“Infelice Atlante! Un mondo, l’intero mondo del dolore devo portare. Sopporto l’insopportabile, e il cuore mi scoppierà in petto.”

Così Schubert, nel suo Schwanengesang, il canto del cigno. Simbolicamente, anche quello che rischia di essere il canto del cigno di un ben altro artista, Pier Carlo Padoan, nasce all’insegna di Atlante. Il fondo Atlante, quello del quale avrete sentito parlare.

Preferirei farvi l’analisi dell’Atlas di Schubert. Ma mi tocca farvi una rapida analisi del fondo Atlante, frutto di conversazione con membri del comitato scientifico di a/simmetrie(le opinioni espresse sono comunque mie) e con Charlie Brown, che ringrazio particolarmente.

Il Fondo Atlante è una operazione impostata in fretta e furia per puntellare il sistema a fronte del rifiuto dei mercati di sostenere le banche italiane più o meno decotte/deficitarie di capitale. Di fatto sposta perdite in conto capitale da una parte all’altra del sistema finanziario, con l’unico scopo di far sopravvivere il sistema in attesa della “ripresa”. Una “ripresa” che non arriverà finché siamo nell’euro, come ci siamo detti mille volte. Ma è anche un intervento marginale e quindi insufficiente.  A livello sistemico le perdite inespresse a bilancio sono di qualche decina di miliardi, come ammette Repubblica. Va infatti capito che il problema non sono le sofferenze di per sé, cioè il fatto che una banca possa trovarsi a che fare con cattivi pagatori (cosa tanto più probabile quanto più l’economia è in crisi), ma il fatto che esse siano correttamente appostate in bilancio (cioè siano correttamente svalutate: insomma, se si sa che la banca dei 100 che ha prestato ne riceverà 40, l’importante è che il bilancio sia in equilibrio dopo che all’attivo è stato scritto 40 al posto di 100). Se e in quanto non lo siano, il sistema bancario diventa una bomba a orologeria.

Per di più, l’operazione nasce in una logica emergenziale: il fondo pare sia di 5 miliardi di cui la gran parte “prenotati” per i 2 aumenti veneti ed il restante per MPS. Cosa resta per sostenere il sistema?

Il punto ancora più grave è che le sofferenze sono in realtà sopravvalutate nei bilanci di buona parte delle banche. Le svalutazioni effettuate da Bankit nel caso Etruria sono rivelatrici (c’è chi sostiene che abiano accettato un 17% per paura di trovare qualcosa di peggio dopo una accurata due diligence), e forse potrebbe interessarvi questa semplice simulazione.

Collocare le sofferenze al valore giusto vorrebbe dire per le banche erodere il capitale, con effetti a catena devastanti. Per questo, probabilmente, i crediti verrebbero acquistati ad un valore superiore a quello veramente “equo”. Quello ” veramente equo” riflette le condizioni dell’economia reale ( attorno al 30%, pare) mentre quello “equo a bilancio” è messo a bilancio dalle banche in gran parte non usando il concetto forward looking di cui all’IFRS9. La logica applicata è quella di aspettare l’autopsia per diagnosticare il cancro, e fino a quel momento si presume che sia una polmonite curabile.

Vi sono poi altri punti da considerare.

1. più la cosa si gestisce “privatisticamente in emergenza” più, per l’effetto panico, il valore di realizzo scende anche sotto il valore “veramente equo”, aprendo spazi per l’intervento di fondi avvoltoio che pasteggiano sui resti del cadavere.  Ecco i vari Quaestio, Apollo, ecc. all’opera, all’interno di quel “pacchetto professionale” che è l’operazione Atlante, ma anche, sicuramente nei piani, ed in modo molto  più massiccio, dopo.

2. Tanto per capirci, la logica emergenziale è quella che ha spinto il governo ad accettare la risoluzione delle quattro banche famigerate prezzando le loro sofferenze a un valore del 17%, decisamente inferiore a tutte le precedenti valutazioni, causando alcuni danni collaterali quali la morte di una persona e la perdita di 35 miliardi di capitalizzazione del comparto bancario fra gennaio e metà febbraio (quando i problemi hanno lambito Deutsche Bank, e dall’Europa è arrivato il “contrordine compagni” – non si sa bene come: forse un’ELA a Deutsche Bank per riacquistarsi un po’ delle sue deiezioni?).

3. La cosa oltre a essere indegna è molto pericolosa perché se il mercato vede che il “salvataggio” non basta allora aggredisce le “big” (tra cui Unicredit).  Ed il filo porta dritto a Berlino e Parigi.

4. gli aiuti di stato impliciti nell’acquisto delle sofferenze a prezzi comunque sopra il “vero valore equo” forse non sfuggiranno. Renzi sta vendendo il benestare prima di averlo o avuto, esattamente come fu fatto per l’aumento del Banco Popolare.  Negoziare con Bruxelles in una situazione di emergenza vita o morte vuol dire esser sempre più condizionati Quello che servirebbe sarebbe una garanzia pubblica senza tante storie (anzi, per MPS e BpopVi e Veneto e Etruria e le altre morte che camminano una nazionalizzazione secondo me): come ho detto al GR stamattina.

Il Financial Times indica in 56 miliardi le “sofferenze” lorde da gestire:  sofferenze che dovrebbero valere solo 15 miliardi  (30%). Ma le “sofferenze” son sottovalutate: moltissimi “incagli” e “ristrutturati” sono in realtà sofferenze. Ovviamente la City vuole una “narrativa” che “calmi le acque” e permetta di fare business sul sistema finanziario italiano (spogliandolo di valore).

Insomma: siamo vicini al commissariamento previsto a Natale, più lo spolpamento (i profitti dei vulture funds sono risorse sottratte all’economia ed al credito nazionale).

Ci sarebbero altre considerazioni da aggiungere su questa Europa che fa due pesi e due misure (quando hanno dovuto salvare la banche del Nord Europa che erano impestate di prodotti speculativi hanno impegnato fino a 6000 miliardi di garanzie pubbliche, di cui effettivamente spesi 1500, di cui circa 260 in Germania, per nazionalizzare, fra l’altro, fior di banche), e su queste autorità di “supervisione” che in realtà svolgono un ruolo destabilizzante attraverso normative come quella sul bail-in, che noi applichiamo da bravi soldatini, mentre il resto dell’Europa si netta le terga con Trattati in vigore da 20 anni, come quello di Schengen. Di una cosa in vigore da due mesi e della quale si vede che non funzione e che ce l’hanno imposta per fotterci forse potremmo serenamente fare a meno, no? O anche, se la gentile signora Vestager dovesse ritenere che la tutela costituzionale del risparmio è aiuto di Stato, magari un governo interessato alle sorti del paese potrebbe dirle: “Cara, grazie per la sua opinione. Noi intanto facciamo come ci pare, così evitiamo di bruciare in borsa 35 miliardi che lei certo non ci ridarà – e l’Europa nemmeno. Poi, se lei non è d’accordo, ci faccia causa alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Se perderemo decideremo se pagare o anche no. Stia bene”.

Ecco: questo, se Renzi si decidesse a cantarlo, non sarebbe il canto del cigno. Ma anche quello che sta cantando, più che il canto del cigno, duole dirlo, sembra il canto del cappone.

Fonte: Goofynomics.it