Per i padri della Chiesa la superbia è il peccato narcisistico per eccellenza. Tommaso d’Aquino lo specifica con eleganza: «Il superbo è innamorato della propria eccellenza». Si tratta di una forma di idolatria che l’epoca ipermoderna ha particolarmente esaltato: al posto del culto di Dio avviene il culto del proprio Io assimilato alla potenza di Dio. Non è forse questo il peccato principe del nostro tempo? Egocrazia, “Iocrazia”, afferma Lacan. L’ordine della creazione viene capovolto: l’uomo compete con Dio – come figura radicale dell’alterità – negando il suo debito simbolico. Farsi un nome da sé senza passare dall’Altro è la cifra più delirante del nostro tempo. Il culto superbo di se stessi implica, infatti, il disprezzo cinico per l’altro. La vita umana smarrisce ogni senso di solidarietà per dedicarsi a senso unico al potenziamento di se stessa. Per i padri della Chiesa è questa la “vanagloria” di cui si nutre il superbo: farsi autonomo, indipendente, cancellare il debito, credere alla follia del proprio Io autonomo e sovrano. Per questa ragione Lacan ha associato al culto narcisistico per se stessi la tentazione suicidaria e la pulsione aggressiva come due facce di una sola medaglia.

Il superbo può essere facilmente preda dell’ira perché il suo bisogno di attaccare l’Altro coincide con il suo rifiuto di ogni esperienza del limite. Il superbo come l’iracondo si considera sempre dalla parte del giusto. La sua esaltazione di se stesso mostra una totale assenza di autocritica che può sfociare facilmente nella paranoia e nella megalomania. Il superbo è esente da critica perché è sempre innocente e ingiustamente perseguitato, allontanato, emarginato, escluso. La colpa è sempre degli altri che non riconoscono mai appieno il suo valore assoluto. Non è un caso che la clinica psicoanalitica abbia individuato – in linea qui con la grande saggezza buddista – nell’eccessivo attaccamento al proprio Io il denominatore comune delle malattie mentali. Ma, al tempo stesso, la vita del superbo è una vita triste perché egli si trova nell’impossibilità di entrare in relazione con un Altro che disprezza supremamente. Il suo destino non può che essere quello del più acuto isolamento. Non a caso la passione più prossima a quella della superbia è l’invidia che, sempre per i padri della Chiesa, viene considerata come il “peccato dei peccati”, il vizio capitale più grande. Il termine invidia deriva dal latino in- videre che significa guardare male, con occhio malevolo, con malocchio.

L’invidia è una patologia dello sguardo? L’invidioso soffre per ciò che vede. Egli non sa tollerare la felicità e la gioia altrui. Come scrive Tommaso d’Aquino la passione invidiosa sorge dalla tristezza causata dai beni altrui. L’invidioso è un essere che vive nelle tenebre, nell’oscurità, covando rancore e frustrazione verso il mondo. È, paradossalmente, l’altra faccia, la faccia in ombra, della superbia. Il suo sguardo, come mostra Nietzsche nella Genealogia della morale, è “torvo” e “risentito”. L’invidioso non sopporta la vita degli altri, che immagina, contrariamente alla propria, sempre piena. Non è poi così strano che la superbia e l’invidia siano considerate anche da Tommaso passioni collegate. Il superbo non può sopportare la vista di altri che vantano maggior prestigio del suo; l’invidia aderisce alla superbia come l’edera al muro. Anche, o soprattutto, quando la superbia si maschera di falsa umiltà. È una patologia tipica dell’uomo religioso: la mortificazione e il sacrificio di sé vengono esibiti come manifestazione di un’elevazione morale superiore finalizzata a scavare nell’altro senso di colpa e di indegnità.

Il carattere unico dell’invidia tra tutti i vizi capitali è che è il solo peccato dove il godimento diretto viene escluso. Non è peccato di gola, non è peccato di ira, di lussuria, né di affermazione superba di sé. L’invidioso non gode di qualcosa se non del suo tormento senza pace. La sua carriera, come quella dell’odio, secondo una sottile definizione di Lacan, è sempre “senza limiti”. Non c’è, infatti, mai un fondo, una sazietà, un appagamento definitivo per l’invidia. Nemmeno la morte dell’invidiato può placare la spinta invidiosa. Perché l’invidia non è mai invidia “di qualcosa” (di una proprietà o di una qualità particolare dell’invidiato), ma della sua vita, della vitalità dell’altro. Quello che l’invidioso non sopporta è la manifestazione della vita differente dell’altro nella sua forza generativa. Mentre muore d’invidia osservando l’invidiato, il soggetto invidioso riconosce implicitamente – senza mai ammetterlo – l’eccellenza di chi invidia e si tormenta dall’impossibilità di raggiungere lo stesso prestigio.

L’invidioso è, in realtà, già morto e per questo non può che invidiare la vita dell’altro. Non si invidiano mai povere anime, ricorda Aristotele, ma solo coloro che avvertiamo prossimi a noi stessi, così come originariamente Caino ha invidiato Abele. Invidiamo l’Altro come incarnazione del nostro Ideale inconfessato. Per questo l’invidia è sempre tendenzialmente tra simili e mai tra diversi; tra vicini, tra fratelli, tra colleghi, persino tra amanti, ma non tra sconosciuti. Non è un caso che la diffamazione sia una della sue manifestazioni più pure: essa punta a fare cadere l’invidiato, ad umiliarlo, a infangarlo colpendolo nella sua immagine perché la sua presenza nella vita dell’invidioso è talmente costante e invadente da risultare insopportabile. La maldicenza vorrebbe corrodere definitivamente l’essere dell’invidiato, quell’essere che è molto frequentemente il più inconsciamente amato dall’invidioso.

Fonte: Repubblica.it