Come chi mi conosce ben sa, io sono un mite: dotato, come tale, di pazienza e di comprensione quasi inesauribili. E’ una delle poche virtù ch’io sia disposto a riconoscere a me stesso. Ma un mio amico, psicologo di professione, mi assicura che c’è poco da vantarsene e molto da stare in guardia: pare difatti che, per profonde ragioni ch’egli mi ha spiegato a lungo e che io non ho capito, i tipi miti siano molto pericolosi in quanto capaci talora, magari per futili motivi, di reazioni d’imprevedibile spropositata violenza. In effetti, ciò corrisponde a quanto di me stesso ho talora (molto di rado) notato. Ad esempio, quando durante una discussione qualcuno esce con qualche peraltro banale e ingenua frase fatta, tipo “tutto il petrolio del mondo non vale le lacrime di un bambino”. Perdinci, sono sciocchezze criminali: non le sopporto e reagisco in malo modo. Ci facciamo la doccia, noialtri, nelle lacrime dei bambini: salvo piangerci ogni tanto addosso qualche immonda lacrima di coccodrillo (e chiedo scusa al nobilissimo rettile di quest’altra frase fatta, del tutto cretina). Difatti, ogni tanto, i media ci spediscono (se e quando fa loro comodo) le immagini di un piccino annegato nell’ennesimo naufragio di un gommone di migranti o maciullato da un bombardamento: e allora avanti con il coro delle prediche umanitarie. Tanto passa subito. Tutte le lacrime dei bambini del mondo non valgono una goccia di petrolio. I signori della Total e della Unocal, dalla Libia all’Afghanistan, lo sanno benissimo: e lo sanno i politici e i giornalisti da quei signori ben foraggiati ora per tacere, ora per indignarsi.

Avrete ad esempio notato come, da alcune settimane fino a qualche giorno fa, si reiterassero con orrore le notizie circa i molti bambini uccisi dai bombardamenti dell’esercito regolare siriano sui quartieri di Aleppo nei quali sono annidati i terroristi del Daesh e della ex al-Nusra (cioè praticamente il ramo siriano di al-Qaeda che ora si chiama Jabhat Fatah al-Sham, “Fronte per la Vittoria della Grande Siria”). Ricorderete forse bene come, nel 2003, Saddam Hussein (che aveva poco prima massacrato impunemente iraniani e curdi, addirittura con il gas, nell’assordante silenzio dell’Occidente) fosse accusato di aver permesso se non addirittura ordinato ai suoi soldati, durante l’invasione del Kuwait, di uccidere perfino i nati prematuri ospitati nelle incubatrici degli ospedali. E come nel 2011 circolasse da noi, su giornali e TV, l’agghiacciante notizia di vere e proprie ecatombi di bambini perpetrate dai soldati di Bashar al-Assad ai danni del suo stesso popolo. Ecco che, fino a qualche giorno fa, i reparti lealisti siriani si davano in Aleppo allo stesso deprecabile sport degno di monsignor Gilles de Rais, maresciallo di Francia ai tempi di Giovanna d’Arco, noto per aver (come emerge da documenti non si capisce peraltro quanto attendibili) seviziato e ucciso nei suoi castelli bretoni, durante gli Anni Trenta del Quattrocento, centinaia fra bambini e ragazzini vittime della sua orrenda viziosità e della sua propensione alla magia nera. Il sire di Rais – membro della nobilissima progenie dei Laval – fu per questo giudicato a Nantes nel 1440 da un tribunale inquisitoriale e arso sul rogo: due secoli dopo circa, fu la sua memoria a ispirare il grande Perrault nella fiaba Barbe-Bleu.

