Di Angelo Zaccaria.

Proviamo a fare il punto della situazione, a poco più di due anni dalla scomparsa di Hugo Chavez ed a poco meno di due dalla elezione alla presidenza di Nicolas Maduro. Procedo per punti, il che forse aiuta ad essere più sintetici. A fine anno si vota in Venezuela per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, la quale seppure in un paese con un ordinamento fortemente presidenzialista come quello venezuelano, rimane l’organo legislativo della Repubblica Bolivariana, nonché il secondo centro di potere istituzionale del Paese.

Si parla della possibile sconfitta del chavismo in queste elezioni. Sarebbe la prima volta che accade in oltre 15 anni. Ci fu si una prima sconfitta di misura nel 2007, ma si trattava di un referendum sulle modifiche alla Costituzione, e non di vere e proprie elezioni.

L’eventuale sconfitta aprirebbe scenari preoccupanti per il governo: blocco o forte rallentamento dell’attività legislativa e di nomina di importanti cariche istituzionali; immediata promozione del referendum revocatorio contro Maduro, già possibile nel 2016; nuovi tentativi di golpe di tipo cruento oppure di tipo istituzionale-parlamentare, si veda il recente caso del Paraguay.

I problemi di consenso del chavismo non sono una novità di queste settimane, e si erano evidenziati già con Chavez ancora vivo: si veda il pari e patta nel voto popolare alle precedenti elezioni parlamentari del 2010, il quasi dimezzamento del pur cospicuo vantaggio di Chavez sul suo avversario nelle ultime elezioni presidenziali dove lui partecipa, quelle del 2012, a paragone di quelle del 2006. Infine e soprattutto ricordiamo il “quasi pari e patta” di Maduro contro Capriles nelle elezioni presidenziali dell’Aprile 2013, vinte da Maduro con soli 223.599 voti di vantaggio.

Le ragioni di questa crisi sono diverse.

La problematica situazione economica anzitutto: alta inflazione, persistenza di un modello produttivo ancora imperniato sulla esportazione di petrolio, ricorrente scarsità di prodotti di consumo necessari alla vita della popolazione. A questo si aggiunga la mancata soluzione di alcuni problemi storici del paese: elevata corruzione dei poteri pubblici e criminalità violenta.

Perchè la situazione economica è così problematica?

Di certo questo è il prodotto di una contraddizione di fondo non sciolta dentro il processo bolivariano. La scelta, che io condividevo e condivido, di promuovere la “Revolucion Bonita”, cioè un tentativo di cambiamento “socialista” del modello socio-economico, in forma graduale, consensuale e relativamente pacifica, ha prodotto nei fatti un sistema politico ed economico misto, dove tuttora il 70 % circa dell’economia è controllata ancora da soggetti privati. La contraddizione consiste nel fatto che una parte rilevante di questi soggetti privati che tuttora dominano una parte importante dell’economia del paese, remano a tutta forza contro il governo e tentano in tutti i modi di rendere irrealizzabile o non efficiente economicamente il modello del “socialismo del secolo XXI”. A questo si aggiungano altri fattori legati all’andamento economico globale, ed in particolare al recente e consistente calo dei prezzi del petrolio.

Impossibile però negare alcune responsabilità del governo chavista alla base dei problemi economici tuttora persistenti. La corruzione negli apparati di governo, problema gigantesco e che fa ballare centinaia di miliardi di dollari di rendita petrolifera, che in vari modi son stati sottratti allo stato e riconsegnati a varie oligarchie economiche e criminali, non è stata mai davvero combattuta alla radice e sino in fondo. Questa fu una scelta operata già da Chavez, il quale sottoposto ad attacchi e tentativi di destabilizzazione esterna continui, scelse di non pestare sino in fondo il piede sul pedale della lotta contro la corruzione, per timore di creare troppe fratture nella propria stessa classe di governo ed amministrativa, inclusa quella militare, di certo non estranea al problema. Si veda a riguardo la recente dichiarazione di Jorge Giordani, per anni super-ministro dell’economia e delle finanze e stretto collaboratore di Chavez, il quale afferma che è necessaria una legge draconiana contro la corruzione, che permetta di scoprire tutte le pentole di ruberie ed appropriazioni indebite, sia da parte di civili che di militari.

