La fabbrica degli scoop questa volta ha battuto ogni record. Gli 11,5 milioni di file dei Panama Papers surclassano Wikileaks del 2010 e le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013. Da dove vengono? Sono stati consegnati da una fonte anonima alla Suddeutsche Zeitung che li ha condivisi con il consorzio di giornalismo investigativo. Chi è la fonte anonima? Il suo nome non importa direbbero nei fogliettoni d’appendice, quello che conta è invadere la stampa mondiale di rivelazioni piccanti: miriadi di società e buona parte delle grandi banche mettono i soldi nei paradisi fiscali mettendo al sicuro una classe politica internazionale che fa le leggi e allo stesso tempo le aggira. Il bello che molti di loro sono eletti democraticamente. Ma attenzione: qui nessuno è innocente.
Chi è l’autore? Probabilmente una squadra di hacker: ma il suo committente? Anche questo non importa: non guardiamo la cornice né la parete dove il quadro è appeso ma quello che ci sta dentro. L’importante è rivelare che autocrati, monarchi, politici con personaggi della più varia estrazione, star dello sport comprese, fanno tutti la stessa cosa: evadono le tasse e nascondono i loro guadagni. Non è per sminuire uno scoop grandioso ma è così scandaloso scoprire che Messi fa in maniera più raffinata quello che faceva il suo più ruspante connazionale Maradona? Che Putin e il leader ucraino sono esportatori di capitali allo stesso modo? Forse solleva più curiosità individuare chi ci recapita questi faldoni e perché. Certo che il network di società riconducibili in qualche modo a Putin è una ghiotta notizia, così come il nutrito gruppetto di avidi leader cinesi del comitato centrale. Tutta gente che con il comunismo non ha più niente a che fare da un pezzo.
A questi si aggiunge il solito manipolo di monarchi musulmani che nonostante le sfiorite primavere arabe e l’Isis stanno ancora lì, seduti su montagne di denaro, magari per finanziare in segreto i jihadisti e tenerli lontani dalla loro cassaforte segreta. Ma l’’slam non è sinonimo di giustizia, di prestiti senza interessi, di profitti da condividere con i più poveri?
Ma chi ci interessa davvero è il padrone della fabbrica degli scoop, l’autore, e le sue motivazioni. Altrimenti tutto questo ha un senso effimero e come tutti gli scoop per un po’ fa rumore e poi si sgonfia nell’assuefazione generale. Senza contare che non ci sono quasi mai conseguenze davvero rilevanti: gli evasori continueranno a veleggiare nei mari caldi dei paradisi fiscali, con l’eccezione forse di quelli che nelle autocrazie possono trovare giustizieri con il pelo sullo stomaco ansiosi di sostituirli a Panama, Anguilla o nelle Cayman.
Se questi Stati costituissero una Federazione forse avrebbero anche un peso contrattuale sulla scena internazionale. Oppure ce l’hanno già e facciamo finta di niente, varando leggi anti-riciclaggio che solo in parte vengono rispettate e violate magari proprio da quelli che le propongono. Al premier britannico Cameron forse fischiano le orecchie.
Al contrario non si capisce perché i paradisi debbano ancora esistere, visto che con acuminate sanzioni americane sostenute dagli europei si tengono a bada per anni Paesi come la Russia, Iran o Iraq. Mentre in questa rete della Mossack Fonseca troviamo la Corea del Nord e i suoi programmi nucleari, insieme ai banditi inglesi che negli ’80 rubarono tonnellate d’oro. E pensare che a Panama gli Usa hanno fatto pure una guerra nel 1989 abbattendo “faccia d’ananas” Manuel Noriega: Washington occupò il canale per 10 anni prima di restituirlo. Ma qui abbiamo la memoria corta.
A tutto comunque c’è una spiegazione: è la banalità dell’evasione. Guardando i dati una delle sorprese più interessanti è scoprire che in realtà gli evasori – a parte i nomi eccellenti – siamo tutti noi o quasi. «Il 95% del nostro lavoro consiste nel vendere auto per non pagare le tasse», afferma un partner della Mossack Fonseca.
L’altro numero davvero rilevante è che delle 300mila società collegate alla rete panamense più della metà avevano sedi nei paradisi fiscali britannici, Virgin Island, Guernsey, Jersey, Isola di Man e la stessa Gran Bretagna. In un certo senso Londra la sua Brexit l’ha già fatta da un pezzo.
Siamo quasi certi però che la fabbrica degli scoop non si fermerà ma il suo padrone, dall’hacker misterioso a chi lo manovra, resterà nell’ombra. Ma questo è secondario, noi qui siamo assetati di colpi sensazionali, quasi quanto gli esilaranti giornalisti descritti da Evelyn Waugh in “Scoop”. Fu il primo Waugh a scoprire che Mussolini stava per invadere l’Abissinia, telegrafò il servizio in latino per non essere “hackerato” ma nessuno gli credette. Gli scoop oggi hanno una funzione più politica che giornalistica: fare indignare ma non ragionare, accreditare la versione della storia che il sistema ha i suoi “anticorpi” e può continuare a sopravvivere. Tanto rumore per nulla

Fonte: IlSole24Ore