Avete visto che fine ha fatto Renzi all’ultimo vertice con la merkel e Hollande: ha annunciato che la Ue avrebbe fatto concessioni sul Fiscal compact e la disciplina di bilancio. Avete visto com’è andata a finire: nessuna concessione all’Italia e la Germania che pretende ancora più rigore. Ora il caso Mps rischia di trascinare in una voragine tutto il sistema bancario italiano, per mano, ancora una volta, di un’istituzione europea, la Bce e in ottemperanza di norme europee.

Il blog di Beppe Grillo mi ha intervistato sul dopo Brexit e la mia tesi è piuttosto chiara: l’Italia è in una gabbia di regole e di vincoli che stanno portando il Paese alla rovina, alle destrutturazione permanente.
Dopo il voto britannico, l’unico modo per farsi prendere sul serio con Bruxelles è di far la voce grossa, di pretendere che l’Italia venga ascoltata come un partnter qualificato e importante della Ue, quale sulla carta è. Solo così puoi ottenere qualcosa. Insomma, ci vorrebbe un premier energico e credibile. Il momento sarebbe propizio. Invece a Palazzo Chigi siede Renzi. Che fa l’effetto che fa. E nulla cambierà nel rappporto con la Ue cambierà. Si profilano tempi cupi.

Di seguito la trascrizione dell’intervista:

Cosa sta succedendo sui mercati finanziari dopo la Brexit?
Abbiamo visto un movimento abbastanza significativo. Dopo le prime fasi c’è stato un crollo che si è verificato soprattutto nei Paesi dell’area Euro e non tanto in quelli fuori. La Gran Bretagna ha avuto la borsa che assieme a quella svizzera ha retto meglio di tutti, e ha già ampiamente recuperato le perdite dei primi giorni. Questo è molto significativo, perché al di là dell’immensa emozione generata da questo voto, chi poi gestisce i capitali e chi deve valutare le aziende opera con un metro di giudizio che è ben diverso: si rende conto che la Brexit avrà delle influenze ma non nel breve termine e non tali da mettere al repentaglio la solidità o l’interesse nel mercato da parte di queste aziende. Per cui le aziende britanniche continuano a essere solidissime e continuano anche quelle svizzere. Non altrettanto si può dire di molte aziende quotate nei listini europei che invece sono crollate.

È per questo che afferma che il problema della Brexit risiede nell’Eurozona e non nell’Unione Europea?
L’Eurozona ha delle fragilità strutturali evidenti, ha delle tensioni dovute alla rigidità del sistema Euro, e basta qualunque shock esterno per provocare una crisi molto forte. In un mondo normale la Gran Bretagna dovrebbe crollare, in realtà abbiamo visto che c’è stato un attacco speculativo sulla Sterlina, però sono fenomeni che non possono avere durata illimitata e che non possono mettere sotto scacco un Paese. C’è stata una riduzione della valutazione degli istituti che misurano il rating dei titoli di stato, ma anche questo è una valutazione politica e non reale. Politica perché sappiamo che questi istituti sono gli stessi che hanno dato la tripla A ai bond sui mutui subprime, sono gli stessi che sono inevitabilmente condizionati da chi paga queste valutazioni. E sono gli stessi che sono molto sensibili agli interessi dell’establishment. Quest’ultimo ha reagito emotivamente e così anche loro. Per quanto riguarda la borsa, è più difficile far crollare un intero listino, la borsa si basa su valutazioni meno emotive e gli investitori si sono resi conto che la borsa britannica non è meno interessante di prima, anzi. Le cose continuano come prima ed è quella che ha retto meglio allo shock. La fragilità non è quindi nella Gran Bretagna, ma nei paesi dell’Euro.