A questo si aggiungano anche errori di coordinamento e di pianificazione economica da parte del governo.

Detto in altri termini: ribadire ossessivamente come fa il governo che i problemi economici son dovuti soprattutto al boicottaggio e sabotaggio economico da parte delle destre antichaviste, è solo in parte corretto. Nessuna rivoluzione nella storia, ha mai goduto di una così enorme massa di risorse finanziarie come quella bolivariana, in un paese dove va ricordato che ogni giorno si estraggono e vendono oltre tre milioni di barili di petrolio.

Cosa sta facendo il governo per far fronte a questa situazione?

Il governo adotta una strategia che potremmo dire del “doppio binario”. Da un lato adotta una linea estremamente pragmatica e spregiudicata, che continua a far arrabbiare la sempre in affanno ed irrequieta ala sinistra del campo bolivariano. Vengono riproposti (li lanciò già Chavez) tavoli di concertazione comune fra il governo e l’impresa privata nazionale, quella stessa che viene poi accusata di sabotaggio e boicottaggio, per promuovere progetti comuni di sviluppo del paese. Per aggredire lo storico deficit del paese in campo industriale e manifatturiero, vengono addirittura varate “Zone Economiche Speciali”, dove attraverso l’intervento di capitali ed imprese essenzialmente cinesi, saranno lanciati progetti produttivi derogando alle normative fiscali, a quelle lavorative e ambientali.

Dall’altro lato è sempre ben attiva e martellante la macchina propagandistica del governo, ma soprattutto ci si sforza, nonostante i problemi finanziari, di non far mancare risorse alle politiche sociali e di welfare, che insieme al ruolo carismatico e poi alla eredità di Chavez hanno garantito in tutti questi anni un vasto sostegno popolare al governo: dai progetti in campo educativo, sanitario ed alimentare, alla lotta contro povertà ed emarginazione, al vasto piano di costruzione di case popolari ed infrastrutture comunicative e di trasporto.

Ed ora che accadrà? Francamente non lo so. Quello che è certo è che il Venezuela continua a restare in cima alla lista degli stati ai quali la macchina imperiale USA, anche nella sua versione soft Obamiana, continua a riservare la più fiera ostilità. Si veda l’ultimo surreale decreto presidenziale della Casa Bianca dove la politica del governo venezuelano viene bollata come una “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza degli Stati Uniti”.

Perchè inusuale? Perchè fra i tanti stati più o meno canaglia beneficiati dalla inimicizia USA, il Venezuela Bolivariano continua a mantenere una sua specificità, a mio parere positiva: quella di essere una esperienza, pur con tutti i suoi limiti, socialmente e politicamente rivendicabile e difendibile, la quale non a caso continua a godere di vasti appoggi sia nelle opinioni pubbliche che in molti governi, a partire dalla regione latino americana. Sarà proprio per questo che ad Obama sta tanto sulle scatole il Venezuela, e forse si trova più a suo agio con avversari (sino a ieri alleati) come l’ISIS, oppure come l’Iran o la Corea del Nord. In altri termini, il Venezuela continua a dare fastidio anche perché rappresenta nel mondo una concreta alternativa di governo alle esangui sinistre neoliberiste globali. Così come continua a rappresentare una limpida forza di contrasto, e scusate se vi sembra poco, ai ricorrenti tamburi di guerra che a 70 anni dalla fine della seconda guerra mondiale si tornano a sentire rullare nel mondo, ed intorno alla nostra povera vecchia e stanca Europa.

Per concludere, forse non ci sono gli elementi per fare grandi previsioni, ma di certo ce ne sono per augurarsi che il Venezuela Bolivariano riesca a mettere le mani sui tanti problemi e limiti che ancora lo affliggono, e che quindi superi questo momento difficile a partire dalle elezioni parlamentari di fine anno. Questo sarà bene non solo e soprattutto per quei milioni di venezuelani e venezuelane dei cosiddetti “ceti meno abbienti”, e che dai governi pre-chavisti erano considerati poco più che immondizia sociale, ma sarà un bene anche per noi.

Fonte: aldogiannuli.it