Ma da qualche giorno il Barbablu di Damasco deve aver cambiato idea: e i suoi scherani hanno cessato di ammazzar bambini. Inutile a questo punto mettersi a sottilizzare o a recriminare: e chiederci per esempio quanti bambini siano morti e continuino a morire nei bombardamenti dell’Afghanistan dal 2001 a oggi (in tre lustri, non si sono arrestati un giorno), o in quelli dell’Iraq dal 2003 a oggi, o in quelli della NATO fra Libia e Siria dal 2011 in poi, o in quelli di Raqqa in Siria, vittime ai primi del 2015 del bombardamento di rappresaglia in seguito agli attentati del 7 gennaio a Parigi: quel beau geste per il quale il prode Hollande venne osannato da quasi l’intero popolo di Francia (una vendetta vigliacca perpetrata a puro uso demagogico). Perché com’è noto G.W. Bush jr., Sarkozy, Hollande, Cameron e Obama sono tutti “uomini d’onore”, come diceva il Marco Antonio di Shakespeare degli assassini di Giulio Cesare; e le loro bombe sono tutte “intelligenti”.

Ora, comunque, il clima di Aleppo sembra cambiato. Da qualche giorno i nostri corrispondenti delle varie emittenti televisive hanno cambiato registro: parlano di violenze inaudite “da ambe le parti” e denunziano i “disagi della popolazione”. I bambini di Aleppo vittime di Assad servivano a rincarar la dose durante le quotidiane somministrazioni di odio, menzogna e veleno delle quali eravamo oggetto finché è durata la propaganda a proposito dell’alleanza tra il regime assadista di Damasco e il dittatore di Mosca che avrebbero cianciato di voler colpire Daesh mentre invece martoriavano i poveri siriani. Ora, quell’ennesima bugia è stata scoperta (anche se i nostri media hanno fatto di tutto per non far circolare la notizia) e allora si è passati dalla tracotante “denunzia” al mieloso piagnisteo umanitario. La guerra è cattiva, siamo tutti colpevoli eccetera eccetera e bla-bla-bla…

Ma la verità è che nel Vicino Oriente gli statunitensi e la NATO insieme con i loro costanti alleati (Arabia saudita, Egitto, Qatar e altri membri della “coalizione anti-Daesh”, Australia e Danimarca comprese) stanno facendo il doppio gioco: e non da ieri. Nessun progresso o quasi nelle azioni contro i jihadisti del califfo al-Baghdadi (nonostante le decine di migliaia d’incursioni aeree registrate sulla carta e magari anche effettivamente avvenute, con relative arature del deserto e quotidiane morti accidentali di poveri disgraziati, ma con scarso effetto sulle milizie califfali): quelli che si oppongono ai jihadisti sono ancora – a parte l’ambiguo comportamento del turco Erdoğan, ancor incerto sulla parte da cui gli convenga stare dopo il suo recente non si capisce se definirlo golpe, controgolpe o autogolpe – soltanto i siriani delle truppe governative, i curdi e alcuni reparti di pasdaran iraniani, appoggiati per fortuna dai russi. Quanto al fronte “democratico” degli occidentali anti-Daesh, che latita da due anni circa, c’è da segnalare la bella prodezza dell’oasi di Deir ez-Zor sull’Eufrate, ch’era uno dei più incantevoli angoli della Siria di un tempo.

Verso la metà del mese scorso, nel consueto assordante silenzio dei nostri media in altre faccende affaccendati (c’erano appunto i bombardamenti di Assad su Aleppo da denunziare, con relative ecatombi di bambini innocenti…), è successo che gli aerei della prode coalizione democratica, due caccia australiani e danesi inclusi, hanno attaccato le basi siriane governative di Deir ez-Zor le quali erano là impegnate a respingere un’offensiva dei guerriglieri di Daesh. Risultato: i jihadisti si sono impadroniti dell’area di Jabal Tharda, presso l’aeroporto di Deir ez-Zor, prendendo in ostaggio diverse decine di migliaia di cittadini siriani là residenti. Contemporaneamente, l’artiglieria turca aveva preso di mira le basi russe di Lattakia e l’aviazione israeliana aveva bombardato alcune posizioni siriane sul Golan in risposta a un colpo di mortaio esploso in quella zona. Sembra che quel colpo fosse partito da una base di al-Qaeda: ma il governo di Gerusalemme ritiene quello di Damasco responsabile di qualunque atto diretto contro le truppe israeliane nel Golan. Ora, un colpo isolato di mortaio ha pochissimo senso tattico-strategico: ne ha invece uno preciso, se si tratta di una provocazione. Isolata e unilaterale, o concordata? Da chi? Con chi?

