Iran e Israele sono schierati su trincee nemiche ma la pensano quasi allo stesso modo, anche se per motivi diametralmente opposti. «È meglio non avere un accordo che un cattivo accordo», ha proclamato ieri la Guida Suprema Ali Khamenei, riecheggiando le parole del premier israeliano Benjamin Netanyahu, ostinato avversario dell’intesa di Losanna. In sincronia con il presidente Hassan Rohani, Khamenei si è detto molto irritato perché l’Iran vorrebbe la revoca immediata delle sanzioni e non graduale, agganciata alle ispezioni dell’Aiea come nelle intenzioni dichiarate dal Cinque più Uno. Le sanzioni, secondo Teheran, devono essere cancellate il giorno stesso dell’accordo definitivo, previsto entro il 30 giugno. La leadership iraniana sembra pretenziosa e intrattabile.
Ma avere un Iran “denuclearizzato” non è esattamente come mettere un cartello stradale all’ingresso delle nostre amene città di provincia, testimonianza di un valoroso impegno pacifista, assai popolare negli anni ’80, per un mondo libero da armi atomiche.

In Medio Oriente le cose vanno in maniera più complicata e anche le parole hanno un significato diverso: l’Iran dei persiani è in guerra, le milizie sciite combattono in Iraq e in Siria contro il Califfato sunnita e i suoi alleati, da Al Qaeda alle monarchie arabe del Golfo, alla Turchia; in Yemen Teheran è ai ferri corti con l’Arabia Saudita, in un conflitto dai connotati sempre più settari e inconciliabili, dove si è arrivati a schierare navi da guerra nello Stretto di Bab el Mandeb, “la Porta delle lacrime”.

Khamenei parla all’Iran “interno” e alla comunità internazionale, occidentale e araba. Dentro deve tenere a bada l’ala dei duri e puri della rivoluzione islamica contrari all’accordo di Losanna. La Guida ha appoggiato lo sforzo dei mediatori ma sa perfettamente che anche nella sua cerchia molti osteggiano un’intesa giudicata un cedimento all’Occidente. In prima fila Hussein Shariatmadari, direttore del quotidiano Kayhan e consigliere personale di Khamenei, che rappresenta i Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, ma anche organizzazioni paramilitari come i basiji che l’altro giorno hanno manifestato davanti al Majilis, il Parlamento, protestando contro le concessioni a Losanna del ministro degli Esteri Javad Zarif.

In un colloquio a Teheran di qualche tempo fa, Shariatmadari, che perse un braccio nelle prigioni dello Shah e a sua volta torturava i prigionieri politici nel carcere di Evin, fu esplicito: «Sono gli americani che devono fare la pace con noi, non noi con loro». L’Iran è un paese dai volti molteplici, spesso gli osservatori dimenticano che questa repubblica islamica è nata nel 1979 da una sanguinosa rivoluzione sopravvissuta all’attacco iracheno del 1980: era questo l’Iran dei martiri che con una chiave di plastica al collo, quella del Paradiso di Allah, correvano al fronte con il coltello tra i denti per farsi massacrare dai carri armati di Saddam Hussein in nome dell’Imam Khomeini. La Guida Suprema, che da giovane era suonatore di tar e di chitarra e sopravvisse a un attentato, perdendo anche lui l’uso di un braccio, viene da questa tormentata storia della “famiglia rivoluzionaria” al potere.

Il nucleare iraniano è solo un aspetto del problema, visto che potenze atomiche come Israele, Pakistan e India, con centinaia di testate nucleari, non hanno mai negoziato nessun trattato. Ma per l’Occidente è più pericoloso l’Iran o il Pakistan, dove dopo un decennio è stato scovato ad Abbotabad Osama bin Laden? O forse dimentichiamo che gli attentati in Medio Oriente e in Europa sono venuti quasi tutti dal mondo sunnita e dalle sue declinazioni più devianti?

Il nodo è strategico, ideologico, economico. L’Iran di oggi come quello dello Shah Mohammed Reza Palhevi, allora alleato di Washington, ambisce a essere una potenza nel Golfo. I suoi avversari arabi fanno di tutto per impedirlo e non esitano ad allearsi con Al Qaeda e il Califfato per raggiungere lo scopo. In questo conflitto, interno all’Islam ma con implicazioni globali, gli Stati Uniti e l’Europa sono in posizione contraddittoria: combattono lo Stato Islamico, ormai penetrato a Damasco, e allo stesso tempo dichiarano di sostenere i sauditi in Yemen e fanno affari con le petromonarchie che appoggiano i movimenti più radicali e terroristi. Anche noi in Medio Oriente un giorno dovremo scegliere tra la maschera e il volto se non vogliamo perdere la faccia.

Fonte: Il Sole 24 Ore