Nessun essere umano può possedere il mondo, nessun vivente può esaurire la vita. La natura finita, lesa, mancante dell’esistenza ci impedisce di essere “tutto”. Violare questo limite anima la passione dell’avaro che nella sua spinta a volere, possedere, conservare, trattenere tutto, vorrebbe restituire alla vita umana una pienezza che essa non ha mai conosciuto. Non è un caso che San Paolo descrive l’avarizia come il «peccato dei peccati », la radice prima di tutti i peccati. Perché? Quale sarebbe la soglia, il tabù, che colpevolmente l’avaro supera? In una celebre parabola di Gesù un signore assegna ai suoi servi dei denari prima di partire per un viaggio; al primo, tre, al secondo due, al terzo uno chiedendo loro di farne buon uso sino al suo ritorno. Quando il signore, una volta rientrato a casa, chiede a ciascuno di rendere conto dei denari ricevuti, il primo e il secondo mostrano con soddisfazione di essere riusciti a moltiplicarli, mentre il terzo non può che riconsegnare al padrone il solo denaro che aveva ricevuto. Anziché rischiare di perderlo aveva preferito seppellirlo sotto terra. È stata la paura di perdere il suo solo denaro che ha fatto prevalere la spinta alla sua conservazione a quella del rischio dell’impresa e del commercio. Ed è proprio questo che fa infuriare il suo padrone: per paura il servo ha seppellito il suo talento rendendolo sterile. Non c’è peccato più grande. Non è proprio questa paura e questa sterilità che ritroviamo al centro del ritratto dell’avaro?
La parabola evangelica mette bene in luce il carattere drasticamente infruttuoso dell’avarizia. Questa appare innanzitutto come una cattiva impresa perché la premura di evitare ogni forma di perdita si ribalta nel suo esatto contrario: il servo pauroso, non facendo fruttare il suo talento, perde tutto. La sua angoscia di fronte al rischio che accompagna inevitabilmente ogni impresa umana denuncia una viltà che restringe — sino a chiuderlo — l’intero orizzonte del mondo. Nel rifiuto della perdita e nella smania di possedere tutto, l’avaro perde ogni possibilità di realizzazione soggettiva. Le sue mani possono stringere solo cose morte; l’accumulo di oggetti e denari e la smania continua di possesso impediscono ogni soddisfazione rinviandola a un futuro che non arriverà mai.
Ma la passione dell’avaro travalica, in realtà, i denari, gli oggetti, la “roba” — per usare l’espressione del Mastro don Gesualdo di Verga — perché la sua vera meta è un’altra: è quella — come mostra il celebre Arpagone protagonista de L’avaro di Molière — di rifugiarsi dall’aleatorietà ingovernabile della vita mettendo la vita stessa in una cassaforte. Rubare l’avena ai suoi stessi cavalli, moltiplicare i digiuni per i propri familiari, pilotare i matrimoni dei figli in base al solo criterio dell’utilità economica, preferire l’adorata “cassetta” che raccoglie il suo patrimonio alla sua “amata” Marianna, rivelano l’ottuso ma lucido rifugio scelto dall’avaro per sottrarsi ai rischi insidiosi dell’amore. Arpagone evita l’amore per una donna perché persegue l’illusione di bastare a se stesso. Nondimeno la sua brama di possesso non è mai sazia, ma appare, come in ogni avaro, dominata da un “cattivo infinito”: più possiede più vorrebbe possedere proprio perché quello che vuole possedere — la vita — non può essere richiuso in cassaforte.
Questa insaziabilità svela l’insensatezza della sua aspirazione più profonda: mettere la vita al riparo della vita. Per questa ragione, Enzo Bianchi ha avuto modo di definire l’avaro un “de-creatore”; egli non genera nulla perché è accecato da una brama di possesso che gli impedisce di godere anche di quello che ha. È la stessa illusione che può animare il collezionista: aspirare a possedere l’ultimo pezzo, il più pregiato, salvo constatare che, una volta ottenutolo, nemmeno questo pezzo è sufficiente a dare un’autentica soddisfazione. L’avaro è un de-creatore perché compie il cammino della creazione a rovescio: invece di generare la vita, trasforma la vita in una cosa morta.
Per Freud la passione dell’avarizia è il risultato di una fissazione precoce della libido alla fase anale: anziché cedere il proprio prodotto all’Altro, anziché accettare di entrare nello scambio simbolico con l’Altro, meglio ritenere, conservare tutto, trattenere il proprio prodotto presso di sé lasciando che sia l’Altro a chiedere di avere quello di cui manca. L’illusione dell’avaro è, infatti, quella di non mancare di niente. È questo il suo peccato, smentito però dalla stessa passione che lo domina: la spinta compulsiva e avida al possesso non raggiunge mai la soddisfazione dando luogo a un tormento incessante. In questo senso il baricentro dell’avaro è sempre tutto fuori di sé: l’invidia per i beni altrui è il suo tarlo più subdolo e più lacerante. Non è solo invidia di quello che l’altro ha, delle sue proprietà, della sua ricchezza, ma della sua stessa vita.
Melanie Klein lo ha teorizzato ampiamente: l’invidia non colpisce il seno più arido e insufficiente, ma solo quello più abbondante e generoso. L’invidioso morde la mano di chi lo ha nutrito. Per questa ragione l’avaro non conosce gratitudine. La sua hybris più propria sarebbe quella di farsi da sé, di non contrarre alcun vincolo, di non avere mai a che fare con debiti ma solo con debitori. Nel frattempo l’ombra della morte disturba il suo sonno ricordandogli che lei — la morte — non si lascia mai — come, del resto, la vita — rinchiudere in cassaforte.

Fonte: La Repubblica