A Mosul il primo trofeo dell’esercito iracheno contro il Califfato è l’antenna svettante sulla riva orientale del Tigri della tv di Stato. Di quale Stato, passato o futuro, è difficile dirlo se non di quello segnato su una mappa ormai sbranata dai conflitti: gli iracheni da un pezzo non ne hanno uno intero da condividere. Saddam Hussein fu impiccato il 30 dicembre 2006, quando il Paese era già nella morsa del terrore di Al Qaida e delle vendette settarie da cui poi è nato l’Isis di Al Baghdadi. Inoltre una parte del Nord, da Erbil a Kirkuk, è in mano ai curdi di Massud Barzani che con il petrolio si è già fatto il suo mini-stato, fragile ma in buoni rapporti con il potente vicino turco e discreti con gli iraniani. Nessun popolo del Medio Oriente, tranne forse palestinesi e siriani, ha visto tante battaglie quante questa generazione di iracheni. La battaglia di Mosul contro il Califfato è l’ultima di 36 anni di massacri. Si cominciò dalla guerra proclamata da Saddam, con il sostegno finanziario delle monarchie del Golfo, contro l’Iran sciita di Khomeini nel 1980 – in otto anni un milione di morti – poi venne l’invasione del Kuwait e la guerra del ’91, accompagnata dai massacri del regime baathista contro curdi e sciiti (almeno 200mila morti), quindi nel 2003, dopo 12 anni di embargo durissimo e un Paese allo stremo, è stata la volta dell’invasione americana e di oltre un decennio di stragi, forse in tutto un altro milione di morti.

In Iraq sono state usate tutte le armi di distruzione di massa tranne quella atomica, dai gas mostarda a quelle chimiche, alle bombe al fosforo bianco, sono stati impiegati proiettili all’uranio impoverito e con migliaia di gradi di calore, si sono visti volare aerei e missili da crociera di ogni generazione. Nei corpi degli iracheni è rimasto inciso ogni ordigno della guerra contemporanea. Ma soprattutto è stata esercitata su corpi e anime una violenza inaudita. A Baghdad in alcune giornate abbiamo contato centinaia di esplosioni: colpi di mortaio, autobombe, kamikaze. Si è decapitato, sgozzato, stuprato, in un’orgia di pulizie etniche e settarie. L’Isis è stato l’apice di questa barbarie, del fanatismo, del declino culturale di un popolo. Gli iracheni a milioni sono diventati profughi all’estero o rifugiati interni: hanno perso figli, parenti, nipoti, case, negozi, affari, studi. Essere poveri e abbandonati in un Paese ricco, con riserve di petrolio superiori a quelle saudite, è quasi una beffa del destino. Eppure gli iracheni ogni volta si risollevano. La sensazione è che questa di Mosul non sarà l’ultima battaglia dell’Iraq.

«Il dopo sarà più difficile della conquista»

Ha detto al Sole in un’intervista qualche giorno fa Brett McGurk, inviato di Obama per la coalizione contro l’Isis. In realtà il dopo è già in corso e gli annunci dell’esercito iracheno, entrato ieri in città, hanno l’obiettivo di far capire agli eserciti concorrenti schierati intorno come una tenaglia che devono essere i soldati di Baghdad i liberatori di Mosul. La città assomiglia un po’ alla Berlino del 1945, dove penetrò l’armata rossa sovietica e fu poi divisa in settori. Baghdad vorrebbe prenderla tutta, ma a combattere in questa coalizione a guida americana con il contributo di 7.500 soldati occidentali, tra cui 1300 italiani, ci sono molti competitori agguerriti. Dai peshmerga di Barzani che vedono nelle zone intorno a Mosul l’antemurale delle loro difese, alle milizie sciite che intendono regolare i conti con i sunniti, ai soldati turchi e alle loro truppe locali che vorrebbero scavare nella provincia di Ninive una sorta di mini-stato cuscinetto sunnita. Tutti rivendicano qualche cosa, territori, petrolio, zone di influenza. Ma nessuno può garantire agli iracheni una pace vera.

Fonte: IlSole24Ore