Sulla pista ci ha messi di recente Maurizio Blondet in una sua nota del 19 settembre scorso, componendo abilmente le dichiarazioni rese il 9 agosto scorso alla Fox dall’ex direttore della CIA Michael Morell (impegnato adesso nel sostegno elettorale alla signora Clinton) a proposito della necessità di ostacolare l’intesa russo-siriano-iraniana nel Vicino Oriente e quelle del ministro israeliano della difesa Moshe Yaalon riguardante l’appoggio delle forze armate del suo paese ai jihadisti in funzione antisiriana. Ho controllato i due siti:https://www.rt.com/usa/355291-morell-kill-russians-clinton, e http://www.timesofisrael.com/yaalon-syrian-rebels-keeping-…/; li ho riscontrati attendibili (salvo errori ed omissioni in quest’àmbito sempre possibili), confrontati anche con quanto, goccia per goccia, sta filtrando perfino attraverso la stretta maglia dei nostri media ufficiali strettamente sorvegliati dagli ascari nostrani della NATO, poco efficienti in altre cose ma molto attivi quando si tratta di quanto attiene la complicità del governo italiano con i suoi “alleati” internazionali, i medesimi che peraltro “occupano legittimamente” il nostro territorio con decine e decine delle loro basi militari mentre noi guardiamo tranquillamente altrove (ne sanno qualcosa i vicentini, a proposito della Dal Molin…). Certo, questo esercizio di home made breaking news, o se preferite di samizdat, è molto faticoso, espone ad errori o ad omissioni, attira su chi se ne faccia promotore antipatìe e anche (ne ho quotidiane riprove) poco gradevoli attenzioni: ma tant’è. L’esercizio della libertà e dell’indipendenza di giudizio ai nostri tempi lo richiede. Non sempre concordo con i giudizi espressi dall’amico Blondet, ma gli riconosco volentieri un costante merito nella diffusione d’informazioni alternative bisognose di continua verifica eppure sovente preziose.

Uno dei bàndoli di quest’ingarbugliata matassa, in questi mesi, è il sempre più incerto esito del duello tra la signora Clinton e il signor Trump (ai quali ben si attaglia il saggio detto fiorentino citatissimo da mia nonna: “Accident’a’i’meglio!…”): in correlazione all’inasprirsi di quel tragicomico Scontro fra Giganti si registra altresì un aggravarsi dell’ormai cronico braccio di ferro triangolare tra presidenza federale, parlamento e comandi militari (cioè Pentagono). Obama insiste nella sua politica di render difficile la vita al suo successore, chiunque sarà (da qui l’avvicinamento alla Russia, all’Iran e a Cuba, in un interessante tris di scelte recedere dalle quali non sarà agevole per chiunque sia il prossimo inquilino della casa Bianca). In questo quadro va letto l’accordo di tregua per quanto riguarda Siria e scacchiere vicino-orientale recentemente stipulato durante il recente incontro di Ginevra tra i due ministri degli esteri, lo statunitense Kerry e il russo Lavrov: “cessate-il-fuoco” di durata settimanale a titolo di tregua rinnovabile ogni due giorni con reciproco accordo sui bersagli (formalmente Desh e al-Qaeda), a partire dall’inizio di ottobre. Ma gli alti comandi militari statunitensi non sono stati al gioco: secondo il “New York Times” il ministro della difesa Ashton Carter si è reso responsabile di un tempestoso litigio con Kerry, mentre dal canto loro i generali Jeffre y Harrygian comandante delle forze aeree USA impegnate nelle azioni siroirakene, Valet ch’è a capo delle forze armate statunitensi e perfino Breedlove, che almeno fino a marzo era il comandante supremo delle forze NATO (quindi ohimè anche di quelle del relativo contingente italiano) si sono espressi a quanto pare concordemente in modo molto dubitativo sull’opportunità di ottemperare all’accordo Kerry-Lavrov.

