Andate a cercarvi su internet una foto del Castello di Falconara. È in territorio di Butera, nel golfo di Gela, in Sicilia. Bene: vedete che bellezza? Poi, sempre fantasticando, in un salto di prospettiva, fate la stessa cosa come se foste su una barca guardando verso la terraferma. Ecco, se vi troverete già a 2/3 chilometri di distanza dalla spiaggia – se si procederà con l’intenzione di realizzare lì, il parco eolico sull’acqua – quel bel castello, nello sguardo, vi si sfascerà come in un film gotico peggio che con le tasse di Matteo Renzi: falciato da 38 pali aerogeneratori, alti 135 metri, conficcati sul fondale basso la cui sabbia, da secoli, custodisce i più preziosi reperti archeologici del Mediterraneo. Tornate al castello e affacciatevi ancora. Se si farà questo dannatissimo Mediterranean Wind Offshore non avrete innanzi a voi le onde – la schiuma bianca e il blu – ma una cosa tipo il Diavolo con tutte le corna, perfino girevoli ed elicoidali. Per non dire del vento.

Tutto quello sbuffo del dio Eolo, lì, è un corridoio – una sorta di finger – su cui arrivano gli uccelli migratori e già basta la saggezza dei vecchi cacciatori a spiegare quello che i fanatici dell’industrializzazione non riescono a capire: è da lì che l’Africa feconda l’Europa, e viceversa. Per non dire della sabbia, infine, dove per piazzare i giganteschi cilindri da ficcare per oltre trenta metri si deve procedere per “esplosioni ” cancellando definitivamente – oltre al disastro per la fauna marina, sulla memoria dei resti s’è detto – la cymodocea nodosa, una rara alga che da secoli rende speciale quello che Sebastiano Tusa, soprintendente del Mare, il 19 dicembre 2014, già propose all’Unesco come sito protetto, con l’inserimento dei banchi del Canale di Sicilia nel circuito della biosfera. Il Mediterranean Wind Offshore, allora. Non un’infrastruttura pubblica, ma un’impresa privata. Il 13 maggio 2009, il Ministero dell’Ambiente emana il primo parere positivo ma il 3 giugno dello stesso anno il Ministero dei Beni Culturali dice no. Deciderà per il sì, poi, il presidente del Consiglio, all’epoca Mario Monti. Il Tar del Lazio, intanto, sospende. Tornate al castello e pensateci.

Vittorio Sgarbi s’è ampiamente disperato su questa scheggia di mare ma la sentinella in allerta, lì, per una storia che comincia nel 2006, è Silvio Scichilone. Intrepido difensore del mare e della bellezza, Scichilone, è animatore del comitato di difesa della terra e del mare. Oltre al No Muos (contro l’istallazione del radar dell’esercito americano nel prezioso sughereto di Niscemi), c’è dunque il No Peos, contro il parco eolico offshore. L’isola ha pagato pegno sacrificando perle quali Milazzo, Priolo, Augusta – sfregiate dall’industrializzazione che nulla ha dato in cambio alla Sicilia –lottare per questo specchio di puro incanto significa anche restituire il mare di Gela, simbolo della devastazione sociale, alla sua definitiva bellezza. Mettetevi al computer e cercate le foto storiche di Gela. Era una vera e propria costa azzurra per tutta quella bella gente arrivata dai feudi principeschi. Il guardare mettendosi al posto del mare vi svelerà il più chic dei segreti: l’approdo più bello – scelto dagli uccelli, seguito dalle alghe che poi vanno a gemmare di fiori sulle dune – è Gela.

Fonte: Il Fatto Quotidiano