La tomba di Ibn Tamiyyah, il teologo sunnita morto nel 14° secolo, ispiratore di gran parte dei movimenti integralisti contemporanei, si trova a Damasco. E’ singolare ma significativo che nella Siria di oggi il suo sepolcro sia ridotto a una lapide sbreccata, quasi illeggibile tra l’erba alta e gli sterpi. Questo voluto stato di abbandono, agli occhi dei sunniti, è un simbolo evidente dell’empietà del regime di Damasco, una delle tante ragioni profonde per cui i jihadisti anti-Assad vogliono eliminare il clan degli alauiti.

E’ qui che bisogna venire per rintracciare le radici del jihadismo contemporaneo, diventata un’ideologia globale dal mondo musulmano al cuore dell’Europa. La fine dell’Impero ottomano e la dissoluzione dopo la prima guerra mondiale del Califfato da parte di Mustafa Kemal Ataturk aprono una crisi nel mondo musulmano: la prima risposta islamica è la creazione del 1928 in Egitto da parte di Hassan al Banna dei Fratelli Musulmani.

L’Islam, dice Al Banna, è un ordine superiore e totalizzante che deve regnare incontrastato sulle società musulmane perché è al tempo stesso “dogma e culto, patria e nazionalità, religione e Stato, spiritualità e azione, Corano e spada”.
L’obiettivo di Al Banna, di cui incontrai al Cairo l’anzianissimo fratello prima della rivolta contro Mubarak nel 2011, è imporre la supremazia della sharia, la legge islamica, con un processo di integrazione tra gli stati islamici che deve sfociare nell’abolizione delle frontiere e nella proclamazione del Califfato. Tracciata la strada il movimento degli Ikwan, i Fratelli, incontra però mille difficoltà tra cui la reprwssione di Gamal Abdel Nasser che giustizia uno degli intellettuali della confraternita, Sayed Qotb. Qotb incitava i musulmani militanti a separarsi dalle società empie, a liberarsi del materialismo occidentale e creare la loro società per poi lanciarsi alla conquista del mondo con un Jihad integrale. Qui sono le basi del jihadismo contemporaneo. Ma militanti e intellettuali jihadisti non sono ulema, cioè dei religiosi, e hanno bisogno di una legittimazione: per questo ricorrono ai riferimenti classici e in particolare agli scritti di Ibn Taymiyya, giurista e teologo (1263-1328).

Taymiyya viene citato a piene mani nei comunicati dei gruppi jihadisti per giustificare la guerra santa agli sciiti e agli alauiti, oltre che naturalmente a tutti gli altri miscredenti. Tutto questo però non sarebbe bastato a fare del jihadismo un’ideologia vincente se non ci fosse stata l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979.
La vittoria dei mujaheddin sull’Armata Rossa, sponsorizzata dagli Stati Uniti con il sostegno del Pakistan, è resa possibile dai petrodollari dell’Arabia Saudita che impone l’ortodossia del wahabismo, l’ideologia fondante del regno dei Saud. Il suo fondatore, Mohammed Ibn Abd al Wahab (1703-1792), era un predicatore intransigente che considerava l’unica vera religione della profeta Maometto e degli antenati, gli “al salaf al salih”, da cui viene il temine Salafismo.
Per Wahab l’unica salvezza è il ritorno all’unicità divina, al Tawhid, eponimo dei movimenti jihadisti.
Tutti quelli che non aderiscono a questo dogma sono definiti ipocriti, eretici o miscredenti: vengono quindi proibite dottrine e pratiche del sufismo, dal culto dei santi ai pellegrinaggi non canonici. Il vero monoteista deve uniformarsi alla sharia che deve essere applicata alla lettera, in particolare le punizioni corporali.
E’ questa l’ideologia di Al Qaeda che poi è passata allo Stato Islamico di Abu Omar al Baghdadi che a differenza dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden è riuscita a conquistare un ampio territorio tra Iraq e Siria dove il 29 giugno 2014 ha proclamato a Mosul il Califfato, simbolo politico e religioso dell’epoca d’oro dell’Islam.
Forti di questa linea ideologica, del progetto di Al Banna a quello di Qotb, dei riferimenti ai teologi medioevali all’ortodossia radicale wahabita, i jihadisti non potevano tollerare sciiti, alauiti, minoranze di ogni genere o anche i regimi sunniti tiepidamente religiosi o addirittura laici e secolaristi. Questa è la battaglia dentro l’islam che ci riguarda da vicino.

Fonte: Il Sole 24 Ore