Continua in Siria la preparazione dello schieramento militare russo, facendo arrabbiare gli occidentali. L’annuncio che avevo fatto − nella mia rubrica settimanale sul quotidiano Al-Watan [1] − dell’istituzione di una commissione militare congiunta russo-siriana, della trasmissione di dati satellitari russi, dell’arrivo di molti esperti russi e delle spedizioni di armi sempre più sofisticate ha scatenato una tempesta quando è stato confermato dai siti israeliani Ynet [2] e DebkaFile [3]. A questi elementi ho poi aggiunto la ristrutturazione e l’ampliamento dell’aeroporto di Laodicea (Latakia, la più importante città portuale della Siria, NdT) [4].

Però ancora una volta i giornalisti israeliani hanno deformato la realtà, lasciando intendere che la Russia stava per inviare l’aviazione e la fanteria per difendere un governo siriano vicino al tracollo. Alcuni commentatori, rilevando un possibile trasferimento da Sebastopoli della Brigata 810 della marina russa, hanno ricordato l’esempio della Crimea ipotizzando una possibile annessione militare russa della Siria. [5]

Molte televisioni atlantiste hanno diffuso un video di scontri a Laodicea in cui si sentono ufficiali dell’esercito arabo siriano parlare in russo. Secondo Yuri Artamonov, un’analisi del rumore delle armi consente di dedurre che le voci non sono quelle delle truppe siriane ma dei jihadisti che esse combattono [6]. Da molto tempo abbiamo rilevato che la maggior parte dei funzionari dell’Isis (Daesh) comunicano tramite walkie-talkie in turco e russo, ma non in arabo.

Chiaramente le cose non stanno così. La Federazione Russa continua a cercare una soluzione politica al conflitto interno siriano organizzando un dialogo tra governo e opposizione, in conformità col comunicato di Ginevra [7] del Gruppo d’azione sulla Siria (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più Qatar, Turchia, Kuwait e Iraq, NdT) del 31 giugno 2012.

Allo stesso tempo, rispondendo all’appello della Repubblica araba siriana nel quadro delle risoluzioni di pertinenza del Consiglio di Sicurezza, la Federazione Russa intende seguire l’esempio della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l’Isis e lanciare la propria operazione contro i jihadisti.

La Russia ha informato l’emissario statunitense Michael Ratney, in occasione del suo viaggio il 28 agosto a Mosca. [8] Inoltre, il Ministro degli Affari Esteri russo Sergey Lavrov ha pubblicamente chiesto un coordinamento con l’esercito americano che affronta i jihadisti [9].

Ed è proprio questo che spaventa il clan “Petraeus / Allen / Clinton / Feltman / Juppé / Fabius”. In Siria, un abisso separa la realtà dalla finzione mediatica. E come sempre, in queste situazioni, col tempo sono i produttori di propaganda a rimanere imprigionati nella loro retorica e in definitiva a venire intossicati dalle loro stesse menzogne.

La Russia non intende “ridimensionare” l’Isis ma sconfiggere tutti i jihadisti, che si richiamino ora all’Emirato Islamico, ora ad Al-Qa’ida, ora al Fronte islamico o a qualsiasi altra organizzazione. All’improvviso tutti si rendono conto che non esiste attualmente alcun gruppo armato antigovernativo che non sia legato ai jihadisti. Ciò è talmente vero che il Pentagono riconosce di non avere più notizie dei “ribelli moderati” che aveva addestrato a combattere contro l’Isis perché tutti, senza eccezione, hanno già aderito ad Al-Qa’ida. I siriani che all’inizio della guerra si erano uniti ai combattenti stranieri sono tornati alla Repubblica, attraverso i numerosi accordi di riconciliazione attuati dal governo negli ultimi tre anni, oppure hanno adottato gli obiettivi dei jihadisti.

Pertanto, se decidono di agire, i russi attaccheranno tutti i gruppi armati che seminano il terrore in Siria. Gli occidentali non potranno più nascondere che la “coalizione nazionale delle forze di opposizione e della rivoluzione”, che hanno riconosciuto come rappresentante del popolo siriano, sostiene proprio i jihadisti. Dovranno dunque considerare i partiti politici della Siria, compresi quelli che si sono alleati nel “Fronte Progressista Nazionale” del Baath per affrontare i jihadisti.

Una diagnosi tutta sbagliata

Gli occidentali, che hanno chiuso le loro ambasciate e hanno rinunciato a ogni mezzo per analizzare ciò che stava accadendo nel paese, hanno commesso diversi errori di giudizio. Ignorano la trasformazione della società siriana attraverso quattro anni di guerra.

Anzitutto, in Siria ci sono sicuramente conflitti politici ma nessuna guerra civile. La quasi totalità dei cittadini si è raccolta dietro il presidente Assad contro l’aggressione straniera che minaccia la sopravvivenza della civiltà del Levante (quell’ampia area compresa tra il Mediterraneo, la Mesopotamia e l’Anatolia, NdT).

