Quella tra l’Italia e l’Iran è una lunga storia d’amore e di interesse. Dai tempi di Marco Polo che sedusse una principessa iraniana per portarla in sposa all’imperatore della Cina, fino alla grande foto di Enrico Mattei dai riverberi color seppia che ancora sorride negli uffici di Teheran della Nioc, la compagnia petrolifera di Stato. Come raccontano i libri di storia iraniani il presidente dell’Eni, considerato un eroe da affiancare al primo ministro Mossadeq, voleva fare concorrenza alle Sette Sorelle. Mossadeq nazionalizzò il petrolio e fu sbalzato dal potere nel ’53 da un colpo di stato anglo-americano, Mattei morì in un misterioso incidente aereo qualche anno dopo. Il patron dell’Eni favorì persino il fidanzamento tra lo Shah Mohammed Reza Pahlevi e Maria Gabriella di Savoia ma questo grandioso lasciapassare ai pozzi petroliferi sfumò quando l’Osservatore Romano condannò le possibili nozze tra una cattolica e un divorziato, per di più musulmano.

Sull’amore non si possono fare previsioni, sugli interessi è più facile: se dopo l’accordo sul nucleare, da perfezionare entro il 30 giugno, cominceranno a togliere le sanzioni le aziende italiane saranno in prima fila, come lo sono già adesso anche se vivono un pò da sorvegliate speciali dei servizi americani e britannici che poco gradiscono questa relazione privilegiata. Ma anche gli italiani, che pure qui hanno tenuto calde le relazioni con la visita in marzo del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, dovranno temere la concorrenza. I francesi, riluttanti nel dare fiducia gli accordi di Losanna per compiacere i clienti sauditi, hanno inviato a Teheran una missione con 100 imprese per aggiudicarsi i futuri contratti nel campo dell’energia e in ogni altro settore appetibile.

Lo stesso discorso vale per gli Usa che pure non hanno relazioni diplomatiche dal 1979. Alla Nioc mostrano le parcelle assegnate alle compagnie occidentali nel giacimento offshore di gas di South Pars, la cui produzione, a regime, vale un anno di consumi europei, oltre 500 miliardi metri cubi. Sulla mappa c’è un largo spazio bianco, il più grande: «È l’area riservata alle compagnie americane quando torneranno qui», dicono gli iraniani. C’è un precedente significativo: nel ’94 fu assegnato alla Conoco il primo contratto petrolifero accordato a una compagnia straniera dopo la rivoluzione islamica, un anno dopo cancellato da Clinton sotto pressione del Congresso che impose nuove sanzioni.

L’Italia qui ha un credito enorme. «Siete il Paese europeo per noi più importante», ripete a ogni incontro il presidente Hassan Rohani. Da 50 anni le relazioni non hanno mai avuto battute d’arresto, neppure nei momenti peggiori: negli anni ’80, quando un milione di giovani iraniani moriva nelle paludi dello Shatt el Arab contro l’Iraq, le imprese italiane furono le uniche che non abbandonarono mai la piazza. Aiutavamo l’economia ma anche lo sforzo bellico dell’Iran: questa è una delle ragioni fondamentali che ha consentito importanti intese per l’Eni e le altre imprese italiane. L’Italia, alla fine degli anni 90, fu anche il primo paese europeo, dopo la “crisi degli ambasciatori”, a ristabilire contatti con gli ayatollah e a sostenere il tentativo riformista dell’ex presidente Mohamed Khatami. Furono gli stessi iraniani a spingere perché Roma, nel 2004, accettasse di entrare nel gruppo Cinque più Uno del negoziato nucleare. L’Italia declinò perché intendeva mantenere una posizione di “equidistanza” tra le parti: non voleva entrare in rotta di collisione con un partner commerciale importante e allo stesso tempo rischiare frizioni con Washington. L’Italia in Iran ha anche colto qualche significativo successo diplomatico, come Giandomenico Picco dell’Onu che ebbe un ruolo importante nel cessate il fuoco tra Iran e Iraq nell’88. Il personaggio più noto però è Andreotti: «Per noi è sempre stato un grande amico», ha detto qualche settimana fa a Teheran Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida Suprema Khamenei, e Mohammed Larijani, fratello del presidente del Parlamento, ha dedicato in un libro otto pagine a un ritratto dell’ex presidente del Consiglio che Rafsanjani accoglieva con onori da capo di stato anche quando non era più al governo. È per questi antichi legami che l’Italia scambia informazioni con l’Iran e gli Hezbollah libanesi vitali per la nostra presenza militare in Afghanistan e nel Sud del Libano. Teheran è una delle porte del Medio Oriente dove entriamo accolti da protagonisti: non accade per la verità troppo spesso.

Fonte: Il Sole 24 Ore