Articolo pubblicato nel 2012

Indipendentemente dagli esiti e dal successo delle intese politiche in Grecia, l’ultimo fine settimana sarà ricordato per la fine del tabù dell’«inconcepibile» uscita dall’euro. Fino a ieri ci avevano fatto credere che abbandonare la moneta unica era impossibile, adesso invece l’Europa si è svegliata, scoprendo che la cosa si può fare, anzi, sentendo i massimi responsabili dell’economia tedesca, sembra che la mano verso la Grecia sia più tesa per spingere che per trattenere. Anche i commentatori ormai hanno alzato bandiera bianca e la parola «impossibile» man mano sparisce, sostituita da improbabili «conti» sul costo del ritorno alla dracma. Possibile che nessuno avverta il senso della presa in giro? La differenza è sostanziale. Volare sbattendo le braccia è «impossibile», comperare un biglietto aereo può essere più o meno costoso, ma l’esborso è una scelta. Ebbene, questa scelta è stata finora negata a tutti, dai greci agli italiani, fino agli stessi tedeschi, sempre di fronte al dogma dell’indissolubilità della moneta unica. Si tratta di una responsabilità politica gravissima, perché togliere dal novero delle scelte una decisione così fondamentale per il destino dei popoli, mette in burla tutto il dibattito sulle riforme, declassandolo a una scelta della tappezzeria quando, la vera questione, era se traslocare o meno. Sarà stato un caso, ma finché le banche europee (tedesche e francesi in primis) erano in difficoltà e piene di titoli di Stato greci, non si doveva nemmeno parlare di un ritorno alla dracma.

Parimenti, finché il governo italiano era in mano a un personaggio imprevedibile come Silvio Berlusconi, che avrebbe anche potuto smettere di stare al gioco tedesco, il dogma teneva. Così, invece di responsabilizzare i cittadini con una scelta, si è utilizzata la Grecia come una cavia da laboratorio. Gli stessi che si indignano per i cagnolini usati per i test non hanno battuto ciglio nel vedere milioni di persone utilizzate per provare teorie economiche strampalate. Dove sono oggi quelli che, nell’imporre assurde misure recessive alla Grecia, dicevano che grazie a quella cura si sarebbe «riguadagnata la fiducia dei mercati»? Semplice, sono sempre ai loro posti e continuano a pontificare come se nulla fosse successo. La cavia greca, invece, è stata messa sul tavolo degli esperimenti e adesso, che dovrebbe ricevere gli aiuti, nessuno più la vuole: magicamente la porta sbarrata dell’uscita dal laboratorio si spalanca e andarsene diventa una scelta possibile. Ormai ai greci converrebbe stare dove sono e incassare i finanziamenti promessi (pagati anche da noi). La caduta del tabù dell’euro dovrebbe, però, essere soprattutto discussa negli altri Stati dove la situazione non è ancora così compromessa, in primis in Italia, finita nel caso non ce ne fossimo accorti sullo stesso tavolo da esperimenti usato per la Grecia seppur (bontà di Mario Draghi) inondati dall’anestetico dei prestiti della Bce. Gli studi sui costi di una secessione sono viziati da un errore basilare: si focalizzano sulle conseguenze negative, come se il punto di partenza fosse una situazione ottimale e pre-crisi. È fuorviante ipotizzare, ad esempio, i costi di una fuga di capitali se non si prende atto che essa è già largamente avvenuta e fotografata dall’ormai famoso spread. Si teme per i depositi nelle banche? Si potrebbero studiare modalità di conversione che li mantengano inalterati come i depositi in valuta. Si teme per l’import di energia? La componente fiscale di questa voce è talmente elevata che ogni costo aggiuntivo potrebbe essere ammortizzato riducendo le accise. Insomma, basta prendere atto che l’impossibile non è più tale e vi sono dei semplici pro e contro. Se ne discuta e si scelga.

Fonte: Il Giornale