ndro era troppo intelligente per non cogliere la strumentalità di quegli osanna al nemico diventato amico. I troppi battimani di chi l’aveva bollato come fascista, sicuramente lo inquietarono.

E inquietarono molti di noi che a lui eravamo stretti da una lunga amicizia. Perché si poteva avere l’impressione che il combattente si fosse arreso agli avversari di sempre. Non mi era proprio piaciuta l’idea di un Indro Montanelli cui s’inchinavano le bandiere rosse con falce e martello. Ma tutto sommato aveva vinto lui. Gli erano stati tributati gli osanna non del comunismo, ma dei suoi resti. Di un’armata in rotta, di una costruzione ideologica in macerie.

Indro non c’è più e sul suo giardino adesso planano le chiacchiere, le speranze, le utopie di quel Pd che del tronco possente chiamato Pci ha preso poco più che il fogliame. Indro poteva benissimo tollerare d’essere in qualche modo accostato al machiavellismo truce d’un Palmiro Togliatti e perfino al rivoluzionarismo feroce d’un Pietro Secchia. Ma non alla stagnazione, alla palude e nemmeno alla leggerezza spensierata dei seguaci d’un pensiero che non c’è più.

Indro era allergico ai Rumor, ai Piccoli, ai personaggi minori di una Democrazia Cristiana ormai rimasta senza leader. E sarebbe oggi allergico, secondo me, anche alla nullità degli Angelino Alfano, dei Gianni Cuperlo, dei Denis Verdini, questi portabandiera d’una evanescente politica. Perché tutti costoro hanno il grave difetto di non saperlo ispirare o di ispirarlo il minimo necessario per scrivere.

Gli ultimi sui quali Indro aveva esercitato appieno il suo talento di fustigatore furono Amintore Fanfani e Silvio Berlusconi. Fanfani un po’ irriso anche perché piccolo e un po’ ammirato perché infaticabile. Berlusconi avversato con un accanimento che non giovava certo allo stile e perché dotato d’un ego enorme. E Indro in questo lo sentiva come un rivale.

Ma qualcuno Montanelli lo salverebbe, se fosse ancora con noi. Il qualcuno è Matteo Renzi. Lo considererebbe un perfetto bersaglio per le sue stoccate e Dio solo sa come sarebbe capace di fissare, come l’entomologo una farfalla, gli atti e i detti del giovanotto. Che tuttavia, essendo preda prelibata e oltretutto conterraneo, secondo me gli piacerebbe abbastanza.

E sempre secondo me non gli piacerebbero invece i discorsi che allieteranno – si fa per dire – la Festa dell’Unità. Con le loro rimasticature di vecchia sinistra e le loro furberie centriste. Conservatore anarchico, Montanelli maneggiava il savoir faire anche un po’ ipocrita, ma non tollerava l’ipocrisia degli appelli stentorei a supremi ideali. Sapeva bene cosa ci fosse, di solito, al riparo degli ideali.

Fonte: Il Giornale