Un pezzo di ragazza – una sventola – avanza tagliando in diagonale la Piazza Rossa, a Mosca. Le sue gambe svettano al passo – giusto metafora – come lo Sputnik e lei è definitivamente “siderale”. Come nelle pagine di Pitigrilli: una bionda siderale. Cammina, dunque, la ragazza. Si trascina, come fossero grappoli pronti alla pigiatura, gli sguardi degli uomini quando nel bel mezzo del pavé, tra la gente che le sta intorno, incurante di tutti, cade in ginocchio. Lo dico meglio: s’inginocchia. Verso una precisa direzione. Si segna nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo e posa sul proprio capo un fazzoletto. Si rialza –svelando un’agilità notevole nonostante la minigonna, stretta – e ripete la stessa scena per altre due volte. L’ultima, ai piedi della cattedrale della Madonna di Kazan. Ecco, la ragazza – pur nella sfrontata avvenenza – è la rappresentazione più sincera della Chiesa Ortodossa e di Santa Madre Russia.

La religione, tra gli asiatici, non è –come in Occidente – l’oppio di un’umanità ordinaria estromessa dalla voga corrente. E quando Papa Bergoglio, come a Cuba, ha incontrato il Patriarca Kirill, ha potuto portare con il suo personale successo, la sua disperazione, e dunque l’eco – mai sopita – di una constatazione: “Il ventre della vita consacrata è sterile”. La religione, infatti, nel nostro orizzonte è relegata tra le care cose di dubbio gusto, buone per arredare l’esistenza di vecchie zie e nonnine. Uno degli spaventi più angoscianti, perfino nelle “famiglie tradizionali”, è quello di ritrovarsi un figlio prete. E disperazione è la parola usata dallo stesso Pontefice di Roma – all’inizio di questo febbraio – nell’udienza concessa ai sacerdoti e ai religiosi e alle suore provenienti da conventi sempre più vuoti. La religione, tra gli asiatici – e tali sono i russi – non è una consuetudine. La religione –come tra gli atamani, così tra i cosmonauti – è un abito mentale. Lo dico meglio: un abito carnale, tutto di Spirito Russo – Russentum – il carattere che non ha mai smesso di forgiare la più potente delle disobbedienze: il no allo Spirito del Tempo se cento milioni di russi, infine, in 70 anni di ateismo totalitario, hanno affrontato il martirio per custodire una fede che nessuna etica ha potuto ridurre in schitarrata sull’altare.

Aleksandr Solgenitsin, nel 2003, ogni santa sera – dalla tivù di Mosca – ne raccontava una, tra cento milioni, di queste vite. Lo aveva anche scritto nel suo Arcipelago Gulag: “La peccaminosa Chiesa ortodossa ha nonostante tutto allevato figli degni dei primi secoli della cristianità; convogli e fosse comuni, chi li conterà quei milioni?”. Una prova, la morte, cui non si sono sottratti –in tutto il perimetro di spazio e di tempo dell’Unione sovietica – gli altri che sono fuori da questa contabilità: i musulmani, russi nell’identità del Russentum questi, tanto quanto i devoti di San Nicola. Crolla l’Urss e le telecamere dei nostri Tigì mostrano i moscoviti, finalmente liberi, nelle chiese. Crolla la DDR e i tedeschi de ll’Est, finalmente liberi, sono già in fila davanti al porno shop. E’ il 2016, e a Mosca, una ragazza – degna figlia di quei cento milioni di martiri – sfodera le gambe e vela il proprio capo. Senza necessità di schitarrare.

Fonte: Il Fatto Quotidiano