Se puntassimo un binocolo sul Golfo, dove dallo Stretto di Hormuz passa il 40% del traffico mondiale di greggio, sarebbe facile avvistare una flotta di petroliere iraniane alla fonda pronte a salpare per l’India: il segnale di partenza viene da Vienna, dove l’Aiea sta per certificare che l’Iran ha tenuto fede all’accordo sul nucleare di luglio e quindi si possono cancellare le sanzioni.

Si tratta del più importante evento politico per la repubblica islamica e nel Golfo dell’ultimo decennio con conseguenze rilevanti per gli equilibri del Medio Oriente, ricadute strategiche nei conflitti in corso nel Levante e riflessi consistenti per l’economia e i rapporti commerciali internazionali. L’Iran torna ad avere mano libera per aspirare al ruolo di superpotenza regionale. Che cosa significhi lo abbiamo constatato nel recente confronto con l’Arabia Saudita, esploso dopo la decapitazione di 46 persone tra cui l’Imam sciita Al Nimr. L’Iran rappresenta la roccaforte dell’identità persiana e dello sciismo, l’Arabia si sente il baluardo del mondo sunnita.

Questi due Paesi sono già in guerra, un conflitto per procura che Riad combatte finanziando i gruppi jihadisti anti-Assad, alleato storico di Teheran, e anti-sciiti in Iraq mentre l’Iran sostiene i ribelli Houti in Yemen, avversari dei Saud, e appoggia da sempre gli Hezbollah libanesi in funzione anti-sunnita e contro Israele. In realtà il conflitto, che ha una dimensione storica e identitaria, un’altra religiosa e ideologica, ha anche un aspetto geopolitico fondamentale: dopo la caduta con la rivoluzione di Khomeini nel 1979 dello shah, interlocutore privilegiato degli Stati Uniti, i rapporti con l’Occidente nel Golfo sono stati tenuti prevalentemente con l’Arabia Saudita. Ora tutto può cambiare di nuovo.

A questo caleidoscopio di interessi e conflitti si è aggiunta da un anno mezzo la guerra sui prezzi del petrolio innescata dall’Arabia Saudita non solo per mantenere quote di mercato ma anche per asfissiare l’economia del rivale iraniano. L’Iran, secondo al mondo per riserve di gas e quarto per quelle di oro nero, è un attore di primo piano: è prevedibile che, se continuano queste tensioni, dentro l’Opec non ci sarà un accordo.

Il ritorno dell’Iran, con la fine delle sanzioni, ha quindi molteplici risvolti strategici che oltre all’Arabia Saudita preoccupano anche Israele dove il governo Netanyahu, strenuo oppositore dell’accordo sul nucleare, vede l’Iran come un nemico vitale. In poche parole il ritorno di Teheran ha alcuni nemici esterni potenti e pronti a coalizzarsi. E anche alcuni tetragoni avversari interni: l’ala dura dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione, ha sfruttato le tensioni di questi anni e anche le sanzioni per rafforzare il suo ruolo politico, militare e soprattutto economico. Ecco perché per il governo del conservatore moderato Hassan Rohani – che sarà in Italia il 25 gennaio – l’Implementation Day è una questione di sopravvivenza politica. Nell’immediato costituisce una vittoria sui duri e puri del fronte anti-occidentale, in vista delle elezioni politiche del 26 febbraio, e nel medio periodo rappresenta un cardine essenziale per le riforme e il rilancio dell’economia. Il ritorno dell’Iran è una grande opportunità ma anche una sfida agli equilibri, sanguinosi e precari, di un’intera parte di mondo.

Fonte: Il Sole 24 Ore