Sono trascorsi quasi vent’anni da quel solstizio lì, alle pendici dei Monti Lucretili. Un luogo magnifico, abitato da presenze regali, in cui a varie riprese abbiamo scalato la vetta più alta (Monte Pellecchia) e la più famosa Cima di Coppi; dove un tempo sorgeva un santuario dedicato a Giove Cacuno, il sovrano della montagna; e in un’altra circostanza abbiamo potuto ammirare il volo silente d’una rarissima coppia di aquile che nidifica sulle pareti rocciose (usciva in cerca di cibo per il figlio unico, disegnando cerchi magici, discese ardite e risalite, voli imprevedibili e ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali: ultra cit). Al pomeriggio del 21 dicembre arrivammo in lieve ritardo sul punto di ritrovo, il clima appariva inclemente: un nevischio umidissimo aveva infradiciato il bosco, in lontananza cupe lastre di nebbia incombevano minacciose e radenti. Il nostro equipaggiamento era più che spartano: nulla, a parte i sacchi a pelo, qualche accetta e una tenda singola mezza crollata nella quale trovò asilo la candela in cera d’api su cui ardeva la fiamma che non si estingue.

C’erano insomma parecchi motivi per desistere ma noi, invece di consultarci, abbiamo cercato di vincere il freddo facendo legna con animo pio (significa che il disboscamento fu parco e si concentrò su alberi e cespugli rinsecchiti, e che il genio del luogo ebbe la sua contropartita: nulla si prende senza dare in cambio). In un paio d’ore accatastammo in un angolo la legna necessaria, appesantita dall’acqua di una sopraggiunta pioggerellina beffarda, come una smorfia della natura che c’invitava al gioco: perché insistete, mortali? Raccogliemmo comunque le pietre indispensabili a tracciare il circolo spazioso di un fuoco ancora tutto da conquistare. I minuti trascorrevano lentissimi e le prime ombre ci colsero mentre, in piedi, leggevamo alcuni passi di “Meditazioni delle vette”. Non mancarono momenti d’ilarità, forse per rompere la monotonia, forse per distrarre gli esseri del tuono, forse per intrattenere le ninfe silvestri. La neve rispose al nostro richiamo, minuti cristalli di ghiaccio che – mai visto prima – avvolgevano la radura in un abbraccio secco, asciutto, amichevole. Una volontà muta si era fatta largo nei cuori, la fiamma guizzava placida nella tenda propagando un presagio di calore crescente.

Non vi fu crepuscolo, o per lo meno noi non lo vedemmo, il cielo basso e uniforme scolorò in pochi minuti, come rappreso in un opale lattiginoso e densissimo, tenui fruscii di foglie accarezzate dal vento di Borea conducevano fra noi il primo vagito di una notte lunghissima. La neve aveva indurito la legna, il fuoco ci avrebbe irrorati di luce purificante: fissato il centro, l’axis mundi, presidiati i punti cardinali, la fiamma della candela immobilizzò il tempo, ammutolì il cielo, accese arbusti e divampò fra ceppi e cortecce in vorticanti saltelli di gioia. Il rito fu breve, l’operazione ermetica riuscì grata agli astri lucenti, come indicato nell’iscrizione della seicentesca Porta alchemica realizzata a Roma da Massimiliano Palombara, marchese di Pietraforte: “Chi sa bruciare con l’acqua e lavare col fuoco, fa della terra cielo e del cielo terra preziosa”.

 Alla mezzanotte, ecco il “segno che non può fallire”: il cielo si schiuse come un uovo cosmico e, in perfetta corrispondenza con l’asse longitudinale del fuoco, in mezzo a un coro di stelle incuriosite apparve nitida la Via Lattea, il sentiero luminoso in cui dimorano le anime degli avi nostri meritevoli di beatitudine e pronti a incarnarsi, nel momento opportuno, in corpi di uomini retti. A guidarli, con il suo splendore che regola il respiro dell’anima mundi, è il Sole. In occasione del solstizio invernale, il “Titano dalle briglie d’oro” (Proclo) tocca il punto più basso dell’eclittica, cioè della sua orbita sovrana proiettata sulla volta celeste: è un momento magico e tremendo, quasi una sincope universale nella quale la scintilla primigenia sembra perdersi dentro l’oscurità, ma poi viene tratta a nuova luce da una forza coronata di fuoco. E’ la stessa forza che abita i cuori di chi non ha smarrito il ricordo di sé: chi del Sole è figlio, amico, sodale ignito, consapevole che “il corpo dell’uomo è la casa in cui abitano i suoi avi” (Gustav Meyrink). Ed è così che, nella medesima notte solstiziale, una dèa muta – Angerona, custode dell’arca invisibile che racchiude il nome segreto di Roma – intima il silenzio mistico ai celebranti, invitandoli a quel raccoglimento interiore grazie al quale diventa possibile trarre in salvo la propria fiamma splendente dai tenebrosi recessi del mondo fenomenico, la prigione dei dormienti. Il solstizio d’inverno è oggi, caro agli dèi che hanno il timone della sapienza sacra, sotto l’occhio vigile di Giustizia, che tutto vede. Si festeggi, dunque, in compagnia o in solitudine non fa troppa differenza. Una certa protezione dal mondo esterno è utile, ma sopra tutto vale come metafora di un’intangibilità interiore.

 Si ricordi che la via eroica appartiene a coloro che non fuggono la realtà, perché sanno trasformare la sua veste illusoria in potenza d’ascenso. Gli eremiti hanno bisogno d’isolare il corpo per avvertire un simulacro d’anima; gli eroi, ovunque si trovino, isolano il loro spirito (dal greco pyr=fuoco) perché si ridesti a illuminare il cosmo. Come il Sole al solstizio d’inverno.

 Quod bonum, faustum, felix, fortunatumque sit.

 

Fonte: Il Foglio