Nessuno a Teheran si chiede come va la battaglia di Aleppo. Tra affari con le imprese europee e italiane e nuovi contratti petroliferi, l’Iran è in attesa febbrile del gran giorno, l’Implementation Day, quello della cancellazione delle sanzioni, e il regime degli ayatollah fa di tutto per apparire socialmente presentabile: al punto che il Museo d’arte Contemporanea mette in mostra una parte _ minima _ dei quadri proibiti appartenuti alla collezione dello Shah, quell’arte moderna bollata come immorale della repubblica islamica fondata nel 1979 dall’Imam Khomeini. Ma ormai anche il potenziale critico di questi capolavori (da Picasso, Bacon, a Warhol), quella malizia per il proibito che un tempo faceva ruggire a ogni angolo di Vali Asr i guardiani del ministero per la Virtù e contro il Vizio, non sconvolge più di tanto una società sempre più pragmatica dove un giovane nel business guadagna migliaia di dollari e sua moglie viaggia su un Suv dai vetri oscurati per togliersi l’hijab sfrecciando davanti ai basiji, la milizia islamica.

La rivoluzione islamica si rifà il trucco perché il tempo passa: quasi il 50% della popolazione è nata dopo la caduta della monarchia nel ’79 e non ha visto la guerra Iran-Iraq degli anni ’80 con il suo milione di morti e gli shadid, i giovani martiri che si immolavano contro i carri armati di Saddam Hussein. Certo il culto dei martiri esiste ancora, si tramanda nei murales sui palazzi di Teheran, nelle cerimonie ufficiali, al Mausoleo di Khomeini, vive nelle bandiere nere che ricordano il martirio di Hussein nella battaglia irachena di Kerbala del 680, l’inizio dello scisma incomponibile tra sunniti e sciiti, che si ritengono i legittimi discendenti della famiglia di Maometto attraverso la linea dei Dodici Imam.

Ma a nessuno ora verrebbe in mente di portare i giornalisti allo stadio per assistere a una replica in costume dell’epopea di Kerbala come ci capitava negli anni ’80. La propaganda si è aggiornata: vicino a Teheran la tv di stato gira un film sull’Isis con dialoghi in arabo: una storia d’amore tra una cristiana e un musulmano che mostra la distruzione dei villaggi cristiani da parte dei ribelli anti-Assad. L’obiettivo è dare un’immagine positiva dell’Iran nel mondo arabo. Il settarismo sciita resta comunque subordinato al nazionalismo di un Paese multi-etnico, all’identità persiana, a una raffinata cultura millenaria basata su una lingua indoeuropea evocativa della nostra cultura classica, a uno stato che da 2.500 anni vive su altopiano di città imperiali affascinanti e non vuol cedere né all’omologazione degli arabi sunniti né a quella dell’Occidente, al quale si rivolge come un interlocutore se non come a un alleato.

Solo in questi giorni si è parlato della guerra Siria con un bilancio ufficiale dei pasdaran morti: 67 a ottobre, tra cui il generale Hossein Hamadani, che guidò la repressione dell’onda Verde nel 2009, parte di un contingente di almeno 2mila soldati, il cui nucleo è costituito dalle brigate Al Qods, il corpo di élite delle Guardie della Rivoluzione al comando del famoso generale Qassem Soleimani. Ma sotto la guida Teheran ci sono altre migliaia di combattenti, dagli Hezbollah libanesi agli iracheni, a un contingente formato anche da afghani, pakistani e milizie asiatiche. Il conflitto in Siria in sostegno ad Assad e soprattutto quello in Iraq è percepito come una minaccia ai confini e agli interessi dell’Iran, qui ben più ampi e strategici di quelli della Russia: «Non vogliamo assolutamente che i jihadisti arrivino a 30-40 chilometri dalle nostre frontiere: è la nostra linea rossa», dichiarano i generali dei Pasdaran.

Una guerra costata alle casse di Teheran alcuni miliardi dollari, una decina almeno dall’inizio della rivolta siriana del 2011, ma considerati comunque un investimento sulla “mezzaluna sciita”, l’asse confessionale, detto anche della “resistenza”, che passa da Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah in Libano. Quella dorsale dove gli iraniani avrebbero fatto volentieri correre il loro gasdotto fino ai porti siriani sul Mediterraneo, una delle molte ragioni che avrebbero spinto la Turchia e le monarchie del Golfo a sostenere i jihadisti contro il regime di Damasco.

Gli emiri offrirono nel 2011, a rivolta iniziata, l’equivalente di tre anni di bilancio per rompere con Teheran, ma Bashar rifiutò perché il regime è alleato dell’Iran dagli anni ’80 e fu l’unico Paese arabo a schierarsi con Khomeini contro Saddam. Una questione di fedeltà e anche di legittimità: era stato l’ayatollah di origine iraniane Musa Sadr a dichiarare nel 1973 con un fatwa che l’eterodossa minoranza alauita siriana, osteggiata dai sunniti e considerata eretica, apparteneva all’Islam sciita. Come si vede la resa dei conti tra le due confessionali principali dell’Islam dura, nell’era contemporanea, da mezzo secolo.
Meglio addestrati e armati dei curdi o dell’esercito nazionale iracheno e anche degli esausti battaglioni di Assad, i Pasdaran, che conoscono bene il terreno sia in Siria che in Iraq, sarebbero le vere forze speciali destinate a combattere il Califfato: l’Occidente però è sempre esitante ad affidarsi all’Iran soprattutto ora che entrata in gioco la Russia.

Gli iraniani lo sanno e fanno una diplomazia a tutto campo: «Confiniamo con 15 Paesi – sottolinea Mohammed Mohammadi, alto funzionario del ministero degli Esteri – e siamo anche un Paese asiatico». Oltre all’appoggio di Mosca, oggi Teheran può contare su Pechino cui è legata da un interscambio da 50 miliardi di dollari l’anno. «I cinesi – aggiunge – non dimenticano che Erdogan ha infiammato la rivolta dei musulmani uighuri».Ma c’è anche un altro motivo. La polarizzazione crescente tra sciiti e sunniti e all’interno di sunniti stessi che ormai è una questione di sicurezza interna europea. L’Occidente e la Francia non sanno a chi rivolgersi e corrono sul filo di pericolosi equilibrismi con la Turchia di Erdogan e alleati arabi inaffidabili. L’accordo sul nucleare iraniano del 14 luglio è stato giudicato come un tradimento dal fronte sunnita e la stessa Francia che nel 2013 voleva bombardare Assad e ha sostenuto ribelli anti-regime di tutte le risme, il 27 settembre scorso si è schierata contro l’Isis d’accordo con la Russia, una mossa che il Califfato le ha fatto pagare con la strage di Parigi.
«Questa è una guerra che l’Europa e i francesi vorrebbero condurre senza truppe di terra ma non sanno a chi appaltarla e che cosa fare se venisse meno il sedicente Stato islamico di Al Baghdadi», dicono con il consueto pragmatismo al Centro di studi strategici, think tank del presidente Hassan Rohani e di Velayati. E come dare torto agli iraniani di fronte alle nostre perenni esitazioni.

Fonte: Il Sole 24 Ore