Insomma, che cosa sta succedendo? Semplicemente questo: dinanzi a un buon progetto bilaterale avviato dai governi di Washington e di Mosca per una soluzione del problema vicino-orientale cominciando da un’intesa tra le due grandi potenze cointeressate in vista di una tregua che consenta l’avvìo di seri e concreti negoziati, i comandi militari americani hanno risposto in termini molto chiari. A loro avviso Obama, prossimo all’uscita di scena, è ormai un’”anatra zoppa”; le prospettive di soluzione pacifica del problema siroirakeno sono lontane in quanto i soliti “fedeli alleati dell’Occidente”, vale a dire i sunniti Arabia saudita, Qatar e Kuwait, magari con l’appoggio della Turchia anch’essa sunnita, non hanno alcuna intenzione di recedere dalla loro linea di occulto appoggio ai jihadisti del Daesh e di al-Qaeda in funzione della fitna (“guerra civile” antisciita) che li conduce a contrastare sia il legittimo governo siriano sia quello iraniano; il che è confermato dal fatto che, nel generale silenzio dei media, egiziani e sauditi continuano a bombardare gli sciiti dello Yemen, l’unica colpa dei quali è il tenere a bada i loro connazionali aderenti ad al-Qaeda; il tutto mentre Daesh, una ridicola “tigre di carta” che avrebbe potuto venir debellata da mesi, continua imperterrita a controllare parte del territorio siroirakeno contrastata solo dai lealisti siriani, dai curdi e dagli iraniani.

Come accade ininterrottamente sin dalla fine degli Anni Settanta del secolo scorso a partire dall’azione l’azione americana in Afghanistan contro l’Armata Rossa, gli USA e i loro complici-alleati continuano ad appoggiare i jihadisti (chiamateli come volete: “fondamentalisti”, “salafito-wahhabiti” eccetera: insomma, quelle forze dalle quali sono nati al-Qaeda e Daesh e che sono i protagonisti del terrorismo islamista attuale). Al tentativo magari in extremis del governo Obama (il quale in otto anni non è riuscito nemmeno a chiudere la base di Guantanamo dove contro ogni norma del diritto internazionale sono sequestrati e quotidianamente oggetto di violenza migliaia di ostaggi vicino- e mediorientali) di avviare seri negoziati per uscire dalla crisi che rischia di rendere il quadro vicinorientale definitivamente ingestibile, i militari USA – e il complesso militar-industriale internazionale che attraverso le sue lobbies li sostengono: i business del petrolio e del traffico di armi sono troppo più potenti di qualunque desiderio di giustizia e di pace – hanno risposto con un pronunciamiento degno della peggior Repubblica delle Banane sudamericana. Tutto ciò accade non a Managua, non a La Paz, non a Lagos, bensì a Washington. Con il corredo – un’autentica ciliegina sulla torta – degli intrighi condotti a colpi di centinaia di milioni di dollari per organizzare in Russia una bella congiura antiputin: ne sarebbero capofila figuri quali Michail Khodorkovski e Mikhail Kassianov, già “Giovani Leoni” dell’era eltisiana e altri baldi liberal-liberisti russi oggi in esilio dorato dalle nostre parti. Tutto ciò mentre da noi i fieri democratici starnazzano contro il “nuovo zar” del Cremlino. Ma questa, come diceva il buon vecchio Kipling, è un’altra storia…

Fonte: Il suo blog