In una mossa senza precedenti, i ministri delle finanze dei membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si sono incontrati questa settimana a New York per la prima volta nella storia dell’Onu. Tema dell’incontro: contrastare il finanziamento del terrorismo in generale e quello dello Stato Islamico in particolare. Il tutto sullo sfondo della guerra in Siria, ormai prossima alla sua quinta edizione. Un conflitto che secondo le Nazioni Uniti ha prodotto più di 250.000 vittime e milioni e milioni di rifugiati.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ha adottato all’unanimità una risoluzione che vorrebbe delineare un processo di pace in Siria. I firmatari, infatti, si impegnano a promuovere i colloqui tra il governo siriano e l’opposizione all’inizio di gennaio del 2016, colloqui, naturalmente, subordinati agli accordi relativi al cessate il fuoco.
Sebbene il segretario di Stato americano, John Kerry, che ha presieduto la sessione del Consiglio di sicurezza, abbia detto che la risoluzione ha inviato “un messaggio chiaro a tutti gli interessati e che il momento per fermare il massacro in Siria è adesso”, questa è stata redatta nel solito linguaggio della diplomazia internazionale, tante belle parole che, ahimè, rimarranno tali.

Sul piano finanziario la risoluzione esorta i paesi a “muoversi con vigore e decisione per tagliare il flusso di fondi, attività finanziarie e risorse economiche dell’Isis”, tra cui il contrabbando di petrolio e quello di opere d’arte. Esorta anche a produrre “più attivamente” nominativi da inserire nelle liste nere del terrorismo. Infine, chiede ai governi di assicurare che vengano adottate leggi che rendano il finanziamento dello Stato Islamico e dei combattenti stranieri che si uniscono alle sue fila, un reato grave.

Viene spontaneo chiedersi perché abbiamo bisogno di una risoluzione dell’Onu per applicare questi principi, cosa hanno fatto i governi della grande coalizione di Barak Obama da giugno del 2014 fino ad oggi?

Proviamo ad analizzare le esortazioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu.Fino ad oggi non si è fatto nulla per tagliare il flusso di fondi e le altre attività finanziarie ed economiche dello Stato Islamico. A parte i bombardamenti diretti a distruggere i pozzi petroliferi ed i mezzi con i quali il petrolio si contrabbanda, obiettivi raggiunti nelle ultime settimane, non è stata ritrovata una sola opera d’arte contrabbandata, chiuso un solo conto bancario, arrestato un solo contrabbandiere turco, siriano, iracheno, libanese e così via, bloccato un solo trasferimento finanziario a favore dell’Isis. Da giugno del 2014 fino ad oggi l’Occidente non è stato in grado di intercettare neppure un dollaro dei soldi dell’Isis. Perché?

La risposta è semplice, queste attività sono fuori dal nostro controllo. Lo Stato islamico non ha un conto bancario cifrato in Svizzera come Arafat, l’economia in cui opera è un’economia di guerra civile dove tutto viene comprato e venduto in contanti. Dollari, euro, lire turche, il contante circola in questo modo. Ma non basta, la vendita di risorse importanti controllate dall’Isis come il petrolio, ma anche prodotti agricoli come il grano, è fondamentale per la sopravvivenza delle popolazioni vessate da questa guerra.

Non solo non siamo riusciti a colpire economicamente lo Stato Islamico, in parte lo abbiamo anche finanziato. Il pagamento dei riscatti degli ostaggi occidentali ha prodotto intorno ai 100 milioni di dollari, soldi provenienti dalle tasche dei contribuenti. La vendita di petrolio ai ribelli del nord della Siria, i cosiddetti gruppi moderati, che avviene in contante, finisce per alimentare le finanze dell’Isis. Parte di questi soldi arriva dai finanziamenti che la grande coalizione invia ai vari gruppi armati coinvolti nella guerra per procura siriana. E già, nelle zone di guerra i nemici fanno affari tra di loro, e dato che l’Isis produce l’unico petrolio disponibile tutti lo acquistano.

Infine cosa dire delle liste del terrore? Introdotte nel 2001 dopo l’11 settembre, hanno fatto più male che bene. La maggior parte di coloro che sono stati inseriti nelle liste non aveva nulla a che fare con il terrorismo. Non hanno prodotto nessuna pista valida, ma solo imbarazzo ogni qual volta che un tribunale nazionale ha dimostrato l’arbitrarietà con la quale individui ed imprese vengono inseriti nelle liste sulla base di sospetti. Le liste infatti poggiano sul sospetto e non su prove concrete.

Se continuiamo così quello di questa settimana sarà solo il primo di una lunga serie di incontri ad altissimo livello politico che produrranno belle parole e tante buone intenzioni.

Fonte: Il Fatto Quotidiano