Che certezze ci sono oggi per i Paesi che vorrebbero uscire dalla moneta unica?
Certezze non ce ne sono. Sappiamo che rischierebbero uno shock molto forte, sono operazioni talmente colossali che hanno implicazioni enormi. Però il punto fondamentale è: rimanendo nell’Euro non si ha speranza di una ripresa. L’Italia non ha ancora recuperato i livelli di benessere che aveva prima dei mutui subprime e sono passati quasi 8 anni. Il punto è che le elite europee e la Troika continuano a imporre misure che sono restrittive, di austerità, basate sul tentativo di abbassare un debito pubblico pur sapendo che questa è un’operazione praticamente impossibile, perché l’Italia è in avanzo primario da molto tempo. Ovvero spende meno di quanto incassa (escludendo la spesa per interessi), però questo non basta a far scendere il debito pubblico che anzi è salito ulteriormente. Allora anche l’esperienza greca è drammatica nel senso che la Grecia ha fatto i compiti a casa, è stata salvata (ma non è stata salvata affatto) e oggi la situazione in Grecia è terrificante. L’80% dei greci non ha diritto all’assistenza sanitaria, la mortalità infantile è aumentata, i casi di suicidio anche. E nonostante questo si continuano a chiedere ulteriori sacrifici. Quel che accade riguardo anche all’Italia è che questo tipo di approccio che fa felice solo la Germania continua ad essere reiterato ed è molto pericoloso. Finché l’Europa continua ad essere così rigida, a non voler correggere leggi che sono molto discutibili, norme come quelle di Maastricht, l’ipotesi di dire usciamo dall’Euro diventa non più una provocazione intellettuale, ma potrebbe essere una risposta. Secondo me l’uscita dell’Italia dall’Euro è un’ipotesi che dovrebbe essere presa in considerazione con molta serietà per salvare il Paese nel lungo periodo, rimanendo dentro a queste condizioni non c’è speranza che l’Italia possa tornare ad essere un Paese prospero.

Non servirebbe una banca pubblica sul modello delle banche tedesche fuori dal controllo della BCE?
È una verità che pochi conoscono, il 45% delle banche tedesche oggi sono pubbliche. Sono state concepite in modo tale da permettere di proteggere le casse di risparmio locali dall’imposizione delle norme bancarie che invece valgono per tutte le altre tipologie di banche. Questo fa sì che la Germania possa salvare le proprie banche e che gli enormi buchi provocati dalle casse di risparmio tedesche di fatto non facciano notizia. L’idea di dire creiamo delle banche pubbliche potrebbe essere una buona idea. La domanda a cui io non ho risposta è: è possibile farlo oggi?

È d’accordo col fatto che il Governo italiano dovrebbe battere su questo tasto?
Il Governo italiano dovrebbe battere i pugni sul tavolo, dovrebbe essere consapevole che non è un Paese qualunque, ma uno dei Paesi fondatori dell’Unione Europea. L’unico linguaggio che l’UE capisce è quello della forza, l’Italia continua ad essere trattata come il cattivo ragazzo che non fa i compiti a casa. L’UE e la Germania non possono permettersi che l’Italia esca dall’Euro, c’è un commento di Boris Johnson che dice: “Con l’UE ogni volta che tratti su base paritaria facendo affidamento sulla volontà di arrivare a un compromesso, non ottieni nulla. Ottieni solo quando usi le maniere forti, quando la metti con le spalle al muro. In quel momento l’UE capisce”. L’Italia questo atteggiamento non l’ha mai tenuto, ma questo è il momento di picchiare i pugni sul tavolo. Di avere un premier che dice “io non posso sacrificare l’economia del mio Paese per rispettare regole che valgono solo per alcuni”. Dovrebbe essere una battaglia durissima in cui la credibilità del premier diventa fondamentale. Abbiamo visto cosa è successo l’altro giorno: Renzi dice che nel vertice a tre con Francia e Germania otterrà un cambio delle regole, e invece il giorno dopo la Merkel lo ridimensiona. Questo non va più bene, l’Italia o trova le risorse per liberarsi da certi vincoli oppure rischia di finire triturata e di essere commissariata.

Cosa ne pensa della proposta di separazione bancaria?
Sui mercati finanziari i problemi sono iniziati quando in USA è stato abolito il Glass-Steagall Act. Ovvero la legge che divideva le attività commerciali da quelle speculative. Ed è in quel momento, alla fine degli anni ’90, che è partita l’idea della banca globale che deve crescere e agire in tutti i campi. Effettivamente quel che è successo è che una decina di banche sono diventate enormi e la storia la conosciamo. Sono d’accordo con la vostra proposta e analisi, le misure per evitare il “too big too fail” si sono rivelate essere inefficienti e hanno provocato l’effetto opposto. Oggi le banche restano sistemiche e le grandi banche invece che essere meno pericolose per l’economia mondiale, lo sono ancora di più. E questo è incredibile, bisogna porre fine a quello che è un potere di condizionamento molto pericoloso. Se dovessimo tornare a misure sagge come quelle che erano nel Glass-Steagall Act non sarebbe sbagliato. Anzi, sarebbe doveroso mettere ordine nel mercato finanziario e rispristinare le buone regole del capitalismo, che comportano il fatto che una banca che non funziona possa anche chiudere e che non si debba essere soggetti sempre a un ricatto implicito come oggi.

Fonte: Il Giornale