Fulvio Scaglione è una “mina vagante”. I suoi articoli li puoi trovare un po’ dappertutto: su Famiglia Cristiana su Micromega, su Limes e East. Ma, più che altro, lo si trova sulle bacheche Facebook: chi legge un suo pezzo lo condivide. È una regola matematica. Oggi esce il suo Il patto con il diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all’Isis.

Il suo libro inizia con un salto nel tempo: l’accordo di Sykes-Picot. Come mai?

Per due motivi: innanzitutto perché questo trattato fa nascere il Medio Oriente. E poi perché noi non facciamo mai lo sforzo di provare a guardare le cose con gli occhi dei mediorientali. Qualunque ragazzo che abbia fatto le scuole medie in Medio Oriente sa cos’è il trattato di Sykes-Picot. Magari lo sa in maniera ideologica, ma nessuno da noi lo sa.

Secondo quanto dicono i media americani, dietro agli attentati dell’11 settembre ci sarebbero anche i Sauditi. Lei nel suo libro parla di una “strategia saudita”. Cosa intende con questa espressione?

In Inghilterra hanno fatto i calcoli e hanno visto che l’Unione Sovietica in tutta la sua storia ha speso, per propagandare la sua dottrina fuori dai propri confini, 5 milioni di sterline. Questo in 74 anni. L’Arabia Saudita, che è nata dopo, per propagandare il wahhabismo, che è una delle forme più radicali e chiuse di islam, ha speso circa 90 miliardi di sterline. È assolutamente chiaro che da molti decenni l’Arabia Saudita finanzia la diffusione di questo credo che, lo ripeto, è fondamentalista e che è alla base dei movimenti terroristici. Il flusso di denaro che esce dalle monarchie del Golfo va, più o meno indirettamente, a finanziare il terrorismo islamico. Non lo dico: lo sanno tutti. Nessuno però, dal punto di vista politico, vuole affrontare questo problema. Questa storia comincia nel 1962 quando la famiglia reale saudita fonda la Lega islamica mondiale, con lo scopo di propagandare il wahhabismo in tutto il mondo. Non nel Medio Oriente: nel mondo. Questa cosa chiama in causa tutti, ma in particolare gli Usa. Fino al 2000, buona parte degli impiegati di livello dei ministeri sauditi era americana e con contratto presso il Dipartimento di Stato americano.

In un capitolo, tratta il fenomeno del “baby boom” mediorientale. Di cosa si tratta?

Il problema demografico è stato segnalato anche da ambienti americani a cavallo tra le università e i servizi segreti. La politica invece è stata sorda. Le primavere arabe non sono ancora iniziate: abbiamo avuto dei fortissimi sussulti che hanno fatto cadere politici che erano al potere da moltissimi anni. Il problema è ancora lì. Il Medio Oriente ha vissuto un baby boom che è durante 25 anni. In questo periodo la popolazione si è moltiplicata e ci sono moltissimi giovani con un alto tasso di istruzione. Il Medio Oriente ha speso tantissimo nella scuola, ma male. Abbiamo milioni di mediorientali che hanno un titolo di studio, che vogliono entrare nel mondo del lavoro, ma non ci riescono. Questi giovani si trovano in società con un’ascensore sociale totalmente bloccato. Le primavere arabe nascono anche per questo. E questo problema si ripresenterà. È il contrario di ciò che sta accadendo in Europa. Anche le migrazioni si collocano all’interno di questo fenomeno. E lo stesso vale anche per il terrorismo.

“Democrazia”. Una tanto bella quanto – a volte – vuota. Nel suo libro lei è molto critico nei confronti del concetto di “esportazione della democrazia”…

Innanzitutto non è vero che l’Occidente è per la democrazia. Siamo sicuramente per la democrazia in casa nostra e quando pensiamo ci convenga. Pensiamo all’Arabia Saudita: è un regime autoritario, ma nessuno dice niente. Perché? Perché ci conviene. In nome della democrazia abbiamo fatto guerre che hanno peggiorato le condizioni dei Paesi mediorientali. Possiamo usare i soldi che usiamo per le guerre per fare altro. Questi Paesi stanno in piedi grazie o a causa nostra. Pensiamo al caso Regeni. L’Italia ha proposto di interrompere la collaborazione militare con l’Egitto. Poi però è arrivato Hollande che ha rifornito l’Egitto con denaro fresco, con la scusa di vendere qualche portaerei. Immaginiamo invece che Hollande andasse da Al Sisi e gli dicesse: “Non ti vendiamo nulla finché non dici la verità su Regeni”. E lo stesso l’Inghilterra e la Germania e così via. A questo punto Al Sisi dovrebbe dire la verità. Ma ci vorrebbe un’azione coordinata. E lo stesso vale per l’Arabia Saudita. In questi decenni abbiamo provato imprese pazzesche – tipo rifare l’Iraq e l’Afghanistan – senza pensare all’essenziale e, soprattutto, senza ottenere nulla. Evidentemente dobbiamo ripensare questa strategia.

Lei titola il suo libro “Il patto con il diavolo”. Ma in cosa consiste questo patto?

La storia degli interventi militare in Medio Oriente è sempre al ribasso. Al bivio tra una possibilità e l’altra abbiamo sempre scelto quella che poi ci avrebbe procurato più problemi. Pensiamo ancora all’Arabia Saudita: a un certo punto l’Inghilterra si è trovata a scegliere tra le ambizioni dello sceriffo de la Mecca, che aveva ambizioni soltanto terrene, e la famiglia dei Saud che aveva invece un’impostazione religiosa. Questo per fare un esempio. Nei bivi della storia, l’Occidente ha scelto sempre la soluzione che privilegiava i radicali.

Ma allora hanno ragione i complottisti…

Io non credo nei complotti. Credo però nella stupidità. È chiaro che c’è chi fa delle strategie, ma c’è anche tanta stupidità. La spedizione in Libia del 2011 non aveva senso, era palese che era una strada sbagliata. Non c’era nessun piano per il dopo. Lo stesso per l’Iraq.

Fonte: Gli Occhi della Guerra