Un cadavere trovato in un fosso, un’altra vita spezzata, un’altra storia sbagliata e ora scriveranno fiumi d’inchiostro facendo domande a un generale che non può rispondere. Il sistema di potere egiziano, e quelli del Medio Oriente in generale, sono brutali, qui la tortura non è l’eccezione ma la regola. Lo abbiamo sperimentato il 17 gennaio 1991 in un caserma giordana, con Eric Salerno del Messaggero, una ventina di militari in divisa prima ci massacrarono metodicamente di botte usando il calcio del fucile, poi tentarono di buttarci da una finestra dove sotto aspettava una folla urlante ed eccitata. Fummo fortunati a cavarcela.

La realtà di solito è un’altra. Il generale Abdel Fattah al-Sisi, e come lui tutti gli autocrati e i regimi mediorientali, esercita un potere che si ramifica in tutta la società attraverso l’esercito, la polizia, le bande paramilitari e i servizi segreti, i famigerati Mukhabarat, quasi sempre più di uno: 12 se ne contavano nella Siria di Assad alla vigilia della rivolta, sei nella macchina infernale dell’Iraq di Saddam Hussein, tre in Egitto dove il Mukhabarat è andato a scuola dal Mossad. I veri capi dell’Algeria negli anni ’90 e Duemila, durante i massacri islamici, erano i generali della polizia, non i governi. I ministri di solito qui contano poco. In Turchia quando non si capisce chi fa le stragi si parla dello Stato Profondo, il “Derin Devlet”: l’intreccio tra militari, polizia, servizi, criminalità e terrorismo che sopravvive in tutte le stagioni politiche compresa questa di Erdogan. Ovunque c’è un ministro dell’Informazione per filtrare, censurare e controllare giornalisti locali e stranieri: è la stessa esistenza di questo ministero a dirci che l’informazione non è gradita, se non quando è propaganda.

Le istituzioni repressive si perpetuano nel tempo: cambiano i capi e i torturati di prima diventano dopo i torturatori. Lo Shah, all’inizio degli anni 60, sembrava in pieno controllo. Aveva creato la polizia politica Savak con 60mila agenti ma si calcola che negli anni ’70 circa un terzo degli iraniani avesse lavorato come informatore o fosse entrato in contatto con i servizi. Questi numeri possono apparire esagerati,forse lo sono. Ma lo stesso fenomeno si riscontra in molte dittature. In Iran oggi i servizi della Vevak, acronimo che ricorda sinistramente la Savak imperiale, lavorano in modo capillare e con tecnologie moderne. Una macchina formidabile ma anche semplice: per ogni due rappresentanti di un’istituzione c’è un terzo, di solito un pasdaran, che fa rapporto sull’attività interna o esterna. Hussein Shariatmadari, attuale direttore di Keyhan, un giorno mi mostrò un braccio mutilato dalla Savak dello Shah ma negli anni ’80 era lui a torturare i prigionieri nel carcere di Evin. A volte ci tengono a dirtelo per fare capire che contano davvero. L’Iran è un Paese dove la repressione è un meccanismo oliato come dimostra la fine dell’Onda Verde nel 2009 che a Teheran fallì ma anticipò il crollo dei regimi arabi.

È questo il potere che invece di sfaldarsi rinasce negli apparati. Le rivoluzioni da questo punto di vista possono sembrare illusioni ottiche. I miliziani di Mubarak sono stati riciclati da al-Sisi dopo il colpo di Stato contro i Fratelli Musulmani. In Egitto i militari come Nasser, Sadat, Mubarak, Sisi, svestono l’uniforme e mettono giacca e cravatta, ma continuano a gestire da 60 anni un lato oscuro dello Stato che è il vero potere. È questa la macchina infernale che stritola i popoli mediorientali: cambiano i manovratori non i metodi. Non c’è neppure bisogno di impartire ordini: gli apparati polizieschi che sostengono i raìs sono zelanti, anche troppo. Per questo il generale egiziano non può dirci tutta la verità su Giulio Regeni e le ombre del potere.

Fonte: Il Sole 24 Ore