L’incontro c’è stato. E già questo è un fatto storico, perchè l’immagine dell’abbraccio tra papa Francesco e Ahmad al-Tayyeb, Grande Imam della moschea Al Azhar del Cairo, trasmette un messaggio potente di riconciliazione e di dialogo. Soprattutto se si tiene conto dell’occasione e dei modi in cui era maturata una brusca frenata nei rapporti, quando, nel 2011, papa Benedetto XVI aveva definito “un vile gesto di morte che offende l’umanità intera” la strage compiuta in una chiesa copta, la notte di Capodanno, da uno dei tanti gruppi dell’estremismo islamico legati ad Al Qaeda.

Era stato proprio Al Tayyeb, allora Grande Imam da circa un anno, a rispondere a brutto muso, definendo le parole del Papa “un intervento inaccettabile negli affari dell’Egitto”, accusando Benedetto XVI di avere “una visione sbilanciata su musulmani e cristiani che rischiano di essere uccisi in tutto il mondo” e chiedendo polemicamente perché “il Papa non abbia chiesto la protezione dei musulmani quando erano massacrati in Iraq”.

Parole dure, mai ritirate e superate solo ora, con questo abbraccio. Gesti indispensabili, di fronte ai quali bisogna però avere anche il coraggio di chiedersi che cosa resterà. Ancor più cinicamente (volendo usare un brutto avverbio): che cosa potranno produrre?

Il problema, nel caso specifico, è l’enorme sbilanciamento tra ciò che è il Papa, e ancor più un Papa come Francesco, e ciò che è il Grande Imam di Al Azhar. Francesco è una figura di riferimento indiscutibile per 2,2 miliardi di cristiani di tutto il mondo. Anche i non cattolici, soprattutto su certi temi, lo considerano una voce di assoluto prestigio quando non un esempio da imitare. E per un miliardo e 300 milioni di cattolici è il vicario di Cristo in terra, un uomo da venerare, la guida che imprime la direzione a tutta la Chiesa. Per non parlare di molti non cattolici, che magari hanno idee anche radicalmente diverse sulla fede o sui temi etici ma concordano con lui in altre questioni. Per esempio molti laici sostengono, contro le convinzioni di Francesco, l’aborto o i matrimoni gay ma, insieme con Francesco, credono nell’accoglienza dei migranti o, per restare al caso in questione, al dialogo tra le religioni.

Ma Al Tayyeb non è nulla di tutto questo. Il mondo islamico non ha un’unica gerarchia ed è assai meno compatto di quello cristiano. Ciò che dice o fa Al Tayyeb può essere allo stesso tempo fondamentale per certi musulmani e ininfluente per altri.

Al Tayyeb è Grande Imam di Al Azhar (La Luminosa), ovvero di una delle più prestigiose (forse la più prestigiosa) sedi di elaborazione del pensiero religioso e giuridico sunnita. Il che significa che la sua autorità è nulla presso gli sciiti (circa il 10% dei musulmani del Medio Oriente). Che, al contrario, ricordano piuttosto il fatto che Al Azhar era stata fondata nel Decimo secolo proprio da califfi sciiti (per la precisione, sciiti-ismailiti) della dinastia Fatimide, per essere poi riconsegnata al sunnismo da Saladino dopo il 1171.

Via gli sciiti, dunque. Ma poi via anche una parte non secondaria dei musulmani sunniti, in Egitto come altrove. Bisogna qui ricordare il cursus honorum dell’attuale Grande Imam. Laureato alla Sorbona, dove poi ha anche insegnato, Al Tayyeb è stato professore di Teologia, preside di diverse Università (Qena e Aswan in Egitto, Islamabad in Pakistan), Gran Muftì dell’Egitto e infine, dal 2010, shaykh di Al Azhar, ovvero massima autorità religiosa del Paese.

Questo dal punto di vista religioso e accademico. La sua carica, però, ha forti implicazioni politiche, perché il Grande Imam viene nominato, in base a un regolamento che risale ai tempi di Nasser, dal Presidente della Repubblica egiziana. Al Tayyeb, quindi, fu scelto dal presidente Hosni Mubarak. E nel 2011, quando scoppiarono i moti di piazza della Primavera Araba egiziana, Al Tayyeb, molto tiepido nei confronti delle manifestazioni, fu tra i primi a essere accusato di eccessiva compiacenza con il dittatore deposto. Le critiche arrivavano soprattutto dai Fratelli Musulmani, esclusi per legge dall’accesso alla carica di Grande Imam, e si intensificarono quando lo stesso Al Tayyeb, dicendosi deciso a riformare le procedure di Al Azhar, decise di cancellare la regola della nomina presidenziale quando Presidente era ancora Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani, arrivato alla carica proprio in virtù della vittoria elettorale del movimento.

Per i musulmani che guardano con simpatia alla Fratellanza, quindi, Al Tayyeb è un protetto del generale Al Sisi, l’uomo che ha preso il potere con un colpo di Stato, ha messo fuorilegge i Fratelli Musulmani e ha represso le loro proteste nel sangue. Un collaborazionista, insomma.

Via gli sciiti e via i musulmani radicali. Chi resta? Certo, resta la maggioranza dei musulmani, quelli che sono orgogliosi della propria fede ma non per questo si sentono nemici delle altre fedi o dell’Occidente. È certo importante che, ai loro occhi, Al Tayyeb adotti il linguaggio del dialogo. Ma così il Grande Imam parla ai già convinti, ai già moderati, ai già pacifici.

Tutto questo non deve sminuire l’importanza di quanto avvenuto in Vaticano ma solo renderci un po’ più consci dei meccanismi reali del Medio Oriente. Dove illudersi fa gli stessi danni che demonizzare.

Fonte: Eastonline.eu