contesa era dunque solo sul verbo usato: da una parte c’era il gergo dell’autenticità nella sua brutale rozzezza e dall’altra il frasario ipocrita del politically correct

Ma la questione vera sul come procedere dopo è stata elusa. Chi non si riconosce in questo codice e nella sua retorica viene squalificato come sessista o razzista, omofobo o integralista (deplorato se tiene alle tradizioni nostrane, tollerato se invece proviene da altre tradizioni). Non intendo rovesciare il criterio e liquidare con definizioni altrettanto squalificanti chi aderisce a questo catechismo correttivo. E non intendo nemmeno porre la questione in termini confessionali, come una difesa della fede cristiana. Intendo porre un problema che investe la libertà, la comunità, la civiltà e la legittimità di esprimere sensibilità divergenti, senza cadere in alcuna accusa di fobia. 


Esiste una cultura egemone che domina nei media e che pervade le scuole e le università, fondata su quei canoni ideologici. E che costituisce oggi l’unico punto di coesione delle culture politiche e civili radical o di sinistra. Annovera svariati testimonial, anche nelle istituzioni, a partire dalla già citata presidente Boldrini. Perché non esiste, o almeno non è visibile, una cultura civile e politica che promuova e tuteli il valore personale e comunitario della famiglia, della religione, delle consuetudini e delle tradizioni nostrane? Perché ciò che è stata comune visione e pratica di vita condivisa per secoli o per millenni, che ha legato generazioni, viene di colpo rimossa, perfino vietata, senza che ci sia una cultura o una figura istituzionale o autorevole che ne difenda gli usi e ne motivi le ragioni? Perché dovremmo decretare a priori la superiorità etica e culturale del presente sulla storia e l’esperienza dei secoli, il primato assoluto dell’attuale generazione su tutte le generazioni, passate e future, senza possibili obiezioni? Perché dovremmo lasciare all’integralismo fanatico o al rozzo basic istinct la difesa di questi modi di vita fondati sulla realtà civile e naturale? Su quei punti, quelle usanze, quelle (condi)visioni regge il legame comunitario; se crolla, cosa può unire una società in preda agli egoismi liberati? Sono temi che riguardano la vita e la morte, l’amore e la malattia, i rapporti interpersonali e la bioetica, fino all’ideologia del gender.  


Il problema ha anche una precisa ricaduta politica. Oggi c’è un diffuso fronte del politically correct che pervade gran parte del Partito di maggioranza, ad eccezione della minoranza catto-democratica, più la sinistra sparsa e l’ala libertaria del centro-destra. Ma non c’è – oltre Salvini e con maggior sobrietà e minore efficacia la piccola destra della Meloni – chi rappresenti su questi temi quel largo e profondo sentire. Soprattutto dopo la deriva anarcoide e tardo-libertaria di Forza Italia (è la pascalizzazione dell’ultimo berlusconismo). Certo, c’è la Chiesa, c’è il Papa, c’è la Conferenza episcopale. Ma da un verso manca una cultura civile, laica, che traduca quel sentire in termini di civiltà e non solo confessionale. E dall’altro verso la Chiesa stessa risulta spesso irretita nella retorica dell’accoglienza che le impone di non considerare gli effetti reali e civili di certe aperture morali e umanitarie. 

Non è in gioco alcuna dichiarazione d’ostilità verso chi segue orientamenti culturali, sessuali e religiosi diversi; è in gioco invece la salvaguardia di principi, strutture basilari e orientamenti di vita che esprimono il legame comunitario. Perché ci si deve vergognare e nascondersi nell’esprimere il primato della famiglia, il rispetto delle religioni a partire dalla propria, l’amore per le tradizioni ereditate? La domanda vaga nei cieli senza trovare dimora.

Fonte: Il Corriere della Sera