La stampa atlantista ritiene che il regime non controlli più del 20% del territorio e che perciò cadrà presto. Questo perché il territorio abitabile della Siria è ridotto, mentre il deserto è vasto. La Repubblica ha scelto di difendere la popolazione piuttosto che il territorio con i suoi tanto ambìti giacimenti di gas e di petrolio. Secondo il governo, il 20% della popolazione è stato costretto dai combattimenti a rifugiarsi all’estero, il 75% è sotto la protezione della Repubblica e al massimo il 5% si trova nei vasti territori in cui agiscono i jihadisti .

Quindi, se nel 2011 molti hanno creduto al mito della “primavera araba”, oggi non è più così. Il progetto del Dipartimento di Stato di mettere al potere i Fratelli Musulmani in tutto il mondo arabo ha avuto vita breve. L’esperienza egiziana è diventata una mostruosità. Dall’operazione “Vulcano di Damasco” del luglio 2012, il conflitto è una guerra di jihadisti. La scelta non sta più nell’essere a favore o contro il partito nazionalista Baath, ma nell’essere a favore o contro la modernità. I jihadisti difendono un modello di società governata da uomini poligami, in cui le donne non possono uscire di casa senza il velo o se non sono scortate da un parente maschio, in cui gli omosessuali sono messi a morte, in cui l’unica religione consentita è l’Islam e in cui la pratica wahhabita è obbligatoria. È già sorprendente che il 5% della popolazione accetti di vivere in zone controllate dai jihadisti. Ed è assurdo sperare che possano diventare più numerosi. [10]

Aggrappandosi al mito della “primavera araba”, che loro stessi hanno creato e distrutto, gli occidentali hanno perso il contatto con la realtà. Pretendono di sostenere un movimento democratico ostile ad Assad. Ma, a parte il fatto che la democrazia in tempo di guerra sembra essere un lusso, non solo i democratici sostengono Assad contro i jihadisti, ma lui appare come il loro miglior paladino.

Attingendo le loro informazioni esclusivamente dall’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH, con sede a Londra), i media atlantisti hanno scelto di intossicare sé stessi e di intossicare l’opinione pubblica. L’OSDH non è un’organizzazione neutrale ma un organo di propaganda dei Fratelli Musulmani, e la fratellanza è la matrice di tutti i gruppi jihadisti. Tutti i loro dirigenti sono membri o ex membri dei Fratelli Musulmani, da Ayman al-Zawahiri a Zahran Alloush. Gli occidentali pagano ora le conseguenze di quattro anni di propaganda.

Il caso della Francia

Il presidente Hollande ha annunciato di aver autorizzato il suo esercito a sorvolare il territorio siriano per raccogliere informazioni sull’Isis e che potrebbe anche autorizzarlo a bombardare l’organizzazione jihadista.

Questo annuncio sa un po’ di gesto disperato. Effettivamente François Hollande lo giustifica con l’incapacità di lottare efficacemente contro l’Isis bombardandolo solo in Iraq, ma è proprio l’argomento che il presidente Obama aveva usato per convincerlo nel 2014 e che allora aveva respinto. Al contempo c’è una forma di spacconeria nel proclamare che le operazioni aeree hanno avuto inizio l’8 settembre, proprio quando una tempesta di sabbia di intensità storica si abbatteva sul Medio Oriente, oscurava i sistemi di navigazione elettronica e rendeva impossibile il decollo degli aerei. In particolare, vi è una malafede rara nel dichiarare che l’esercito arabo siriano non distruggerà gli aerei francesi perché non controlla più il nord del paese, mentre ha segretamente inviato un’ambasciata militare a Damasco per ottenere la necessaria autorizzazione al sorvolo.

Obama continua l’attuazione dell’accordo di Losanna

Sembra comunque che la Francia abbia tratto le conseguenze dell’accordo tra Washington e Teheran del 14 luglio a Losanna e che non voglia trovarsi isolata in un Medio Oriente in piena riorganizzazione.

Poiché da un anno la coalizione internazionale anti-Isis non ha minimamente combattuto l’Emirato Islamico né in Iraq né in Siria, ma l’ha invece sostenuto con massicci e ripetuti lanci di armi, Obama le ha ordinato di aiutare la Siria a difendere Hassaké. Il 27 e 28 luglio le due forze hanno congiuntamente respinto l’Isis: i bombardamenti della coalizione hanno ucciso circa 3000 jihadisti.

Logicamente, il passo successivo dovrebbe essere quello di includere le forze russe nella coalizione anti-Isis, ma è poco probabile. In effetti, gli americani e francesi che si oppongono alla pace con l’Iran vogliono estendere il caos non solo al Levante ma anche al Nord Africa e al Mar Nero. Sono quelli che accusano la Russia di voler «salvare Assad» dalla primavera araba. Quindi dovremo invece assistere al bombardamento dell’Isis da parte di due coalizioni distinte; oppure, col tempo, a una differenziazione dei ruoli, con gli Stati Uniti che si occupano dell’Iraq e la Russia della Siria.

Fonte: Voltairenet.org