Si chiama Trattato transatlantico per il commercio e per gli investimenti e suona davvero bene. TTIP (in inglese). Che c’è di male in un accordo di libero scambio tra Europa e Stati Uniti? In teoria, nulla. Anzi, ben venga; ma il mondo in cui viviamo riserva delle sorprese. A volte le definizioni etimologiche non descrivono la realtà; un po’ come accadeva ai tempi dell’Unione sovietica, che proclama le virtù della democrazia pur essendo una dittatura. Ai gerarchi sovietici il TTIP sarebbe piaciuto assai, non tanto per i suoi contenuti, quanto per la sua doppiezza.

Il Trattato che inneggia, in teoria, al liberalismo, promuove in verità un pericoloso sovvertimento di valori che un tempo erano condivisi nel mondo occidentale, quali la democrazia, lo stato di diritto, una sana economia di mercato e la tutela dalla salute. Sì, sono a rischio. E non è un’esagerazione.

Che qualcosa non filasse per il verso giusto si era capito un paio di anni fa, quando gli Stati Uniti, promotori dell’accordo, avevano imposto la segretezza assoluta sulle trattative. La clausola prevedeva che l’accordo dovesse essere trattato nel riserbo totale fino alla conclusione, quando sarebbe stato presentato all’opinione pubblica e soprattutto ai Parlamenti come un “prendere o lasciare”, senza possibilità di emendarlo. Una prassi davvero insolita, di quel genere che di solito non prelude a nulla di buono. E infatti…

Man mano che i negoziatori prendevano conoscenza delle proposte americane si è diffusa dapprima meraviglia e poi sconcerto; alcuni hanno iniziato a protestare finché altri hanno trovato il coraggio di rompere il muro del silenzio.
Si è venuto così a sapere che il TTIP mirava a vanificare il nostro stato di diritto, permettendo alle aziende multinazionali di porsi al di sopra degli Stati. Come? Ogni volta che una di esse si fosse sentita danneggiata – ad esempio da una nuova legge nazionale – avrebbe potuto citare in giudizio uno Stato ma, attenzione, non tramite i consueti strumenti giudiziari (dalle Corti nazionali fino a quelle internazionali) bensì rivolgendosi a una commissione di esperti che avrebbe deliberato a porte chiuse e senza possibilità di ricorso. Decenni di storia e di tutele del diritto spazzati via in un colpo solo.

Il TTIP annullerebbe altre tutele, ad esempio quelle sulla denominazione d’origine. Per intenderci: oggi lo Sbrinz o è svizzero o non è. Il Parmigiano Reaggiano o è italiano o non lo è. D omani potrebbe esserci uno Sbrinz della California e un Parmigiano del Nebraska che dei deliziosi formaggi a noi ben noti avrebbe solo l’etichetta. E così per i prosciutti, le mele, le torte, i prosciutti; sì, lo avete capito, tutto.

In genere mira non tanto a stabilire nuovi standard condivisi per il commercio transatlantico, quanto, piuttosto, quelli americani all’Europa. Che non sono sempre i migliori. E non sono sempre i più giusti.
Oggi le normative UE sugli alimenti e sulla salute sono molto più restrittive di quelle statunitensi; tuttavia se il TTIP venisse approvato verrebbero permesse in Europa coltivazioni con pesticidi oggi vietati e sulle nostre tavole finirebbero cibi con più ormoni, più sostanze cancerogene, più additivi chimici.

Le fughe di notizie hanno costretto i negoziatori a mitigare parzialmente alcune proposte, che, però, lasciano intatto il quadro e che non sono servite a spegnere una protesta sempre più vivace e multicolore, che accomuna partiti europei di chiara ispirazione liberale, sindacati, associazioni economiche, ecologisti. La battaglia contro il TTIP non è ideologica, non è di destra né di sinistra; è, semplicemente, di buon senso per impedire un trattato che mostra inclinazioni neocoloniali più che liberali.

D’altronde oggi è anche così che si governa il mondo. Ricorrendo a metodi analoghi e invocando principi morali, l’America ha imposto alla comunità internazionale normative sulla trasparenza bancaria che, però, è la prima e la sola a non rispettare e che la trasformano oggi nell’unico vero paradiso fiscale al mondo.

Questo è il vero scandalo, in un’epoca di continua sottrazione di sovranità. Mai, però, avremmo immaginato di dover difendere la credibilità dei nostri tribunali e della nostra democrazia. E, a denti stretti, anche il nostro Sbrinz e il nostro Parmigiano.

Fonte: Il Giornale