La sentenza con cui il Tribunale arbitrale dell’Aia non riconosce alla Cina la sovranità sul banco di Scarborough nelle isole Spratly, al largo delle Filippine, non cambierà la linea politica di Pechino. La Repubblica Popolare non smetterà di rivendicare, contro i Paesi della regione, quasi tutti gli arcipelaghi del Mare Cinese meridionale. Continuerà a perlustrare le isole con le sue navi, ad allargare quelle più piccole con colate di cemento e, se possibile, a costruirvi aeroporti.
Si dice che queste zone marittime siano ricche di petrolio e che la Cina non voglia rinunciare a una importante risorsa naturale; ma vi sono stati momenti in cui le sue rivendicazioni, nelle dispute con le Filippine, il Giappone, la Malaysia e il Vietnam, sono state meno insistenti e bellicose. Esiste quindi una ragione politica per cui questi arcipelaghi siano oggi più importanti del passato?

Esiste ed è, probabilmente, la morte del comunismo. La Repubblica si chiama ancora Popolare, è sempre governata da un partito comunista e stampa moneta su cui è riprodotto il volto di Mao Zedong, il Grande Timoniere. Ma da molti anni ormai ha smesso di giustificare la dittatura del partito unico con i classici argomenti degli eredi di Marx e di Engels.
Non è iscritto sul suo stemma nazionale, ma il motto della Cina d’oggi è quello dell’invito rivolto da François Guizot ai francesi di Luigi Filippo e ripreso da Deng Xiaoping nel corso di una famosa ispezione a Shenzhen, nei pressi di Hong Kong, il 18 gennaio, 1992: arricchitevi. Peccato che arricchirsi sia diventato oggi meno facile di quanto fosse negli anni in cui il Prodotto interno lordo della Repubblica Popolare cresceva ogni anno di una percentuale superiore al 10%. Il Paese ha attraversato in questi ultimi anni una lunga fase in cui la crescita del Pil è stata molto più modesta, le rivendicazioni salariali sono diventate più frequenti, molti villaggi sono insorti contro l’esproprio delle terre coltivabili e gli scandali hanno rivelato l’esistenza di una classe politica sfacciatamente corrotta. Xi Jinping, segretario generale del partito e presidente della Repubblica Popolare, lo sa e ha colpito duramente alcuni esponenti della gerarchia del regime. Ma non sappiamo quanto le sue purghe abbiano inciso sulla diffusione del fenomeno.
In questa situazione il nazionalismo, mai veramente scomparso, è diventato il surrogato del comunismo, il solo collante che possa tenere insieme questo sterminato Paese. Come ogni nazionalismo anche quello cinese vive di antiche glorie, ricordi dolorosi, ingiustizie subite e umiliazioni sofferte.
Le carte geografiche, nelle aule delle scuole cinesi, rappresentano l’Impero cinese al punto massimo del suo sviluppo. I testi scolastici ricordano le ingiuste guerre dell’oppio scatenate dalla perfida Inghilterra contro il debole Stato cinese, le concessioni con cui le potenze europee si appropriarono dei porti più importanti, i massacri giapponesi di Nanchino nel dicembre 1937. E le isole, benché lungamente trascurate da tutti, ricordano gli anni in cui i mari della Cina erano percorsi soltanto da flotte straniere.
Non è probabile che la Cina, in questo momento, ricerchi deliberatamente l’occasione di un conflitto. Nei suoi rapporti con gli Stati Uniti, con il Giappone e con Taiwan ha sempre fatto, al momento opportuno, un passo indietro. Ma converrà ricordare che esiste un rapporto fra la politica estera della Cina e le sue condizioni economiche e sociali. Speriamo che i cinesi continuino ad arricchirsi.

Fonte: Corriere della Sera