Israele presto otterrà il più imponente pacchetto di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti a un altro Paese. Ad annunciarlo è stato due giorni l’ambasciatore americano a Tel Aviv, Dan Shapiro, in apertura dell’incontro annuale sull’antiterrorismo dell’Herzliya Interdisciplinary Center. La firma del Memorandum di Intesa avverrà con ogni probabilità nelle prossime settimane. Il diplomatico statunitense ha confermato quanto aveva anticipato nei mesi scorsi il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Susan Rice. Se da un lato Israele non avrà un aumento annuale degli aiuti particolarmente significativo – si passerà da 3 a 3,1-3,4 miliardi di dollari – dall’altro si garantirà fino al 2029 questo sostegno essenziale per conservare la sua superiorità militare – in una regione che abbraccia il Mediterraneo centrale e orientale, il Medio Oriente e parte dell’Asia centrale – mettendosi al riparo per 12-13 anni dal rischio di un taglio degli aiuti. In questo lungo periodo Israele potrà dotarsi delle armi americane più nuove e potenti con il solo vincolo di doverle acquistare, con i soldi ricevuti dagli Usa, dalle industrie statunitensi.

Negli otto anni di Amministrazione Obama sono stati riferiti e analizzati dai media e dagli esperti i vari momenti di tensione tra gli Usa e il governo israeliano di destra guidato da Benyamin Netanyahu. Il più clamoroso risale a un anno fa e mezzo fa, quando il premier israeliano davanti al Congresso lanciò un pesante atto d’accusa contro Obama “colpevole” di aver respinto l’idea di un attacco militare all’Iran per andare invece a un accordo sul programma nucleare di Tehran, uno dei rari successi della diplomazia internazionale di questi ultimi anni. Barack Obama, nonostante gli attacchi subiti da Netanyahu e le promesse di cambiamento parziale della politica estera Usa che aveva fatto all’inizio del suo primo mandato, passerà alla storia come il presidente americano che ha stretto ancora di più l’alleanza strategica con lo Stato di Israele al quale ora si prepara a concedere il più generoso degli aiuti militari Usa.

Lo stesso vale per l’Arabia saudita. Tra Washington e Riyadh gli ultimi anni sono stati difficili, sono emerse differenze ampie su temi centrali, come Iran e Siria. Però nessun presidente americano aveva mai venduto tante armi ai sauditi – per 110 miliardi di dollari – come ha fatto Barack Obama. E sempre grazie al presidente e premio Nobel per la pace, la Giordania oggi è il Paese arabo che riceve il più sostanzioso pacchetto di aiuti militari americani – 1,2 miliardi di dollari all’anno – grazie all’intesa firmata l’anno scorso. Amman ha superato l’Egitto, destinazione privilegiata nel mondo arabo per oltre 30 anni degli aiuti militari statunitensi. Ed è cresciuto progressivamente anche il sostegno, con armi, veicoli ed equipaggiamenti, che Washington garantisce da qualche tempo al Libano. E non hanno frenato il presidente Usa i preoccupanti rapporti internazionali sulle violazioni dei diritti umani e politici in Arabia saudita e Giordania. Le autorità hashemite hanno approvato negli ultimi tempi leggi che limitano la libertà di stampa e di espressione, anche sui social, e imposto forti restrizioni ai finanziamenti internazionali alle Ong giordane. Obama è rimasto sostanzialmente in silenzio anche di fronte alle leggi approvate dalla Knesset che prendono di mira non solo i palestinesi sotto occupazione ma anche le attività delle Ong israeliane non allineate alla politica del governo.

In attesa della firma del Memorandum di Intesa con Tel Aviv l’Amministrazione Usa starebbe cercando di limare leggermente al ribasso i finanziamenti annuali da garantire fino al 2029. Il Washington Post scrive che la Casa Bianca ritardando la firma spera di indurre il senatore repubblicano Lindsey Graham, che conduce la battaglia nel Congresso per aumentare il sostegno militare a Israele, ad abbassare la sua richiesta da 3,4 a 3,1 miliardi di dollari. Secondo il quotidiano israeliano Yediot Ahronot, Graham avrebbe reagito a queste voci dicendo al premier Netanyahu che «l’Amministrazione Obama può andare a farsi fottere».

Fonte: Il Manifesto