Per chi resiste c’è sempre un’altra versione della storia. Che il generale al- Sisi sia un intoccabile lo avevamo capito perfettamente. Un giorno il presidente egiziano incassa decine di miliardi di dollari dalla casa reale saudita. Un altro firma contratti con il francese Hollande, quello seguente accoglie il segretario di Stato John Kerry preceduto dallo scongelamento degli aiuti militari all’Egitto. Si sente così sicuro di sé che le sue forze speciali hanno arrestato il dottor Ahmed Abdallah, presidente della commissione egiziana per i diritti e le libertà (Ecrf), una ong che sta offrendo consulenza ai legali della famiglia Regeni: è accusato di «istigazione alla violenza per rovesciare il governo e adesione a un gruppo terroristico». Il generale al-Sisi assomiglia nei metodi sempre di più ai suoi generosi sponsor sauditi, grati per avere fatto fuori con il colpo di stato del 2013 i Fratelli Musulmani dell’ex presidente Mohammed Morsi.
Con la loro insistenza a chiedere la verità sul caso di Giulio Regeni, gli italiani sono diventati così fastidiosi che una giornalista egiziana si è permessa alla tv di mandarci pubblicamente al diavolo. Che la Reuters abbia raccolto le prove del coinvolgimento di polizia e servizi nell’assassinio del giovane ricercatore importa soltanto a noi. Quasi nulla i nostri alleati (ieri ha battuto un colpo la Gran Bretagna), in primo luogo alla Francia che sostiene al-Sisi e il suo protetto Khalifa Haftar in Libia, per niente intenzionato a dare via libera al governo di Tripoli varato dall’Onu. Persino il nuovo premier libico Sarraj ha mangiato la foglia: mentre il G-5 era riunito ad Hannover ha chiesto un intervento internazionale per proteggere i pozzi petroliferi, nominalmente contro l’Isis in realtà per fermare Haftar che in Cirenaica esporta oro nero e riceve aiuti militari degli Emirati in violazione dell’embargo.
Il generale al-Sisi oggi serve troppi interessi delle grandi potenze occidentali e arabe perché possa essere scalfito dalle richieste di giustizia dell’Italia.
Anche noi, considerati sopra il Brennero gli arabi del Nord, come Sarraj abbiamo mangiato la foglia. Abbiamo capito qual è la vera guerra al terrorismo dell’Isis: depotenziare il terrore islamico e inglobarlo in uno stato autocratico che si può permettere tutto in quanto membro certificato di un ordine costituito. Così fa al-Sisi, così promette Haftar in Libia ma anche Erdogan in Turchia, che secondo l’Akp vuole varare una nuova costituzione religiosa in una repubblica all’islamica dove sarà più facile trovare posto agli amici del Califfato e un po’ meno ai curdi. In compenso gli Stati Uniti continuano a mettere ostacoli al ritorno di Teheran sui mercati finanziari. Perché l’Iran, che da 37 anni non si sottomette, che per difendersi dall’Iraq di Saddam e dalle monarchie del Golfo ha avuto un milione di morti sullo Shatt el Arab, è il diavolo e gli altri, egiziani, sauditi, turchi, sono i nostri beniamini e alleati. Sapremo resistere a questa versione della storia che vuole imporci umilianti verità di comodo anche su Regeni?

Fonte: IlSole24Ore