L’ultimo orribile fatto di cronaca ha riacceso, come c’era da aspettarsi, le polemiche sulla natura “intollerante” dell’Islam. E’ ovvio che uno squilibrato musulmano che ammazza a colpi di mitragliatrice una cinquantina di gays non provi che l’Islam è tutto criminalmente omofobico nella stessa misura in cui un matto norvegese che si dichiara nazista e uccide alcuni giovani democratici che si stanno godendo un party non prova che tutti i norvegesi sono nazisti.

Ma è ovvio altresì che, specie in questo clima pre-elettorale (in Italia siamo sempre in clima pre-elettorale), della notizia si siano impadroniti i soliti predicatori di guerre giuste e di conflitti di civiltà: e – questo è il bello – anche chi (magari per posizioni cattoliche intransigenti) non è affatto un difensore dei diritti degli omosessuali, sia sceso subito in campo per denunziare la barbarie islamica.

E allora, eccoci al punto. A parte l’assassino di Orlando in Florida (subito rivendicato dall’ISIS, secondo le sue solite abitudini di propaganda mediatica), un personaggio a proposito del quale la sua stessa biografia parla chiaro, non è mancato – anzi! – chi ha voluto ricordarci che in alcuni paesi musulmani l’omosessualità è punita con la pena di morte: argomento che presumibilmente, nella logica mentale di chi lo usa, equivale a sostenere implicitamente, ancora una volta, l’incompatibilità dell’Islam con la modernità, la democrazia e via dicendo.

Al riguardo, allora, vanno solo chiariti due punti. Primo. Fra le tre religioni di ceppo abramitico, l’Islam è obiettivamente a livello dottrinale il più indulgente nei confronti dell’omosessualità: condannata con durezza nella torah, secondo un codice che il cristianesimo – dovendo nei suoi primi secoli di vita misurarsi con morali “pagane” al riguardo ben più elastiche – ha accettato in pieno. Nel mondo musulmano non è così. Il Corano e gli hadith del profeta non affrontano esplicitamente il problema, che nella tradizione preislamica delle tribù arabe riceveva un trattamento di fatto indulgente. La giurisprudenza musulmana si è indurita nei confronti dell’omosessualità proprio seguendo semmai gli esempi ebraico e cristiano.

Secondo. Una volta chiarito che sul piano dei valori di fondo l’Islam è meno omofobo di ebraismo e cristianesimo, resta da esaminare la pratica giuridica odierna: perché, allora, in terra islamica si mandano pubblicamente a morte degli accusati di omofilia? Lì però il problema non sta nella gerarchia di valori e nei codici etici delle singole culture, sulla e sui quali non è evidentemente possibile intervenire. Se noi giudichiamo i crimini contro la proprietà più gravi dell’omosessualità e il mondo islamico ritiene che, in quanto offesa all’ordine divino, questa sia più grave di quelli, il dialogo resta fra sordi e si arena su un punto morto. E’ sull’immoralità della pena di morte in generale, qualunque ne sia il motivo, che bisogna insistere: è solo adottando questa strada che una pressione sugli stati islamici per indurli a modificare legislazione sarebbe possibile. Ma vi sono paesi occidentali che sull’abolizione della pena capitale non sono affatto d’accordo. Finché non vinceremo questa battaglia per la civiltà all’interno della nostra, all’interno dell’Occidente, i musulmani continueranno a ritenere etnocentristica la nostra difesa del diritto degli omosessuali a esser tali. La barbarie non sta nel condannare a morte gli omosessuali. Sta nel condannare a morte. Punto e basta.

Fonte: francocardini.it