Pierpaolo Pasolini, sommo articolista presso il Corriere della Sera nel suo tempo, poeta non proprio poeta, regista cinematografico di buona volontà e però scrittore di grande successo, fu ucciso da una girandola di schizofrenia marchettara. Punto. Fosse vivo, oggi, della sua stessa morte Pasolini direbbe ciò che disse a proposito del golpe e della Democrazia cristiana intesa come macchina criminale: “Io lo so. Ma non ho le prove”.

L’omicidio all’Idroscalo di Ostia non fu commissionato da nessuna forza oscura anche perché il potere, fosse pure con il più sfacciato maiuscolo di POTERE ha avuto un modo perfetto per neutralizzarlo: lo ha ridotto a immaginetta. Ed è, Pasolini, un ecce homo di pronto accomodo. E’ quasi una t-shirt modello Che Guevara, lo si ritrova stampato sui muri scrostati della bohème caciottara di Trastevere, a Roma, come una trasfigurazione della Pietà michelangiolesca e nugoli di beccamorti, nella sequela degli ismi, si asserragliano nel fortilizio dei pasolinismi col gioco delle identificazioni.

Il Potere, insomma, s’è impossessato del cadavere per farne un totem buono per sintonizzare qualunque furbastro col sentimento diffuso dei Jovanotti e quel PPP è, ormai, il marchio del più efficace degli anestetici. Esattamente quello che nell’addormentare lo spirito critico scioglie, poi, il lievito montante di tutti i riflessi condizionati. Dal retroscena obbligato del complottismo per arrivare allo sperimentalismo che è proprio di tutti i menomati della letteratura.

 Moriva assassinato il 2 novembre del 1975 ma è già stata una settimana santa di passione officiata dai paglietta del pensiero egemone. Gli unici che possono scrivere su di lui sono Fulvio Abbate ed Emanuele Trevi, dopo di che non lamentatevi se il correttore automatico di Word quando scrivete Pasolini vi restituisce pisolini.

Fonte: Il Foglio