A vederlo così, la prima volta, credo sotto il palco del V-Day del 2007 a Bologna, quando il Movimento 5Stelle non esisteva forse neppure nella sua testa, non mi fece una grande impressione. Solo la bizzarra acconciatura e la voce di Paperino con una leggera zeppola di pronuncia lo distinguevano da uno dei tanti travet con l’ impermeabile beige e la ventiquattr’ ore. Poi mi propose una zona franca in diretta streaming sul blog di Grillo, ogni lunedì. La chiamammo Passaparola e funzionò.

Dopo un po’ mi disse: “Tu non puoi lavorare gratis: ma ora raccogliamo i tuoi interventi in tre o quattro dvd all’ anno, li vendiamo online, ci paghiamo le spese e ricaviamo il tuo compenso”. Obiettai: “Ma chi se li compra, se i Passaparola sono tutti online?”. “Tu sottovaluti il web, in poco tempo si farà tutto in Rete”. Naturalmente i dvd non se li comprò nessuno (come del resto quelli dei V-Day, con cui s’ illudeva di coprire le spese delle kermesse, poi rimaste in gran parte sul groppone di Grillo che aveva anticipato le somme e, da genovese, si può immaginare con quale entusiasmo).

Continuammo comunque per tre anni e mezzo. Finché il blog diventò l’ organo ufficiale del M5S che, fondato da Grillo&Casaleggio nell’ ottobre 2009, si accingeva a entrare in Parlamento: mi parve giusto allontanarmi. Anche se mai una volta Gianroberto mi aveva detto cosa dovevo dire, o non dire. Nel frattempo, un mese prima dei 5Stelle, era nato il Fatto e, vista la sua abilità nel fabbricare siti e blog, avevamo pensato di chiedergli una consulenza per ilfattoquotidiano.it.

Mission impossible, per due insanabili divergenze: lui pensava che chi mette in piedi un sito non possa limitarsi a un contributo tecnico, ma debba dire la sua sui contenuti, e aveva ragione, infatti ce lo facemmo da soli, in assoluta indipendenza; diceva pure che il Fatto doveva uscire soltanto online, finanziandosi con pubblicità e sottoscrizioni: “La carta è morta”. E qui si sbagliava.

Da allora ci siamo visti una sola volta, quando lo intervistai alla vigilia delle Amministrative del 2014, che lui dava già per vinte e io per perse. Qualche volta ci sentivamo, per motivi di lavoro: lui chiamava per contestare qualche mio o nostro articolo, io per chiedere lumi su certe scelte assurde (dal patto con Farage a molte espulsioni con metodi antidemocratici) e qualche intervista, quasi sempre negata. Casaleggio era un impasto di antimodernità e modernità, di intransigenza fondata sui valori del buon senso antico e di tecnologia applicata al futuro. Un Tecnorobespierre.

Esperto di comunicazione digitale, comunicava pessimamente se stesso. Detestava a tal punto i riflettori che quasi faceva apposta a rendersi antipatico e respingente con i giornalisti, quando gli sarebbe bastata qualche moina paracula per metterseli in tasca. “Intervistate i nostri ragazzi in Parlamento, io sono un privato cittadino, non mi va di mettermi in mostra”.

Anche in questo era l’ anti-Grillo: tanto irruento, torrenziale, emotivo, casinista e incontinente è l’ uno, quanto misurato, pacato, timido, controllato e razionale era l’ altro. Non rideva quasi mai, salvo quando parlava di “Beppe”. I due si completavano a vicenda: un solo leader a due teste. Eppure questo travet coi riccioli era molto più ingenuo di quanto si pensi: alla “rivoluzione della gente comune nelle istituzioni” ci credeva davvero.

Capace di una lucida follia, o di una folle lucidità, che gli faceva amare insieme Gengis Khan e Berlinguer, Borsellino e i padri costituenti, e che un giorno gli fece balenare quell’ autentica pazzia che è il M5S: un movimento senza leader, ideologia, organizzazione, strutture, sedi. E soprattutto senza soldi. Non per partecipare, ma per vincere. Quando ne parlava all’inizio, sempre sottovoce con la voce di Paperino, suscitava solo ilarità.

Poi, da quando la cosa prese a sembrare possibile, le risate divennero calunnie, insulti, notizie inventate per sputtanarlo. È raro trovare un leader politico più vilipeso di lui. Arricchimenti fantasmagorici, logge segrete, poteri occulti, addirittura lo spionaggio delle email dei deputati. “Mi mancano solo i riti vudù e i sacrifici umani”, scherzò una volta, mentre raccoglieva nel libro Insultatemi pure le offese collezionate.

Non se ne dava pace: “Ma cos’ ho fatto di male? Perché non si rassegnano all’ idea che faccio questo perché mi sono rotto le scatole (la sua massima imprecazione, ndr) di vedere il mio paese andare a rotoli per una classe dirigente di ladri e incapaci. Dietro Casaleggio c’ è solo Casaleggio. Una persona normale, forse banale. Ho sempre vissuto del mio lavoro, pagato le tasse, rispettato le leggi, poi ho cofondato un movimento che restituisce i soldi pubblici, mantiene le promesse fatte agli elettori, caccia i voltagabbana e impoverisce i suoi fondatori anziché arricchirli. E soprattutto sono incensurato”.

Ecco, forse questo disturbava tanto: un incensurato che pretende di fare politica senza chiedere soldi pubblici né cariche (“al massimo potrei fare il ministro dell’Innovazione”). Una bestemmia. I metodi li abbiamo spesso contestati: Casaleggio in cuor suo sapeva bene che, senza la frusta e il pugno di ferro del “garante”, l’ Armata Brancaleone si sarebbe subito sfaldata, o fatta comprare, o scalare.

Ora che se n’ è andato dopo avere scritto un bel pezzetto di storia d’ Italia, ma senza vedere il suo sogno realizzato, ha liberato i 5Stelle da quell’ ingrata incombenza che prima o poi tocca a ogni movimento: uccidere il padre. Da oggi il M5S si ritrova troppo presto senza papà (Grillo è, per temperamento, la mamma). Ed è costretto, dall’ oggi al domani, a diventare adulto.

Fonte: Il Fatto Quotidiano