Ahmoud Mohamed al-Mousa non era noto da noi. Eppure dovremmo farlo diventare famoso, e tributargli onori almeno pari a quelle, purtroppo tardivi, che abbiamo tributato a Khaled Asaad, l’archeologo decapitato dall’Isis a Palmira.

Al-Mousa era un giornalista ed è stato assassinato da un gruppo di uomini mascherati a Idlib, quello che alcuni vorrebbero far passare come un feudo dei cosiddetti “ribelli moderati” della Siria. L’hanno ammazzato perché raccontava quello che succede nelle aree occupata dai jihadisti, così come avevano ammazzato altri tre suoi compagni nei mesi scorsi. Al-Mousa, infatti, faceva parte di un gruppo di giornalisti identificato dall’acronimo RBSS (che sta per Raqqa is Being Slaughtered Silently, ovvero: Raqqa viene massacrata silenziosamente), che opera appunto nelle zone occupate dall’Isis e compagnia.

Eroi veri, colleghi a cui noi dobbiamo quel residuo di credibilità e prestigio che ancora si riconosce a questa professione. Il loro sito fornisce informazione puntuali e credibili sulla situazione e lo fa grazie a persone che, come Al-Mousa, rischiano la vita ogni giorno. I dati relativi al Nord della Siria e all’area di Mosul, in Iraq, sono terrificanti: in un anno e mezzo, l’ultimo, 50 giornalisti sono stati eliminati, altri sono dovuti scappare per salvarsi. L’identica sorte che tocca agli insegnanti e a tutte le categorie che possono essere anche solo sospettate di portare un pensiero diverso dal totalitarismo di Isis e compagni.

Pensiamoci bene, prima di decidere a tavolino che cosa è bene o male per milioni di persone, in Siria come in Iraq o in Libia. Molte volte il male minore è il meglio che c’è. A meno di non essere pronti a rispondere dei nostri errori, cosa che non pare la specialità dell’Occidente.

Fonte: Famiglia Cristiana